Una delle cinque Blue Zones del mondo si trova in Sardegna ed è ormai diventata un mito globale. Ma il segreto della longevità non è una dieta né una formula da copiare: è un equilibrio fragile che vale la pena comprendere prima ancora di provare a imitare.
Seulo, tra Ogliastra e Barbagia, i culurgionis arrivano in tavola ancora fumanti, ma qui sono quadrati, non con la classica chiusura a spighetta e raccontano già una storia diversa da quella che ci si immagina. Li ha preparati Maria Carta, chef originaria del paese e oggi alla guida del suo ristorante di Cagliari Is Femminas, insieme ad altre donne della comunità: cucinare, qui, è ancora un gesto collettivo. Poi arrivano il maialetto, la cordula arrosto, salumi, lardo, formaggi di pecora e di capra. Una tavola ricca, lontanissima dall’idea di una dieta fatta di rinunce. Attorno si parla di longevità. Ma nessuno parla di dieta vegana, conta le calorie o pesa i macronutrienti. La domanda è sempre la stessa: qual è il segreto della longevità? Esiste un alimento miracoloso, un patrimonio genetico fuori dal comune o uno stile di vita replicabile ovunque? Più si ascoltano ricercatori e abitanti, più emerge una certezza: cercare una formula è probabilmente il modo migliore per non capire davvero la Blue Zone.
Quando la Blue Zone è diventata un mito
Per anni la Blue Zone è stata materia per demografi e ricercatori, i primi furono il medico sardo Gianni Pes e il demografo belga Michel Poulain. Poi i libri di Dan Buettner e la sua serie su Netflix Live to 100: Secrets of the Blue Zones, hanno contribuito a trasformarla in un fenomeno globale, che attrae ogni anno migliaia di visitatori, soprattutto americani. Da quel momento le persone hanno iniziato a interessarsene e a cercare la ricetta per l’elisir di lunga vita: il minestrone, il Cannonau, le passeggiate quotidiane. Semplificando il tutto e pensando a standardizzare uno stile di vita, anzi una vota intera, non replicabile. «Non ci interessa vendere un cappellino con su scritto “Blue Zone”, ci interessa la ricerca», osserva la Dott.ssa Lara Marisella, dell’Osservatorio scientifico dedicato alla Blue Zone. È il rischio di ogni mito: ridurre con superficialità un fenomeno complesso a un marchio, rischiando di trasformarlo in una “Disneyland della longevità”».

Anche sul cibo invita a cambiare prospettiva. «Per me la genetica incide per circa il 20%, tutto il resto è epigenetica.» La tavola della Blue Zone non è mai stata vegetariana né vegana, contrariamente a quanto viene sponsorizzato. Pane, legumi e verdure qui hanno sempre convissuto con carne, grassi animali e formaggi. Il punto non è copiare una dieta, ma osservare il contesto in cui è nata: attività fisica quotidiana, prodotti stagionali, relazioni sociali, lavoro e senso di comunità. E per capire “il contesto”, oltre le semplificazioni, è nato il documentario del Progetto Happiness X Ford Italia e un viaggio che abbiamo percorso in prima persona, proprio a bordo di una Ford Explorer elettrica, nell’interno della Sardegna.

Qui la solitudine non esiste
Se il cibo non basta a spiegare la longevità, c’è un altro elemento che ricorre in tutte le storie raccolte durante il viaggio: la comunità. Nei paesi della Blue Zone le case di riposo sono quasi assenti. Gli anziani continuano a vivere nelle proprie abitazioni, circondati da figli, nipoti e vicini. «Qui non esistono anziani soli», racconta Stefano Monni, sindaco di Baunei. Più che un sistema di assistenza, è un modo di vivere: gli anziani restano parte attiva della famiglia e del paese. È un patrimonio che si prova ancora a trasmettere. Lo dimostra il progetto della scuola dell’infanzia di Baunei, dove i bambini hanno raccolto le filastrocche dei nonni, trasformando la memoria orale in un’eredità condivisa.
