Non esiste solo il Quadrilatero della moda. Uberta Zambeletti ha fondato la boutique Wait and See quando ancora nelle Cinque Vie non c’era niente, a parte i milanesi. A 15 anni di distanza ha cambiato non solo la sua vita, ma anche quella del quartiere.
Ho incontrato Uberta Zambeletti a mezzogiorno di un giovedì qualsiasi da Wait and See, la boutique che ha aperto quindici anni fa in via Santa Marta. Stanno dando gli ultimi ritocchi ai lavori appena terminati: la resina per terra è punteggiata di coriandoli metallizzati e un falegname gira per il negozio con pezzi di zoccolino in legno laccato rosso. In mezzo a questo “caos calmo”, alcune clienti noncuranti provano la nuova collezione. Poi due turiste newyorkesi entrano, la fermano per complimentarsi con il suo look, e la conversazione finisce con un contatto condiviso per un potenziale investitore a New York. È difficile immaginare un ritratto più preciso di Uberta Zambeletti: energia contagiosa, attitudine ironica, talento visionario.
Quando le chiedo perché abbia scelto di aprire proprio qui, nelle Cinque Vie, Uberta sorride: «Non c’era nulla. Era un quartiere residenziale, un po’ dimenticato. L’unica istituzione era il ferramenta Meazza, dove tutte le signore andavano. Ma io mi sono innamorata subito: le stradine, le corti, quell’atmosfera sospesa tra passato e futuro». Voleva un posto che fosse al tempo stesso centrale e facile da raggiungere, ma soprattutto sognava un destination point: un luogo dove si viene apposta, “perché lo conosci”, e non per caso. «Dovevi poter mollare la bici, la moto o la macchina e arrivare qui. C’era il parcheggio in piazza Mentana, era perfetto». Lo spazio che trovò in via Santa Marta aveva una storia affascinante: un ex convento del Seicento, con leggende di suore fantasma “buone” che ancora lo abitano. All’inizio era titubante: «Non sono brava a immaginare gli spazi vuoti». Ma a darle il coraggio fu un amico architetto. «Entrò qui e disse: Are you crazy? It’s Heaven. Lo devi prendere subito. Mi diede la spinta che serviva, e dopo tre giorni avevo già firmato il contratto».
Da lì è iniziata un’avventura che ha cambiato non solo la sua vita, ma anche quella del quartiere. Il primo a seguirla fu Tyler Hays con il suo marchio di arredi BDDW, che aprì qui il suo primo showroom dopo quello di New York; poi sono arrivate le luci di Apparatus e le tavole imbandite di Funky Table, oggi diventato Bitossi. Un tassello dopo l’altro, le Cinque Vie sono diventate un ecosistema creativo riconosciuto in tutto il mondo.
Dalla Upim a Wait and See
Il percorso di Uberta però inizia altrove. Dopo gli studi come designer tessile, a trent’anni diventa direttrice creativa di Upim, all’epoca parte del gruppo Rinascente. «Era un lavoro massacrante: 30 linee a stagione da seguire quasi da sola. Una scuola incredibile, ma anche un incubo. Dopo tre anni avevo capito che stavo solo perdendo tempo: mi piace fare le cose bene, ma con persone che sappiano concretizzare. Così me ne sono andata».
Fu allora che iniziò a guardare il mercato con occhi diversi. Nei suoi viaggi di ricerca scopriva marchi di nicchia straordinari, ma invisibili. «Non c’era un luogo che li rappresentasse. Né per i fornitori che non trovavano sbocchi, né per i clienti che non avevano accesso a quelle meraviglie. Mi sono detta: perché non creare io quel luogo?». Da lì prese forma Wait and See. Per mesi simulò l’apertura con un “come se”: dagli ordini alle fiere, fino alla misura ideale dei ripiani per piegare le maglie. Alla fine arrivò un business plan talmente solido da convincere anche la banca. E in tre mesi il negozio raggiunse invece il break-even previsto in tre anni.
Il nome di Marcelo Burlon
Anche il nome è una storia a sé. Wait and See nasce da un lampo improvviso, quando un amico – Marcelo Burlon – le suggerì di chiamare così il negozio, riprendendo le parole di un’anziana signora che le aveva detto: «Wait and See, devi solo aspettare e vedere». «Mi sembrò un’illuminazione. Da allora, è diventato non solo il nome della boutique, ma quasi un modo di guardare alla vita: aspettare, osservare e scoprire».
La collezione dedicata a Gigli
Quest’anno la boutique festeggia i suoi primi quindici anni con un progetto speciale: una collaborazione con lo storico archivio A.N.G.E.L.O., dedicata a Romeo Gigli. Per Uberta è un ritorno alle origini, a colui che le ha fatto scoprire la moda. «Avevo diciassette anni quando ho avuto una folgorazione. Sono caduta dentro il punto di bordeaux di quel cappotto vagamente maschile di Romeo Gigli che imperava in una vetrina del centro di Milano. Ero con mia nonna Carla, che in un inaspettato moto di entusiasmo me lo comperò all’istante. Ho cominciato da lì, da un Maestro». Da quell’episodio nasce la sua passione per lo stile, oggi celebrata con una serie di pezzi dello stilista in vendita presso la boutique, omaggio a una poesia sartoriale che continua a dialogare con l’universo eclettico di Wait and See.
Molti brand, solo colore, prezzi accessibili
Il modello che segue Uberta è ancora oggi lo stesso degli esordi. Vede circa 200 brand a stagione e ne seleziona una novantina, con un’attenzione maniacale per cuciture, vestibilità, materiali e provenienza. Tutto deve rientrare in un punto prezzo massimo di 800 euro. «Non ho mai voluto tradire le mie clienti. Wait and See deve essere accessibile senza rinunciare alla qualità». La filosofia è chiara anche nelle scelte cromatiche: qui il nero non esiste. «Non credo che le donne abbiano bisogno di comprarlo da me. È facile, rassicurante, ma impoverisce. Il mio compito è offrire alternative, dare colore, aprire possibilità. Molte clienti vengono proprio per uscire dal nero o dal blu. E ci riescono» .
Uscire dalla divisa
Chi entra nel negozio trova un ambiente trasversale, capace di accogliere tutte le donne: dalle signore di novant’anni alle nipoti adolescenti, dalle mamme incinte alle ragazze alla loro prima laurea. Una clientela varia, unita dal desiderio di trovare qui un modo diverso di vestirsi e di sentirsi rappresentate. Nel tempo, il negozio è diventato un “veicolo di gioia”, come lei stessa ama definirlo. Un luogo eclettico, frequentato da clienti milanesi affezionate, turisti incuriositi, giovani alla ricerca di pezzi unici e signore di novant’anni che entrano solo per respirare un po’ di vitalità. Oggi il 20% degli ingressi quotidiani è internazionale, e l’e-commerce ha consolidato una comunità che va ben oltre Milano. Ma Uberta non si ferma: «Sto sviluppando la collezione Wait and See per portarla nel wholesale. È il passo naturale, e mi piacerebbe aprire anche in Europa: Madrid per ragioni affettive, Monaco di Baviera per il tipo di clientela. Londra e Parigi? Per ora no, ma mai dire mai».
Gli indirizzi del quartiere
Eppure, il cuore resta nelle Cinque Vie. Uberta ha un piccolo atlante personale di luoghi del cuore: la ferramenta rimasta in piazza Mentana (vera ossessione di Uberta), la Trattoria Milanese con il suo risotto al rognone, che definisce il migliore del mondo, il B Cafè per cocktail e panini, il forno in via San Maurilio per le pizzette più buone del quartiere, i massaggi thailandesi da Lanna Thai. Una geografia minuta, che racconta più di qualsiasi guida l’identità della zona.
Guardando il percorso di Uberta Zambeletti, viene naturale pensare che non abbia solo aperto un negozio, ma contribuito a reinventare un intero quartiere. Le Cinque Vie sono diventate un laboratorio creativo internazionale e Wait and See è la loro bandiera. In fondo, più che reinventarle, Uberta le ha semplicemente arredate a modo suo: con i suoi colori, la sua ironia, e senza un filo di nero.