Oggi lo chiamiamo spritz zero, virgin o no-alcool, ma non è un’innovazione. Il Crodino analcolico biondo, il Sanbitter e il ginger in Italia sono aperitivi di tradizione, da prima che fossero una tendenza
C’è un’immagine che appartiene alla memoria collettiva del nostro Paese: una bottiglietta minuscola di vetro rosso che brilla sul tavolino di un bar di provincia mentre il sole scende. Non era Campari. Molto prima che il termine mocktaildiventasse un trend a New York o che vini analcolici e alternative “senza” diventassero un fenomeno di mercato, in Italia ginger e Crodino erano già un rito codificato. Anzi, possiamo proprio dire che la grammatica dell’astinenza alcolica l’abbiamo scritta noi e i Gin Tonic a zero gradi o gli Spritz light sono l’ultimo capitolo di una storia fatta di sottrazione e leggerezza profondamente italiana. Bere “no alcool” non è un tradimento, ma tradizione.
Lo Spritz: una storia di diluizioni
Prima di diventare l’icona pop che conosciamo, lo Spritz era un gesto di sopravvivenza dei soldati austriaci nel Lombardo-Veneto dell’Ottocento. Trovando i vini locali troppo carichi, iniziarono ad “allungarli” con una spruzzata (spritzen in tedesco) di acqua frizzante. Era lo Spritz Bianco: solo vino e seltz. Un drink nato per essere più leggero e bevibile, ma allo stesso tempo inebriante. Solo negli anni ’20 lo Spritz incontra il colore e l’amaro dei primi Bitter, diventando il pilastro della socialità italiana attraverso la classica proporzione 3-2-1: tre parti di Prosecco, due di Bitter e una di acqua frizzante.
Tuttavia, è importante ricordare che fino alla fine degli anni Novanta, a Milano e nel resto d’Italia (escluso il Veneto), lo spritz quasi non esisteva. Nei locali “moderni” che lanciavano gli happy hour si bevevano long-drink, e in generale cocktail poco sofisticati. Il fenomeno dello spritz per come lo conosciamo oggi è in realtà assai recente, arrivato esattamente a partire dal 2003, con l’acquisizione di Aperol da parte del Gruppo Campari. È qui che inizia un piano di marketing senza precedenti: se il Campari rimaneva il bitter sofisticato e milanese della Red Passion, l’Aperol veniva riposizionato come l’esperienza veloce, sociale e pop.
Dal 2006, grazie a spot martellanti sulle note di “Spritz life”, questo rito è uscito dai bar del Veneto per conquistare le spiagge e le piazze di tutto il mondo, incarnando il simbolo della “piccola vacanza quotidiana”. Da rito per pochi, si è trasformato in un rito sociale nazionale, penetrando da Nord a Sud. Ed è proprio su questa scia di convivialità accessibile che si innesta oggi paradossalmente la nuova frontiera dell’analcolico.
L’archetipo del rosso: Sanbittèr
Tutto inizia nel 1961. Mentre l’Italia vive il boom economico, Sanpellegrino intuisce che la socialità non deve essere necessariamente legata al grado alcolico e lancia il Bitter Sanpellegrino, il primo analcolico monodose. Negli anni ’80 diventa Sanbittèr e, con il celebre claim “C’est plus facile”, sdogana l’idea che scegliere l’analcolico non sia una rinuncia, ma una scelta di stile. Il consolidamento arriva nel 2000 con la bottiglia ridisegnata da Giugiaro, che trasforma l’oggetto in icona. Oggi, con le esplorazioni regionali del 2024 — come il chinotto e il basilico ligure — il brand dimostra che l’analcolico può avere la stessa profondità aromatica di un grande distillato.
Ma la vera grammatica delle bollicine italiane è scritta da chi, già nell’Ottocento, imbottigliava la natura. È il caso di Spumador, fondata nel 1888 a Cermenate dalla famiglia Verga. Partiti dall’acqua della fonte di Sant’Antonio, i Verga hanno creato quello che oggi definiremmo un impero botanico. È a loro che dobbiamo il brevetto della Spuma Nera, la “madre” di tutte le sode , nata da un mix segreto di erbe e caramello. Insieme al Ginger, questa bevanda speziata e agrumata ha rappresentato per generazioni l’alternativa analcolica per eccellenza.

Il Crodino: nasce l’analcolico biondo
Se il rosso di Sanbittèr e Spumador ha tracciato la via diventando archetipo, l’analcolico biondo ha un solo nome impresso nella memoria: Crodino. La sua storia inizia nel 1964 a Crodo, un piccolo comune della Valle Antigorio, dall’intuizione di Piero Ginocchi. In un’epoca di grandi cambiamenti, Ginocchi comprese che il futuro dell’aperitivo sarebbe passato da un sapore complesso e adulto, capace di stimolare il palato senza l’ausilio dell’alcol.
Il segreto del suo successo risiede in una formula che è rimasta quasi invariata per sessant’anni: una miscela di quindici erbe, spezie, estratti e radici provenienti da tutto il mondo, lasciate infondere per sei mesi in botti di rovere. Questo processo conferisce al Crodino quel carattere amaro e persistente che lo ha reso un’icona del lifestyle italiano.
Questo storico “analcolico biondo” è sbarcato recentemente negli Stati Uniti: Campari America lo sta posizionando sul mercato con il motto “The Italian non-alcoholic spritz”, promuovendolo nei bar e nei locali più ricercati come l’alternativa autentica per chi desidera il rito dello spritz senza la componente alcolica.
L’era dello spritz analcolico
Se Sanbittèr ha tracciato il solco, la rivoluzione contemporanea è guidata da chi i locali li vive ogni giorno. Flavio Angiolillo, punto di riferimento della mixology milanese (Mag Café, 1930 e Tripstillery), ha intercettato questo trend già nel 2020. Insieme a Valerie De Sutter, ha fondato JNPR, brand specializzato in distillati alcohol-free.
L’idea alla base del loro SPRZ N°1 è semplificare: un mix perfetto che racchiude già l’essenza del bitter e la struttura del vino, a cui poi basta aggiungere della soda. “Siamo nel pieno del trend, e chi fa finta di nulla non si evolve non si evolve nella direzione corretta”, commenta Angiolillo. Per Valerie De Sutter, la spinta è stata personale: “Da madre mi sono resa conto che spesso non il rito dell’aperitivo che si vuole togliere dalla vita, ma l’alcol. JNPR nasce per offrire un’alternativa che permetta di continuare a vivere il piacere del brindisi con più equilibrio”. Ma come si replica l’architettura di uno Spritz senza Prosecco? La risposta arriva dall’eccellenza vinicola italiana. Cantine storiche come Montelvini, ambasciatrice dell’Asolo e Montello DOCG, hanno lanciato il Montelvini 0% Alcohol Free Sparkling. Non è un semplice succo, ma un blend di uve bianche e Riesling dealcolato per mantenere mineralità e freschezza. Con note di sambuco e un perlage elegante, garantisce la “viscosità” e la nota acida necessaria al cocktail, ma con un profilo vegan e a basso contenuto calorico.
Soft Drink e sode botaniche
In questo scenario si inserisce Sodamore, il brand di analcolici nato da un’idea di Luca Argentero insieme a un collettivo di soci. Hanno lanciato una Sparkling Soda botanica che promuove una visione tra l’olistico e il romantico: “Per condividere momenti autentici non serve l’alcol, basta l’amore”.
Dietro il successo di tanti di questi nuovi drink c’è un motore industriale che va veloce, e in Italia una delle realtà di maggiore spicco è la biellese Bubble Bev. Nata nel 2020 da Nick Ranghino e Luca Rosa, l’azienda è passata da 3 a oltre 50 dipendenti, diventando leader nel co-manufacturing. “Il settore è in netta crescita. Stiamo andando sempre più verso formati grandi (in fusto) ready to drink per i locali, agli analcolici che replicano i grandi classici della mixology, fino ad arrivare all’ultima novità: le bevande funzionali con probiotici e prebiotici, un trend che arriva dagli USA”, rivela Ranghino. Collaborando con grandi realtà fino a nuovi progetti Bubble Bev conferma che la differenziazione verso il No-Lo è ormai la chiave necessaria per ogni azienda del settore beverage.
Tra i vari progetti spiccano di questo segmento spiccano Iessi e Match Tonic Water, dall’originale bottiglia quadrata, che in alcune colorazioni e aromi, come la Match Tonic Spicy ricorda il suo antenato gingerino.
Si stima che oggi oltre 15 milioni di italiani scelgono analcolici per piacere, e così hanno sempre più successo trend internazionali come il Dry January, eventi dedicati come i soft clubbing al mattino, i sober dating tra i più giovani. Ma più che una una nuova era, a noi sembra un ritorno alle origini, con la consapevolezza che la convivialità risiede nel gesto, nel bicchiere giusto e nel sapore. Dalle icone del 1961 ai nuovi standard di design e produzione, il messaggio è chiaro: la qualità del tempo non si misura in gradi, e in Italia lo facciamo da sempre.