Occhi, nasi, il brevetto del rosa shocking, profumi artistici e occhiali firmati… Elsa Schiaparelli ha segnato un secolo di alta moda, ma oggi da bottega di nicchia è diventato uno dei brand più desiderati.
Ci sono nomi che, più che passaggi nella storia, sono piccole rivoluzioni cucite a mano. Elsa Schiaparelli non ha fondato soltanto una maison: ha aperto un varco. Tra le pieghe degli anni Venti e Trenta, quando il mondo della moda si faceva elegante e prevedibile, lei scelse l’imprevisto. Fiera della sua origine romana e di quell’ironia tutta mediterranea, Elsa non fu mai stilista in senso classico. Fu un’artista prestata alla moda, una performer, una visionaria che pensava in colori, oggetti, profumi, provocazioni.
In un tempo dominato da Coco, Elsa fu l’anti-Chanel per eccellenza: dove l’una predicava rigore e sobrietà, l’altra rispondeva con surrealismo e teatralità. Fu tra le prime a comprendere che la moda non si limita a vestire, ma suggerisce un punto di vista sul mondo. E lo fece nel modo più audace: stringendo legami con chi il mondo lo reinventava davvero, gli artisti. Con Salvador Dalí firmò abiti-manifesto come la Robe Homard e il celebre cappello-scarpa, con Jean Cocteau tradusse il corpo femminile in un poema tessile, tra ricami e illusioni ottiche. Ogni collaborazione era un atto di libertà, una dichiarazione d’intenti: l’abito come linguaggio, il corpo come tela.Ci sono nomi che, più che appartamenti di storia, sono piccole rivoluzioni cucite a mano. Elsa Schiaparelli non ha fondato soltanto una maison: ha aperto un varco. Tra le pieghe degli anni Venti e Trenta, quando il mondo della moda si faceva elegante e prevedibile, lei scelse l’imprevisto. Fiera della sua origine romana e di quell’ironia tutta mediterranea, Elsa non fu mai stilista in senso classico. Fu un’artista prestata alla moda, una performer, una visionaria che pensava in colori, oggetti, profumi, provocazioni.
Portare la moda fuori dalle passerelle
Anche i profumi furono per lei un’estensione del gesto creativo. Shocking, lanciato nel 1937, fu molto più di una fragranza: fu un oggetto d’arte. Il flacone, modellato sul busto della diva Mae West, racchiudeva un’essenza audace, speziata, dichiaratamente sensuale. Il colore shocking pink – da lei inventato e brevettato – divenne un tratto distintivo, una firma visiva con cui segnare ogni presenza. Nessun dettaglio era secondario: la comunicazione, l’immagine, la scelta delle bottiglie, tutto era pensato per evocare, stupire, restare.
Elsa fu anche pioniera di un’idea moderna e imprenditoriale della moda. La prima a comprendere che un marchio poteva estendersi oltre l’abito: fu lei, negli anni ’30, a introdurre il concetto di licenza nella moda, lanciando una linea di occhiali da sole firmati Schiaparelli. Oggi lo diamo per scontato, ma allora fu un’intuizione radicale: la moda che si moltiplica, che vive fuori dalla passerella, che diventa parte del quotidiano.
Poi venne il silenzio. Elsa si ritirò nel 1954, lasciando un’eredità troppo audace per essere compresa fino in fondo. La maison chiuse, ma la sua eco non smise mai di vibrare tra le pieghe dell’arte, dell’immagine, dell’immaginario.
2012: il ritorno
È il 2012 quando Diego Della Valle – con quella sensibilità che sa leggere nel tempo i semi del futuro – decide di riaccendere la scintilla. Schiaparelli torna, e lo fa con rispetto e ambizione. Per l’atto simbolico della rinascita viene scelto Christian Lacroix, altro interprete dell’eccesso e del barocco, chiamato a firmare una collezione unica, celebrativa, più installazione che sfilata. Un passaggio di testimone quasi rituale, che restituisce alla maison il suo spirito: teatrale ed intellettuale, mai domestico. Poco dopo arriva Marco Zanini, stilista milanese, il primo a tradurre davvero l’estetica di Elsa in una nuova grammatica visiva. Le sue collezioni haute couture – due in tutto – rispecchiano fedelmente lo spirito originario: colori accesi, costruzioni eccentriche, ironia colta. Ma il suo passaggio è breve.
Occhi, nasi, bocche
Nel 2015 la direzione creativa passa a Bertrand Guyon, già da Valentino, che guida la maison per quattro anni con un approccio più misurato, elegante, forse meno spettacolare, ma profondamente rispettoso. Guyon riporta Schiaparelli al centro della couture parigina, ne esplora la raffinatezza più intima, rimette al centro l’abito come gesto artistico, e affina un equilibrio tra sperimentazione e portabilità. Sono gli anni in cui la maison riconquista la sua credibilità artigianale, riabbracciando il presente senza smarrire l’anima. È però con l’arrivo di Daniel Roseberry, nel 2019, che la nuova Schiaparelli prende definitivamente voce. Texano di origine, ma parigino d’adozione, Roseberry è il primo americano a dirigere una maison di haute couture francese: un’anomalia solo apparente, se si pensa a Elsa, che già in vita aveva fatto dell’ibridazione culturale una poetica. Come lei, Roseberry non si limita a disegnare abiti. Costruisce visioni. Conosce i codici, ma li piega all’immaginazione: corpi scultorei, volumi impossibili, dettagli surrealisti come occhi, nasi e bocche dorate che diventano elementi decorativi, evocazioni simboliche. Il corpo femminile torna protagonista, ma in modo nuovo: ieratico, potente, irreale. Roseberry ha anche compreso un’altra verità schiaparelliana: l’immagine è (quasi) tutto. Così la maison è diventata, in pochi anni, una macchina visiva potentissima.




