Simbolo di vacanza e di esotico, il rum è stato il più popolare dei distillati da miscelazione, almeno fino all’era del mojito e del Coca&rum. Poi è sparito dai radar in favore di gin tonic e paloma. Ora però siamo alle porte di un ritorno in grande stile, basato sulla qualità della miscelazione e sul terroir. Parola agli esperti.
Senza andare troppo indietro, ai tempi dei pirati, è ai Caraibi che si deve il successo del rum. Lì veniva prodotto originariamente dalla fermentazione della canna da zucchero, e da lì veniva trafugato via nave alle coste della Florida durante il Proibizionismo, negli anni Venti del Novecento. Era un rum pessimo da bere liscio e quindi veniva miscelato con zucchero e lime, come nelle terre di origine. Il gusto della libertà e del proibito diventa a un certo punto persino una destinazione a bordo delle nascenti Booze Cruises, navi da crociera che salpavano alla volta delle acque internazionali o con destinazione Cuba. Si viaggiava solo per bere Daiquiri (dal nome di una spiaggia cubana) e Mojito, plasmeranno così i cocktail che nasceranno in America non appena nel 1933 l’alcool tornerà legale.
Tiki made in USA
Nasce così l’era Tiki, quella di cocktail serviti in stravaganti bicchieri o tazze di ceramica a forma di idoli polinesiani, decorati con tanto di ombrellino, una cultura della mixology di altissimo livello. Da Hollywood a San Francisco e nelle grandi città, Zombie e Mai Tai diventano il simbolo di vacanza, di esotico, di evasione, e quando il turismo si fa via via davvero popolare, la stessa sorte seguirà per quei cocktail. Nei villaggi turistici venivano serviti in quantità, finché negli anni Settanta si preferivano miscelazioni veloci e ingredienti a più basso costo. Rum, sciroppi come la granatina e succhi di frutta diventano gli ingredienti più usati fino a quegli anni Ottanta frullati con ghiaccio per versioni frozen.
Blue Hawaii e Elvis
Nel 1957 all’hotel Hilton di Honolulu viene usato il Blue Curaçao per un cocktail dal colore del Pacifico, chiamato Blue Hawaii. Stesso titolo (quasi) di un film con Elvis Presley che nel 1961 proietta le Hawaii e il suo drink color piscina, nell’immaginario collettivo. Come già successo prima di lui, la versione originale viene adattata ai semilavorati e ad una ancora più dolce e commercialmente interessante. Nel 1978 alla Piña Colada accade la stessa sorte, e comincia a non venir più fatta miscelando ananas fresco e latte di cocco ma versando i preparati nelle macchine per granite. In versioni similari sono arrivati sino a noi.
In Italia questi cocktail si diffondono nelle discoteche negli anni Ottanta e Novanta. Se il locale aveva un barista vagamente degno di questo nome, ti faceva un Mojito, il cocktail a base di rum più venduto in Italia a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila. Altrimenti andavano per la maggiore i cocktail veloci come gli highball, a base di un distillato + bibita gassata: diventano protagonisti gintonic, gin lemon, vodka tonic, vodka lemon e coca & rum. Non a caso.
Il marketing del rum&cola
«La notorietà del rum&cola è il frutto di un’importante operazione di marketing negli anni Novanta fatta per far conoscere al mondo Havana Club, un rum che allora non arrivava fino in Spagna e Italia. Il prodotto viene promosso con un cocktail: non un semplice rum&cola ma un Havana7&Cola. Un po’ come è successo oggi con lo spritz», spiega Alessandro D’Alessio, pluripremiato e sorridente Head Bartender del Rita’s Tiki Room, punto di riferimento per la miscelazione Tiki italiana e “costola” caraibica del Rita&Cocktail Bar, parte della classifica The 50 Best Cocktail Bars of Europe. Al Rita’s Tiki Room ci si rifà agli anni della vera cultura Tiki, quella dei pionieri e della mixology di alto livello, per preparazione e ingredienti. «Spesso si usano come sinonimi ma il Cuba Libre è un cocktail ufficiale IBA con una ricetta codificata, il rum&cola permette invece una varietà di rum» di ricerca e di nicchia, o per citare dei brand che tutti conoscono anche di Bacardi (ora Made in PortoRico) o Pampero “il rum più venduto nei peggior bar di Caracas”, Venezuela (una delle migliori pubblicità italiane al pari di Milano da Bere di Ramazzotti). «Anche parlare di rum al singolare è riduttivo. Metodi di fermentazione e produzione, temperature e quindi terroir danno dei risultati molto diversi fra loro. La canna da zucchero è come l’uva per un vino », mi spiega distinguendo fra Antille francesi e Polinesia. L’era del rum è però durata poco, perché 10 anni dopo non sognavamo più Caracas ma eravamo in pieno boom del gintonic (ne abbiamo scritto qui, intervistando il volto della gin renaissance). Il mondo della notte era già in crisi e il rum è uno dei distillati che al bancone ha sofferto di più, scalzato dal rito dell’aperitivo e dal gintonic a tutte le ore.
Quanto ne beviamo davvero
A livello globale, fra i distillati, il rum rappresenta circa il 15% del volume globale (il whisky è il 35%, la vodka il 25%, il gin il 10%, con il restante 15% distribuito tra tequila, brandy e altri) ed è un mercato che è stato valutato a 37.53 miliardi di dollari nel 2026, con una previsione di raggiungere i 44.49 miliardi di dollari entro il 2031, registrando un tasso di crescita annuo del 3.46%. Il mercato sta assistendo a un notevole spostamento verso varietà di rum premium e invecchiate, trainato dai distillatori che adottano tecniche di maturazione avanzate tradizionalmente utilizzate nella produzione di whisky e bourbon – dice il report di Mordor Intelligence. Anche in Italia, se guardiamo però alle vendite globali, il rum è la seconda categoria di spirits più consumata (11%), preceduta solo dai liquori come bitter e aperitivi.
È (quasi) l’ora del rum
«È il momento per parlare di rum», esordisce Monica Noni, brand ambassador per l’Italia di Brown-Forman, che ha brand di prestigio come Diplomático Rum. «Rum e coca, o i chupiti di rum e pera, non erano mixology, era bere e quel tipo di utilizzo è sparito, fortunatamente, e oggi c’è molta più attenzione alla qualità, anche dei rum chiari, da miscelazione». E cita Diplomático Planas, invecchiato per sei anni in botti di rovere bianco americano che contenevano bourbon. Le fa eco Martina Guidotti, brand manager per la stessa azienda: «La categoria del rum è in flessione, ma se guardiamo ai prossimi cinque anni ci aspettiamo performance positive. È l’unico segmento che crescerà, insieme al tequila, ma a farlo saranno i rum super premium: siamo all’alba di una rum renaissance», sentenzia. Effettivamente il rum ha dalla sua ha un gusto tondo, dolce, accessibile, ben diverso dalla pungenza del ginepro o delle note di un whisky. «Tutti i panel fatti ci confermano che all’assaggio il rum piace a tutti. La sfida è farlo provare. Se il momento dell’aperitivo ha monopolizzato le occasioni di consumo dei cocktail, che prima erano una cosa da gente della notte, oggi l’interesse per i rum si indirizza verso i prodotti premium da degustazione, per il dopocena, da centellinare con un pezzo di cioccolato. Ma «stiamo facendo un lavoro per “svecchiare” il rum e spingere cocktail come il daiquiri», prosegue Noni. Ma come per il Cuba Libre, lo spritz o il gintonic, il segreto del successo è anche trovare un perfect serve facile, facilissimo. Lei punta sul Rum mule, da fare semplicemente con un topping di ginger beer.

Degustazioni e vecchi classici
Alessandro osserva quotidianamente da dietro al bancone del Rita’s Tiki Room un pubblico sempre più interessato. Molto lavoro è stato fatto negli ultimi anni, spiega, sia da Luca Gargano del distributore Velier, uno dei grandi scopritori di rum di micro-distillerie, sia grazie ad un nuovo sistema di classificazione fatta non solo in base alla provenienza, pari a quella di un whisky. «Ora gli strumenti e i prodotti li abbiamo, sta a noi farlo amare». E al Rita’s Tiki Room ora offrono più di 200 etichette suddivise per regioni, fino al Giappone e qualcosa di italiano persino. Si può fare una degustazione al calice con tanto di glossario per avvicinarsi al rum capendone tecniche e scelte produttive. Per invece chi si avvicina da zero «gli highball possono creare più interesse, è una tendenza vincente ma anche un grande classico. Cuba Libre, Dark ‘n’ Stormy, Rum Cooler, sono tutti drink freschi, beverini, facili, perfetti per approcciarsi a questo spirit e alle diverse sfaccettature del rum», spiega. Ma oltre che a cocktail e a prodotti di nicchia per appassionati, anche il rum stesso sta tentando nuove strade.
Facciamolo rosa
Svecchiare il rum è un po’ l’obiettivo dei produttori, e infatti oltre a pensare a nuovi cocktail o momenti di consumo, c’è chi lo ha fatto rosa, il colore che più di tutti ha avuto successo nel mondo della miscelazione e del vino negli ultimi anni, basti pensare al Paloma o al rosé all day. Ron Matusalem, con più di 150 anni di storia alle spalle, ha lanciato nel 2026 il primo rum rosé al mondo. Pionieri a Cuba nell’applicazione del sistema Solera, originariamente utilizzato per l’invecchiamento di vini Sherry e Brandy, alla produzione del rum. Nel caso del nuovo rosato Insolito, questo processo è completato da un affinamento in botti di ex vino Tempranillo–uno dei vitigni più riconosciuti e diffusi in Spagna e Portogallo, che gli regala un colore rosa Provenza. Da provare liscio o miscelato, con soda al pompelmo proprio come per un Paloma.
