Lo si produce in Francia, lo si fila e tesse anche in Italia, ed è una fibra preziosa. Resistente, termoregolante, traspirante, ma spesso usato come specchietto per le allodole in etichetta.
Il lino è la più antica fibra tessile della storia. Prima della lana, del cotone, della canapa, prima di tutto è esistito il lino, coltivato e filato sin dai tempi degli Egizi, 8000 anni prima di Cristo. Il lino si ricava dall’omonima pianta (Linum usitatissimum), grazie ad un processo lungo e delicato che trasforma uno stelo d’erba di campo, in un filo, resistentissimo, dalle capacità isolanti e capace di assorbire l’umidità: il motivo per cui oggi abiti, camice o lenzuola in lino sono i must-have dell’estate. In lino però, venivano e vengono fatte anche lenzuola, corde, funi, le vele delle navi e i panno-lini, perché il lino vanta anche una notevole resistenza all’usura, protegge dai raggi UV, è ipoallergenico, termoregolatore, traspirante, antistatico, oltre che biodegradabile. È sempre stato popolarissimo, finché il cotone e le fibre sintetiche si sono affermate sul mercato, relegando il lino a fibra di lusso, da ostentare a volte come specchietto per le allodole nelle etichette. Oggi lo stiamo riscoprendo per il suo valore tecnico (mantiene freschi, ed è vero), per la sostenibilità intrinseca e perché potrebbe essere una produzione agricola strategica anche per il nostro Paese. Di nuovo, dopo 60 anni di assenza.
Nel 1960 la produzione mondiale di fibre naturali era di 12 milioni di tonnellate contro 3 milioni di tonnellate di fibre sintetiche; nel 1994 i due valori erano alla pari. Nel 2024, le fibre sintetiche costituivano circa il 69% della produzione totale, percentuale che si attende raggiungerà il 73% entro il 2030: meno dell’1% di questa produzione oggi è lino.
La scomparsa del lino
Basta leggere la toponomastica italiana: a Pavia esiste Piazza del Lino, la Via del Lino a Bologna, e a Linarolo, sempre provincia di Pavia, esiste Via Pesa del Lino a Monza, Santa Maria del Lino, a Brescia. Le distese di campi oggi sono una rarità, ma l’Italia è stata una produttrice di lino, prima in forma artigianale e poi su scala industriale. Nella seconda metà dell’Ottocento infatti, le nuove tecnologie aprono la strada alla crescita della produzione e nascono realtà come il Linificio e Canapificio Nazionale, fondato nel 1873. Gli opifici erano tanti, sparsi per la penisola e includevano quello di Villa d’Almè, una testimonianza vivente della storia dello sviluppo industriale del nostro Paese e di un pezzo di quella del territorio bergamasco. La società è allora la terza quotata alla Borsa di Milano e fino alla Seconda Guerra Mondiale coltivazione, lavorazione e filatura sono un vanto nazionale. Poi la guerra e la disponibilità di nuovi materiali più economici o performanti mettono fine poco a poco ad un capitolo del Made in Italy. Il lino non si coltiva più, e a Villa d’Almè è sopravvissuto l’unico stabilimento al mondo che fila il lino ininterrottamente da 150 anni. Dove però si filano materie prime straniere.
L’80% del lino che indossiamo o utilizziamo proviene dall’Europa, essenzialmente dalla Francia e dalle Fiandre. Poi può essere filato tessuto o confezionato ovunque oppure combinato con fibre meno nobili come cotone o viscosa.
Il lino è Made in Europa
L’80% del lino che indossiamo o utilizziamo proviene dal resto d’Europa, essenzialmente da Francia e dalle Fiandre, fra Belgio e Paesi Bassi. Qui grazie ai climi umidi e piovosi del Nord, il lino cresce e viene essiccato in campo alla perfezione (processo ancestrale quanto necessario). 75.000 ettari coltivati da cooperative come Terre de Lin, che seleziona i semi migliori e se segue la vita, sino alla vendita delle fibre per la lavorazione dei filati e con i suoi 750 agricoltori rappresenta il 15% della produzione di lino mondiale. In Normandia, i prati si colorano di azzurro chiaro e arrivano fino al mare, sfidando il vento. 100 giorni dalla semina a quando fioriscono per poche ore, fra giugno e luglio, e fino al momento della raccolta, fra luglio e agosto. Una volta estirpato, il lino viene poi lasciato a terra, volutamente in balia delle piogge che innescano il processo di macerazione, completamente naturale, che dura dalle due settimane ai tre mesi, a seconda delle condizioni climatiche. Poi viene raccolto in balle, identificate con un’etichetta che riporta i riferimenti del campo e del coltivatore, e vendute nel mondo.
Dalla fibra al tessuto finito
Dal campo in Normandia, la trasformazione del lino continua in Italia a Villa d’Almè che trasforma le lunghe fibre in filati, grazie all’utilizzo delle più moderne tecnologie di filatura – e di macchinari originali del Dopoguerra prodotti dalla stessa azienda. Fuori campeggia ancora l’insegna originale, davanti allo stabilimento scorre il Brembo e le foto alle pareti raccontano il glorioso passato di questo luogo. Mentre gli altri opifici hanno negli anni chiuso i battenti e si sono riconvertiti, qui si è portati avanti la tradizione manifatturiera e si sono mantenute vive le competenze necessarie a lavorare questa materia. Attraverso le fasi di selezione, pettinatura, stiro, candeggio e filatura si danno vita a fili che possono essere robusti o sottilissimi, come la seta ma molto più preziosi, che vengono a loro volta venduti a chi si occuperà della tinta e della tessitura, come il Gruppo Albini da quasi 150 anni lavora sempre in provincia di Bergamo. Il tessuto diventa poi prodotto finito nella fase finale e grazie ai brand che indossiamo o che troviamo nei negozi. Essenzialmente quello che viene venduto nei negozi è quindi tutto lino europeo, a volte persino italiano come in questo caso. Se lo si trova troppo a buon mercato, è perché viene combinato con fibre meno nobili come cotone o viscosa, oppure viene lavorato, filato e tessuto altrove – anche in Cina.
AAA coltivatori cercasi
Il lino è una pianta meravigliosa. Non richiede irrigazione, fertilizzanti o pesticidi, cresce con un intervento chimico minimo, non impoverisce il suolo e restituisce invece fertilità al terreno, rimuovendo anche CO2 dall’atmosfera. In più, del lino non si butta via niente, e dai materiali isolanti al packaging alimentare, dalle radici ai semi, tutto viene utilizzato. Peccato che nel nostro Paese non si produca più, o almeno non lo si faceva fino ad un progetto sperimentale lanciato nel 2009 e concretizzato nel 2017 anni dopo per reimpiantare questa coltura, che oggi conta 100 ettari frutto di lavoro. Il progetto si chiama Lino d’Italia e portato avanti con orgoglio dal Linificio e Canapificio Nazionale che ha preso in gestione campi in provincia di Bergamo, Padova e Prato, per riportare in auge la coltivazione, come un tempo. Grazie al lavoro della giovane agronoma Clara Dughetti, specializzata in fibre tessili naturali insieme a Terre de Lin e alle società agricole coinvolte, sono state messe a punto le migliori condizioni per far crescere l’estensione dei campi e il numero di agricoltori. Lo si pianta ogni 5 anni, si viene seguiti dalla casa madre e si viene pagati a ettaro coltivato, non a prodotto finito. Il Linificio e Canapificio Nazionale ha studiato i protocolli di coltivazione e si assume il rischio d’impresa, e ricerca coltivatori che credano nel progetto – racconta Clara mentre passeggiamo fra una strada statale ed un capannone alle porte di Bergamo. I campi sono in fiore e il lino svetta alto e dritto, ad un passo dalle macchine. Il paesaggio non è bucolico, non è il luogo dove vorresti veder crescere l’insalata che porti in tavola, ma molta della “campagna” italiana è così, un terreno interstiziale non è possibile fare molto. E che invece potrebbe tornare a ospitare, a rotazione, anche un campo di lino e la speranza di una agricoltura diversa e un ritorno a fibre naturali e durabilissime.
