Diario dall’alto mare, a dieci miglia da Genova, dove un trend popolare sui social si scontra con il respiro ancestrale dei cetacei nel Santuario Pelagos e le lunghe attese (al 98% ripagate). Tra scienza, “terapia dell’insignificanza” e la voglia di un turismo spartano che ci chiede di posare lo smartphone. Ecco com’è andata.
Un kayakista galleggia immobile nel blu, poi la superficie esplode: una megattera, cento volte più pesante di lui, spalanca le fauci e lo inghiotte, per poi sputarlo poco dopo. Succedeva in Cile poco più di un anno fa. Trenta milioni di visualizzazioni su TikTok. Più di recente un drone che volava a cento metri d’altezza ha catturato la silhouette di una balenottera azzurra mentre scivolava sotto una barca a vela. Altri venti milioni di like. Nell’estate della saturazione digitale, i feed dei nostri social network sono diventati un immenso acquario virtuale. Consumiamo la natura più monumentale e inafferrabile del pianeta attraverso lo schermo minuscolo e frenetico di uno smartphone, trasformando giganti millenari in pillole di intrattenimento da quindici secondi.
Eppure, dietro questa viralità si nasconde un bisogno umano molto più profondo, un cortocircuito emotivo che spinge centinaia di persone a mollare gli schermi per imbarcarsi. Perché siamo diventati tutti pazzi per le balene? Per capirlo non basta scrollare; bisogna salire a bordo, accettare il mal di mare, forse un po’ di noia e qualche scottatura, e guardare dove l’acqua si fa improvvisamente blu oltremare.

Cinque ore di navigazione: “provato per voi” nell’alto mare ligure
Diciamolo subito, a beneficio dei romantici del turismo balneare: il vero whale watching non ha niente a che vedere con le calette paradisiache, i bagni al tramonto o le spaghettate di vongole. L’esperienza a bordo della motonave Corsara, della società Golfo Paradiso Whale Watching, è un esercizio di resistenza e di fiducia. Sono cinque ore di navigazione senza sosta, a otto, dieci, dodici miglia dalla costa. Genova resta lì, un profilo di gru e palazzi aggrappati all’Appennino.
A bordo l’atmosfera è spartana. A battere scontrino c’è un laconico bar che vende patatine, acqua e bibite frizzanti; il pranzo si porta da casa, e guai a pensare di gettare qualcosa in acqua (agli animali non si dà da mangiare, mai). I quaranta/cinquanta passeggeri che hanno pagato il biglietto fluttuano in un limbo strano: una fetta consistente del gruppo trascorre il tempo a godersi il sole, ma tutti, indistintamente, sono mossi da un unico scopo: avvistare la grande pinna, il soffio, la balenottera o il capodoglio. In un’ipotetica scala di importanza “bestiale”, se mancano i giganti, ci si fa bastare dai delfini, dalle tartarughe o dagli squali. La domanda che viene fatta spesso agli esperti a bordo è: «Che possibilità ci sono di incontrare i cetacei?». D’estate, grazie alla rotta che punta dritta al cuore del Santuario Pelagos (90mila kmq tra Italia, Francia e Corsica), la risposta rinfranca: 98 per cento. È con questo spirito da scommessa sicura che si salpa, convinti di portarsi a casa il video perfetto da postare. Ma il mare ha regole proprie.

I cacciatori di respiri: quando il turismo aiuta la scienza
Se la gita conserva quel sapore un po’ ruvido da battuta di pesca senza ami, è perché questa motonave non è solo un mezzo turistico. È un avamposto di ricerca. Oltre al capitano, a bordo c’è una squadra in assetto: Federica Poggi, biologa marina, Alessandro Verga, dottore in Scienze ambientali (imbarcato come marinaio), e una fotografa. Tutti fissano l’orizzonte con binocoli potentissimi, cercando un’increspatura, un riflesso anomalo sulla superficie del mare per intercettare i movimenti profondi dei mammiferi marini.
Questo modello commerciale, nato alla fine degli anni Novanta, quando la società ha rilevato la rotta da Genova e dal Ponente Ligure, ha registrato un’impennata clamorosa. «Quando ho iniziato io, 14 anni fa, facevamo due uscite a settimana e solo d’estate – racconta Alessandro Verga sul ponte – adesso il periodo di attività si è sviluppato da fine marzo al primo di novembre, con uscite a cadenza quasi giornaliera». I biglietti pagati dai turisti, di fatto, supportano la presenza degli scienziati in mare, trasformando ogni viaggio in una sessione di raccolta dati per istituti ed enti di ricerca.

L’antropologia dell’abisso e lo specchio dei mammiferi
Mentre la motonave taglia l’acqua, la domanda resta a galla: perché questo animale ci tocca così da vicino? Una risposta arriva da una cetologa di lungo corso, Antonella Arcangeli, che coordina progetti di rete in tutto il Mediterraneo: «I mammiferi emanano un fascino biologico immediato. Ci riconosciamo in loro, sentiamo empatia. Sono animali socievoli, vivono a lungo e hanno grandi cure parentali. La nostra emotività è legata all’accudimento dei cuccioli, e vedere queste madri che proteggono i piccoli sott’acqua ci commuove perché ci rispecchia. In più, loro aggiungono l’ambiente del grande blu, l’esplorazione di un mondo tridimensionale che conosciamo pochissimo».
È una tesi che sposa anche Federica Poggi, la biologa di bordo della Corsara: «Si dice spesso che si conosce più la luna che la profondità del mare. Eppure, con questi abitanti dell’ignoto abbiamo in comune cose fondamentali, come l’allattamento». L’incontro con la balena diventa così una “terapia dell’insignificanza”: in un’epoca antropocentrica in cui l’uomo controlla e traccia ogni centimetro quadrato di terra, trovarsi davanti a una creatura di venti metri che vive nell’oscurità abissale azzera l’egocentrismo digitale. Ci ricorda che siamo piccoli, e in quella piccolezza troviamo una strana, insospettabile pace.
Il megafono chiede silenzio totale
Il silenzio del viaggio viene interrotto bruscamente. Dal megafono della motonave, la voce di Federica annuncia che poco distante dalla prua c’è movimento. Il motore rallenta fino quasi a spegnersi. Ci viene chiesto il silenzio totale. Ed eccoli: un branco enorme, forse quaranta o cinquanta stenelle striate, mamme con i cuccioli al seguito, che iniziano a cavalcare sulle onde formate dalla chiglia della motonave. Poco dopo, è una piccola tartaruga marina solitaria, con il carapace reso lucentissimo dall’acqua, a sfilare a pochi metri da noi.
È qui che gli scienziati smontano la nostra visione antropocentrica, quel vizio disneyano di credere che la natura sia lì per farci un applauso: «Spesso quando si esce in barca i delfini vengono sotto la prua e sembra che vogliano giocare – avverte la cetologa – ma se studi il branco scopri che, spesso, gli individui più adulti o i giovani più curiosi vengono a fare acrobazie sotto la prua solo per distrarti. Stanno attirando l’attenzione della nave mentre il resto del gruppo, le femmine con i piccoli, si allontana e si mette in sicurezza».

Dopo ore di delusione… due zifi
In questa uscita le grandi balenottere e i capodogli decidono di non farsi vedere. Verso il tardo pomeriggio, sul ponte della Corsara si respira un’atmosfera da fine gita: si è contenti, certo, ma un velo di delusione per il “mancato gigante” c’è. Almeno fino a quando il megafono non gracchia di nuovo. Federica annuncia che lo strumento ha localizzato due zifi in profondità. Potrebbero riemergere.
L’attesa dura ventidue minuti di sguardi fissi sul mare immobile. Poi, la superficie si rompe. Due esemplari di zifio emergono a respirare (possono trattenere il respiro fino a due ore). Lo zifio è una creatura leggendaria per i biologi: un cetaceo di grande profondità, timido, elusivo, considerato rarissimo nel resto del mondo ma stanziale proprio qui, nei canyon sottomarini Polcevera e del Bisagno che tagliano il Golfo di Genova. Vedere la loro pelle biancastra e marroncina (una sfumatura dovuta alle diatomee, microalghe che si attaccano ai maschi adulti) a pochi metri è un privilegio raro. Ma è il suono a fare il miracolo. In quel momento il silenzio dei passeggeri diventa naturale. Perché vedere questi animali è un’emozione visiva, ma ascoltare il loro respiro — quel soffio profondo e cavernoso che squarcia il silenzio dell’alto mare— è l’esperienza ancestrale che nessuna view su TikTok potrà mai replicare.

Nuove rotte e inquinamento acustico
Se l’estasi dell’avvistamento ci riconnette alla parte più selvaggia del pianeta, i dati degli scienziati però ci riportano bruscamente a terra. Il mare sta cambiando a una velocità impressionante sotto i colpi della crisi climatica, e il nostro “amore” per i cetacei rischia di essere un abbraccio mortale: «Il Mediterraneo è un mare chiuso, una pozzanghera rispetto all’oceano – ricorda la biologa marina Poggi – qui gli inquinanti e le plastiche si accumulano, raggiungendo densità simili alle isole di plastica oceaniche». Un impatto invisibile ma devastante è quello acustico: il rumore dei motori e dei diportisti satura l’acqua, dove il suono viaggia quattro volte più velocemente che in aria. Poiché i cetacei usano il biosonar (i famosi click) per orientarsi, cacciare e comunicare, il nostro rumore di fondo li rende letteralmente ciechi. «Gli animali sono a caccia di una nuova casa – spiega la cetologa Arcangeli – vediamo specie come il grampo o lo zifio spostarsi in alto mare, in zone dove prima non ce li saremmo mai aspettati. Cambiano le rotte, cambiano le stagioni della migrazione alla ricerca di cibo». C’è poi il dramma delle collisioni. Se i grandi cargo spesso uccidono i cetacei sul colpo, i diportisti estivi causano ferite orribili con le eliche.
Nuovi arrivi che parlano dialetti diversi
Eppure, nonostante le nostre interferenze, queste società sottomarine continuano a mantenere una complessità culturale che la scienza ha appena iniziato a scalfire. Negli ultimi anni, le ricerche sulla bioacustica hanno rivelato che ogni specie possiede un linguaggio ramificato, con variazioni regionali sbalorditive. «Hanno strutture di suoni estremamente complesse – conclude Arcangeli – ogni popolazione ha il proprio linguaggio, che segue inflessioni simili ai nostri dialetti. Attraverso lo studio dei suoni riusciamo a capire se un gruppo appartiene alla popolazione atlantica o a quella del Mediterraneo. Al punto che, se individui di zone diverse si incontrassero, potrebbero persino non capirsi».