I robot umanoidi sono fra noi e promettono di rubarci il lavoro domestico, regalandoci finalmente tempo libero. Ma sarà davvero così? Il business futurist Alberto Mattiello pensa di sì, ma noi ci facciamo ancora la stessa domanda dell’economista Keynes: sapremo impegnarlo bene? 

Libri di carta, vinili, macchine fotografiche a pellicola: nel 2026 la parola chiave sembra essere “ritorno all’analogico” (ne abbiamo scritto un articolo). Ma è davvero così? Scorrendo i social, si invoca il ritorno a una vita meno legata al digitale e agli schermi, più radicata nella realtà e nella manualità. Un paradosso, se si considera che dall’altra parte del mondo, negli Stati Uniti, stanno già già facendo il loro ingresso nelle case i primi maggiordomi-robot. Esatto: umanoidi acquistabili che svolgono le faccende domestiche, come lavare i piatti, fare il bucato, preparare i pasti. Viviamo immersi in questo dualismo: da un lato, un senso nostalgico e rassicurante per un passato dove tutto sembrava più semplice e autentico; dall’altro, una tecnologia che corre a una velocità a cui fatichiamo a tenere il passo. Come sempre, la risposta sta nel mezzo. Perché è proprio a questa tecnologia che chiediamo il lusso di tornare all’analogico.

La tecnologia che ci libera

«Arriviamo da tre decenni in cui abbiamo dovuto imparare il linguaggio della tecnologia, dai software alle interfacce: ora è la tecnologia che impara a parlare la nostra lingua e diventa un meraviglioso traduttore tra il mondo digitale e il mondo naturale – spiega Alberto Mattiello, di professione “business futurist”, esperto di tecnologia e innovazione aziendale – In questo modo ci permette di risparmiare tempo, da dedicare ad altro: al pensiero creativo, alla qualità della vita. Questo è il vero lusso». 

Il sogno del futuro, secondo me, è quello di una casa che si prenda cura di se stessa (dalle cose più banali come gestire i rifiuti, rifare i letto, lavare i piatti) ma anche del benessere di chi la vive
Alberto Mattiello

Nelle case di oggi, in realtà, la robotica è già entrata da tempo, anche se in forme più discrete: dall’aspirapolvere autonoma che si muove riconoscendo gli ambienti al frigorifero intelligente che monitora il contenuto e le scadenze. I nuovi robot ne saranno forse l’evoluzione, con una dose maggiore di flessibilità all’interno di una visione definita “Zero Labor Home”: una casa dove la tecnologia è in grado di ridurre il carico delle faccende quotidiane lasciando spazio a ciò che conta di più. «Il sogno del futuro, secondo me, è quello di una casa che si prenda cura di se stessa (dalle cose più banali come gestire i rifiuti, rifare i letto, lavare i piatti) ma anche del benessere di chi la vive: la qualità dell’aria, il comfort, l’equilibrio degli spazi. Un sistema capace di autoregolarsi e autosistemarsi. Tutti infatti vogliamo tornare a vivere la casa nel suo senso più vero. E così possiamo dedicare tempo a stare con i figli, a mangiare insieme, alle attività che amiamo». Lo stesso sogno dell’inizi del Novecento. 

Hello, robot! La tecnologia domestica può cambiarci la vita. Solo se saremo bravi a fare altro 
Alberto Mattiello

La profezia di Keynes

Nel 2026 si festeggiano i 100 anni della settimana lavorativa di 5 giorni introdotta da Henry Ford. Qualche anno prima – lo ricorda Massimo Sideri su Corriere.it – lo scrittore Karel Čapek immaginava più o meno nell’anno 2000 le persone non avrebbero più dovuto lavorare affidando il lavoro completamente ai robot. Non è ancora andata ancora così, anche se agli inizi del Novecento ci si sperava molto. Nel 1930 Keynes nella celebre “Lettera ai nipoti” immaginava un futuro in cui per effetto della crescente efficienza della produzione, la società avrebbe raggiunto una condizione in cui il lavoro umano non sarebbe stato più necessario, portando a una riduzione delle ore lavorative e alla “liberazione” delle persone da una routine di lavoro intensiva: la cosiddetta “profezia di Keynes” si è esaudita in termini di fatica fisica, poco in termini di tempo. Scriveva: «L’uomo si troverà di fronte al suo vero, permanente problema: come usare la sua libertà dalle pressanti preoccupazioni economiche, come impiegare il tempo libero che la scienza e l’interesse composto gli avranno procurato, per vivere saggiamente, piacevolmente e bene.» Un secolo fa si poteva quindi la stessa domanda che ci facciamo oggi: saremo capaci di occupare , bene, il tempo libero? Perché la sensazione è che proprio fra lavatrici, automobili, ascensori, cellulari e tv, di tempo realmente libero ne resti sempre meno. E quindi, inventiamo nuovi robot.

Le case domani 

Il design – da sempre motore immobile nel definire esperienze abitative quindi stili di vita – ha un ruolo centrale, quasi da mediatore tra umano e tecnologia: «Nelle sfide del futuro l’arredo dovrà dialogare con questi nuovi sistemi. Già esistono divani progettati per permettere il passaggio dei robot aspirapolvere: lo stesso principio potrebbe essere esteso a molti altri elementi della casa, anche in termini di movimento e interazione». In prospettiva, materiali, colori e superfici potrebbero essere progettati tenendo conto dei sistemi di computer vision, affinché gli oggetti siano facilmente riconoscibili dalle macchine, ma anche cucine e bagni potrebbero essere strutturati per includere una movimentazione robotica. Le persone stesse saranno chiamate ad adattarsi a nuovi modi di abitare e a un rapporto diverso con lo spazio domestico, con il proprio tempo, con cosa significa lavorare e cosa riposare.

Hello, robot! La tecnologia domestica può cambiarci la vita. Solo se saremo bravi a fare altro 
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