Costruita sulle colline di Settignano, con una vista impareggiabile sulla città, oggi questa villa seicentesca brilla di nuova luce grazie a un attento progetto di restauro. Un luogo considerato al pari di un’opera d’arte dove aristocrazia, arte, anticonformismo e ospitalità fanno parte della stessa storia.
Della rara bellezza di Villa Gamberaia si parla da secoli. E per una volta, le voci non esagerano. Amata da intellettuali, artisti e viaggiatori fin dall’Ottocento – il secolo d’oro del Grand Tour – è tutt’oggi considerata uno dei capolavori del giardino all’italiana. Non a caso, il New York Times l’ha inserita tra i 25 luoghi più belli del mondo. Nel giugno 2025, il suo splendore si è rinnovato ancora una volta. Merito di un restauro conservativo firmato dall’architetto Selvaggia Lensi Orlandi, che ha trasformato la storica Limonaia in quattro nuove suite. Un gesto misurato, rispettoso, che segna l’inizio di un nuovo capitolo nella lunga e affascinante storia della villa.
Una bellezza plasmata nei secoli
Nulla a Villa Gamberaia è nato per caso. Persino il nome sembra riferirsi ai gamberi d’acqua dolce che un tempo popolavano i ruscelli circostanti. In origine era un semplice casale appartenente alle monache del convento di San Martino a Mensola, finché, verso la fine del Trecento, venne acquistato dai Gambarelli, famiglia fiorentina di scultori (tra cui i celebri Rossellino). Furono loro i primi di una lunga serie di proprietari colti e visionari, capaci di modellarne con gusto e attenzione l’identità architettonica.

e dettagli architettonici originali. Foto di Paolo Abate.
La trasformazione in villa avvenne solo agli inizi del Seicento, quando il mercante Zanobi Lapi – vicino alla corte medicea, ricco, raffinato e ambizioso – acquistò la proprietà e le conferì lo stile toscano attuale. Fu lui anche a disegnare l’impianto originario del giardino. Un secolo dopo, nel 1718 la Gamberaia passò ai marchesi Capponi, che la abbellirono ulteriormente aggiungendo statue e busti allegorici, ma soprattutto dettero forma alla prima versione del giardino che ammiriamo oggi: un parterre alla francese fatto di aiuole rettangolari o quadrate, riempito con siepi di bosso, sabbia, ghiaia, fiori e prato. È grazie a questi interventi che la Gamberaia entrò nel novero delle ville più prestigiose d’Europa. Gli artisti la ritraevano, le guide del Grand Tour la raccomandavano, e generazioni di viaggiatori altoborghesi la elessero a tappa obbligata.
Il parterre d’eau della principessa
Nel 1854 l’ultima anziana della famiglia Capponi vendette la proprietà. La villa passò poi di mano in mano, attraversando un periodo di declino e semi abbandono. Ma il fascino silenzioso di Gamberaia continuava a colpire chiunque la visitasse. Tra questi, una principessa russo-rumena: Jeanne Catherine Ghyka, sorella della regina Natalia di Serbia. Sembra la trama del romanzo “Il giardino segreto” di Frances Hodgson Burnett, e invece è la realtà. Fu lei ad acquistare la villa nel 1896. E con lei, tanto la casa quanto il giardino raggiunsero l’apice della loro bellezza.

privilegiata sull’iconico parterre d’eau. Foto di Paolo Abate.
A lei la visione, al giardiniere Martino Porcinai – padre del celebre paesaggista Pietro – il compito di darle forma. Ma Jeanne non si limitò a dirigere: seguì con lui ogni dettaglio, condividendo la stessa passione per i fiori e per i colori, in particolare per l’azzurro degli iris e dei plumbago. Le aiuole, ormai ridotte a orto, vennero trasformate in un enorme specchio d’acqua: quattro vasche rettangolari, bordate in pietra, ornate dai loro fiori preferiti. Così nacque il parterre d’eau, un giardino all’italiana unico nel suo genere, che presto divenne il simbolo di Villa Gamberaia. Da allora, non è mai cambiato. Ma questa, va detto, è solo una delle storie che rendono speciale questo luogo.
Uno spazio per l’arte (e per l’amore)
La bellezza di Villa Gamberaia è indissolubilmente legata alla personalità della sua proprietaria più visionaria. Jeanne Catherine Ghyka: scultrice, mecenate, aristocratica colta. Nota sin da giovane per le sue idee anticonformiste, le scelte slegate dalle ipocrisie dell’epoca, l’indole artistica. A Parigi, dove studiò scultura, conobbe gli intellettuali che la portano a scoprire l’esistenza di Villa Gamberaia. E lì capì che quel luogo può diventare il suo rifugio. Un rifugio lontano dai clamori della mondaneità. E da condividere.

Con Florence Blood, pittrice americana, ereditiera, compagna di vita. Si erano conosciute in Francia, ma è a Settignano che decisero di costruire qualcosa che avesse un valore non solo per loro, ma anche per gli altri. Insieme trasformano la villa in un centro nevralgico per l’ arte e cultura, animato da feste, ricevimenti e circoli intellettuali. Tra gli ospiti ricorrenti, i nomi più in vita dell’élite intellettuale che gravitava abitualmente a Firenze, come la scrittrice inglese Vernon Lee, D’Annunzio, i fratelli Stein, lo storico dell’arte Bernard Berenson. Due donne, diversissime, ma profondamente unite. Amiche per chi preferisce usare eufemismi, innamorate per chi sa vedere oltre le etichette dell’epoca. Ciò che è certo è che scelsero di vivere immerse nell’arte, nella natura e nella libertà. E oggi, è proprio questo spirito che Villa Gamberaia continua a celebrare, attirando chi cerca un’esperienza intima, curata. Bella, in modo autentico.