Special Guest all’Hotel Boite per ritrovare il massimo esperimento di architettura turistico-sociale voluto da Enrico Mattei e progettato dall’architetto Edoardo Gellner. Tutto torna a vivere e a voler ritrovare il suo ruolo, non solo nel mondo dell’hôtellerie e del turismo.
Era il 1986 e dopo cinque, sei ore di macchina, eravamo finalmente arrivati a bordo della Regata di mio padre fino a Borca di Cadore per passare una settimana in montagna. Mi ricordo di un villino nel bosco, di scoiattoli che passeggiavano sul balcone e di un arredamento strano, essenziale, modernissimo ma contemporaneamente fermo nel tempo. Avevo 7 anni, non sapevo dove fossi se non che eravamo qui perché mio padre viaggiava tanto e aveva fatto così tanti punti del Motel Agip da essersi guadagnato una settimana omaggio. Ci saremmo tornati l’anno successivo, come il mio compagno, figlio di due impiegati ENI, che ci passò più estati. Da bambini non eravamo consci di che pezzo di storia d’Italia eravamo testimoni. 45 anni dopo esatti, siamo tornati. In realtà ci eravamo già passati nel 2021 sulla via per Cortina, ma era tutto chiuso e abbandonato e avevamo fatto un po’ di urbex sull’onda dei ricordi. Oggi invece è tutto cambiato, e l’ex-Villaggio Vacanze ENI a Borca di Cadore è un brulicare di nostalgici e di turisti che, come noi all’epoca, si godono di uno dei massimi esempi di architettura sociale senza saperlo. Esattamente lo scopo che si erano prefissi i suoi due ideatori.
Quando c’era lui
L’ex-Villaggio ENI di Borca di Cadore è unico nel suo genere. Un solo committente, un solo progettista, un solo disegno unitario che abbraccia tutto, dal paesaggio alla più piccola vite degli arredi, per quasi 280 villette indipendente in 120 ettari di bosco, un hotel, un residence, una colonia, un campeggio a tende fisse, bar, centro sportivo. «L’unico esempio di un grande centro realizzato con precise finalità turistico-sociali in Italia (e non solo) e concepito secondo criteri di progettazione globale unitaria» – secondo la definizione dell’architetto che lo ha progettato, Edoardo Gellner. Al centro di tutto, ovviamente, una chiesa, quella disegnata insieme a Carlo Scarpa. Un gioiello, un progetto totale, il cui primo nucleo era stato inaugurato nel 1958: l’hotel Boite fu inaugurato nel 1963 ed Enrico Mattei, fondatore dell’ENI assassinato nel 1962, non lo vide mai finito.
Senza addentrarsi in una delle parentesi più gloriose ma anche terribili del nostro passato, c’è da dire che l’ENI di Enrico Mattei nel Dopoguerra non è stata solo una compagnia petrolifera ma un modello di sviluppo per il Paese e di welfare aziendale. «A Borca di Cadore, Mattei non voleva costruire un villaggio: sperimenta un cantiere sociale. Qui, impiegati, tecnici, dirigenti e operai – insieme alle loro famiglie – trovano uno spazio comune di vacanza, condivisione e crescita. Un’idea rivoluzionaria», racconta Francesco Accardo, ingegnere e General Manager della struttura nel volume “Villaggio Eni Architettura e Paesaggio”. Non siamo davanti ad una Crespi D’Adda, dove si va dalla fabbrica al camposanto sotto il controllo del padrone ma in una città ideale materializzazione di un’idea di progresso, di imprenditoria, di futuro dell’Italia. Come il quartiere di Metanopoli a Milano, che dà il nome alla via principale, ma per le vacanze.


Un villaggio senza gerarchie
«Se a Cortina ci vanno i ricchi – pensava Mattei – allora ci andranno anche i miei collaboratori». Si fermarono a Borca, due paesi prima, acquistando una enorme pietraia inutilizzata ma con un vista (mozzafiato davvero) sul Monte Pelmo. Nel giro di qualche anno avevano progettato il villaggio (tutti i documenti originali, nell‘Archivio ENI), edificato le casette, non una uguale all’altra, e gli edifici principali, 19 km di strade, la chiesa. Un paese che «non venne pensato in astratto, a tavolino a Roma o a Milano, ma venne a maturazione in montagna. Pensato in montagna per la montagna», raccontava sempre Gellner. Oggi dalla statale che tutti percorrono avanti indietro per la prestigiosa Cortina tutto ciò non si vede neppure, grazie alla piantumazione del bosco e all’interramento pionieristico di tutti i cavi elettrici e delle tubature. Quattro nuclei di casette in cemento a vista e legno, tutte arredate con pezzi originali o d’autore, nessuna che si guarda in faccia: «Le villette dovevano essere assegnate a caso a dirigenti, impiegati e operai mescolati fra loro: tra i vari aggruppamenti abitativi non ci doveva essere nessun carattere distintivo o “gerarchico” e bisognava evitare il rischio di convivenze a contatto di gomito che potessero risultare spiacevoli o imbarazzanti» per citare le parole dell’architetto del 1972, raccolte del volume. Anche il posto auto, doveroso per un villaggio di una compagnia petrolifera, era nascosto, per evitare comparazioni fra modelli più o meno lussuosi. Dal 2000 le casette sono state privatizzate e sono sul mercato a circa 380 mila euro (e su Airbnb), alcune perfettamente conservate altre vivacizzate da colorazioni successive che Gellner aveva definito senza mezzi termini “rasenti la volgarità”. Oggi dentro e fuori, arredi inclusi, sono tutte coperte dalle Belle Arti.

Niente lusso, tutto di design
Idem l’hotel Boite, perfettamente conservato. Entrare è un tuffo al cuore, tutto è come doveva essere (negli anni Sessanta, grazie ad un intervento conservativo possibile grazie al contributo di Gellner stesso poco prima della morte), e come ce lo ricordavamo. Gellner è lo stesso ad aver progettato i controversi Palazzo Telve e il Palazzo delle Poste di Cortina, esempi di architettura alpina che rompeva di netto con la tradizione rurale. All’epoca criticato come tutti i visionari, il “casermone” – come qualcuno lo definisce – del Boite ha oggi un valore inestimabile, una Mecca per gli amanti del design. Quando nel 2000 l’ENI liquidò molte delle proprietà, a votarsi alla causa è stato l’Ing. Gualtiero Cualbu, costruttore sardo «che ha avuto sempre una vita alla ricerca delle cose che stavano un po’ avanti», per sua stessa ammissione. Il suo gruppo Mi.No.Ter Spa oggi gestisce l’hotel Boite, il residence di appartamenti Corte, la nuova Corte Spa costruita nei locali dell’ex-centrale elettrica, il parco Corte Avventura e si sta prodigando per far rivivere l’intero progetto senza fargli perderne l’identità. Oggi il tutto porta il nome Corte delle Dolomiti. E quel Corte fa risuonare il nome Cortemaggiore, primo sito nazionale di estrazione petroliferia, e la Supercortemaggiore, benzina “italiana” vanto delle stazioni di servizio Agip negli anni Cinquanta e Sessanta.


Un vero hotel di design
All’hotel Boite, 4 stelle volutamente non lusso, si respira tutto lo spirito del luogo. Le camere sono intatte con la panca che si protrae lungo tutta la vetrata, il balcone rialzato, per meglio godere del panorama, la scrivania a ribaltina, per fare spazio, la testata a scorrimento contenitiva, le sedie marchiate Agip di Hans Wegner per Fritz Hansen. Il bagno è nuovo di zecca ma per il resto si entra nella storia. La louge e il bar Gellern sono un’enciclopedia di pezzi originali o scelti da Gellern nel restyling, poltroncine di Vico Magistretti, illuminazioni di Achille Castglioni, divani Le Corbousier e così via, il tutto sotto volte di legno impreziosite da funzioni bulloni. A colazione il buffet viene servito sui tavoli della ex-colonia e sulle panadore originali e si compila a crocette il menù della cena, perché sì, vige ancora la mezza pensione.







Non solo turismo
«No, non vengo dall’hotellerie» mi spiega Alessandro Carpana, assistente alla direzione, paleontologo di Parma con un passato negli eventi. «Nessuno lo è in realtà, ma ne facciamo un vanto. Vogliamo ragionare in modo diverso». E lo fanno. Dopo l’acquisizione, gli hotel e le strutture erano stati dati in gestione ma il passato rischiava di venir cancellato, da qui la decisione di riprendere in mano tutto e di farne un progetto certo non filantropico, ma culturale. Quando arrivi ti offrono un calice di aperitivo, per favorire la socializzazione, fanno ancora degli sconti all’ex-dipendenti ENI che tornano (come noi) in pellegrinaggio, bar e lobby sono aperti anche agli esterni, che colgono l’occasione per entrare e organizzano visite guidate (il giovedì). Ma ma le stanze costano 200€ in alta stagione quindi “vivere l’esperienza” non è proibitivo. Stampano una rivista un po’ come faceva il buon Mattei che si chiama Il Gatto delle Dolimiti (Il Gatto Selvatico era quella per i dipendenti ENI), alle pareti hanno i materiali della mostra organizzata a Cortina con il titolo “Vedere Gellner” che unisce le fotografie di Denise Rosato alle illustrazioni geometriche e pop del designer Francesco Nardi.

