Il 27 settembre si celebra la Giornata Mondiale del Turismo. Un’occasione per fare una riflessione sul perché andiamo in vacanza in posti nuovi, ma vorremmo sentirci like a local

A Milano quando mi chiedono un posto tipico dove andare rispondo sempre Ceresio 7. Lo faccio per provocazione: è un rooftop con piscina, ottimo cocktail bar e cucina. Ma se vuoi vedere in posto like a local devi andare lì o a mangiare gli Spaghetti con le vongole Da Giacomo, perché vaglielo a spiegare a chi cerca l’esperienza-safari della Vecchia Milano che le nonne sono a Santa Margherita al mare o a pilates, non certo a fare i mondeghili. Eppure nell’immaginario di chi viene a Milano, per fare un’esperienza like a local devi tornare indietro nel tempo. 

Perché viaggiamo?

L’uomo ha sempre viaggiato, per piacere però ha cominciato a farlo essenzialmente un paio di secoli fa. Da quando l’Homo sapiens ha lasciato l’Africa più di 100mila anni fa verso il resto delle terre emerse, il moto perpetuo del genere umano è stato inarrestabile come l’istinto di sopravvivenza. Ma è solo nel 17° secolo che fra i giovani aristocratici si è diffuso l’uso del viaggio di formazione, diventato ben presto una moda, quella del Grand Tour. Partivano a cavallo o in carrozza e come Goethe (o in Bridgerton) arrivando fino a Venezia, Roma, Napoli, Siracusa, sulle tracce delle civiltà del passato. Marco Polo, Cristoforo Colombo, conquistadores, missionari, pellegrini, erano arrivati già fino in Australia quando a fine Settecento viene coniato il termine tourist, turisti. Perché il turismo non descrive un’azione, ma una motivazione: si viaggia per dovere, si è turisti per piacere, per andare alla scoperta, per vedere luoghi diversi da quelli in cui viviamo. Per sentirci stranieri e guardare il resto del mondo, e gli altri, con sguardo meravigliato. Viaggiamo per non stare a casa nostra, per non essere dei local. Perché allora vorremmo sentirci like quelli che abitano lì? 

Viaggiamo per non stare a casa nostra, per non essere dei local. Perché allora vorremmo sentirci like quelli che abitano lì?

Lo vogliono i viaggiatori zaino in spalla, quelli che si affidano a SiVola! o a WeRoad ma nella loro mente anche i signori seduti su un double decker panoramico che ascoltano la guida pre registrata in cinque lingue con gli auricolari o chi prenota un all-inclusive sul Mar Rosso. Tutti vogliono tornare a casa pensando di essere stati un po’ cittadini del mondo. 

Turismo like a local

Hidden jems, conosciutissime 

Atlas Obscura ha fatto storia ed è stata la massima espressione di questa ricerca di verità. È stata fondata nel 2009 nell’epoca del boom dei blog e dei contenuti generati dagli utenti. L’idea era catalogare e recensione luoghi “oscuri”, inconsueti, remoti e scriverne un atlante collettivo online. Cittadine abbandonate, case stregate, siti storici di storie mai raccontate, posti strani off the beaten path, fuori dai circuiti turistici e anche lontano dai gusti della maggior parte di chiunque. Orridi fra le montagne svedesi, musei anatomici, luna park abbandonati. Era una community più che per pochi eletti, per pochi adepti, poi il loro primo libro, Atlas Obscura: An Explorer’s Guide to the World’s Hidden Wonders, è diventato un bestseller su Amazon e del NewYork Times. Oggi organizzano viaggi e cercando i consigli “unusual” su Milano offerti dal quel sito trovi un paio di chiese minori, ma anche il Bar Luce della Fondazione Prada disegnato da Wes Anderson, credo uno dei posti più instagrammati della città, e Backdoor 43, “il bar più piccolo del mondo” che è stato così tanto in Home Page sul sito del Corriere della Sera che lo conosce pure mia madre. Alla recensione del rito scaramantico (girare su se stessi, sulle palle del toro raffigurato in un mosaico) da fare in Galleria Vittorio Emanuele è normale interrogarsi su cosa possa davvero restare off the beatean path e cosa in realtà non lo sia più o non lo sia proprio mai stato.

Le trappole per turisti like a local

A Milano ci sono i giapponesi che ancora fanno la fila davanti ai panzerotti di Luini perché negli anni Novanta sono apparsi degli articoli su delle riviste in giapponesi (chissà che cosa c’era scritto) o vuole mangiare milanese e ad agosto sfida in una missione suicida il risotto con l’ossobuco, e così si sente meno turista di chi si fa la foto con i piccioni in Piazza Duomo. Peccato che a Milano si mangino più nigiri che cotolette. A Firenze c’è chi gira per il centro ritirando uno spritz da un buco nel muro, se sei a Roma non puoi non andare a vedere il Colosseo o i Fori Imperiali, sono il motivo per cui da secoli arrivano sino a lì, ma poi visti i must-see, tutti i turisti vogliono fare cose non turistiche lontano dai percorsi turistici anche se sono ovviamente turisti in una località turistica. E finiscono a mangiare la pizza con il cappuccino in piazza Navona alle quattro di pomeriggio. Ma se il Colosseo è nella lista di cosa da vedere almeno una volta nella vita di chiunque da circa duemila anni, per un motivo, però i romani non ci vanno: è la roba meno like a local di tutta l’Italia.

Ma se il Colosseo è nella lista di cosa da vedere almeno una volta nella vita di chiunque da circa duemila anni, per un motivo, però i romani non ci vanno: è la roba meno like a local di tutta l’Italia.

Turismo like a local

L’invenzione delle destinazioni 

Il turismo degli albori era quello degli esploratori, di vette, piramidi e siti archeologici. Era un’avventura vera, senza infrastrutture, diventato via via sempre più accessibile e quindi sempre più popolare mano a mano che le destinazioni si sono attrezzate per accogliere, accontentare, far divertire i turisti. Prima dello sci alpino in montagna si pascolavano le vacche e no so cosa facessero in Riviera Romagnola ma tutti i posti dove andiamo in vacanza si sono trasformati, chi prima chi poi, per diventare destinazioni – e in molti si sono snaturati così tanto che i local odiano i turisti, e i turisti non ci vogliono andare più perché non c’è nulla di autentico. Benvenuti a Venezia, Barcellona, Napoli, Palermo e nelle vie più battute di ogni località diventata meta dove sorgono solo negozi di souvenir e ristoranti di generica “cucina tipica” in mezzo ad Airbnb. Ad aprirli per inciso non sono stati i turisti-cattivi ma i local-buoni intuendo il business e agendo like a local da piccoli imprenditori, prima di protestare like a local quando il business non funziona più come una volta o i turisti-poveri spendono troppo poco.

Non è una experience, è folklore

Molto spesso i local poi non fanno nulla di eclatante, non scelgono “locali caratteristici” e al ristorante non mangiano solo “cucina tipica” (e come dargli torto?!). Ora sono in Salento: al bar fanno colazione con i cornetti decongelati come tutti noi, non hanno mai ordinato uno Spritz Salentino e bevono Dreher e (non la Raffo che ho ordinato io perché mi sembrava più local).  Non fanno nulla di folkloristico insomma, che forse è la parola giusta per descrivere lo stereotipo di local che ci si costruisce nella mente scrollando social o sfogliando pagine di giornali. Se sta sera andiamo al sushi di turisti non ne incontriamo manco uno, a mangiare le orecchiette saranno tutti lì.  Cosa fare, quindi? Non esistono risposte semplici a problemi complessi, e il turismo è un problema complesso e globale, ma per fare like a local e sentirsi “veri viaggiatori” l’unica cosa certa è che non bastano 48 ore o una experience fra una tappa e l’altra, serve tempo, serve rispetto, serve voglia.