Non solo albero di Natale. La trasformazione del presepe racconta come cambiano le nostre case e il nostro modo di celebrare ciò in cui crediamo.

Il presepe è un gesto che ci unisce. Ci fa rallentare, usare le mani, progettare uno spazio. Si sceglie un punto della casa, si immagina una scena: chi c’è, cosa succede, dove cade la luce. Non serve essere esperti o religiosi, basta avere voglia di costruire qualcosa insieme. È un piccolo rito creativo che dà ordine alla casa e al tempo delle feste. Un modo concreto per dire: questo momento conta.E forse è per questo che il presepe può tornare al centro del nostro Natale: non per tradizione, ma perché ci invita a essere presenti. Ogni anno un po’ diverso, ogni anno più nostro. Il presepe cambia con noi e la sua storia racconta proprio questo.

Dalle chiese alle case

Per secoli si è guardata la Natività in chiesa, da lontano. Quando comincia a entrare nelle case, tra Settecento e Ottocento, la distanza si annulla. Le figure diventano più piccole, più prossime a chi le dispone, parte delle vite di chi le compra, decide dove posizionarle, come allestirle, in una personale interpretazione della scena.

Nel Novecento il presepe si diffonde, cambia materiali e scale. Ma è a Napoli, nelle botteghe di San Gregorio Armeno, che questa trasformazione mostra la sua natura più viva. Qui la nascita non viene collocata in un altrove ideale: si radica nella città. I volti, i mestieri, le abitudini quotidiane entrano nella scena senza forzature. Non per attualizzare, ma per riconoscere che la vita che si svolge intorno è già parte del racconto. Le mani che modellano l’argilla, che dipingono un profilo o cuciono un drappo non cercano l’eccezione: cercano la somiglianza con ciò che si vede ogni giorno in strada. È per questo che ogni presepe napoletano assomiglia a chi lo fa e a chi lo guarda.

Fra statuto di Maradona e quelle dell’ultimo VIP, ogni anno ci parla anche del presente, di cosa è cambiato. La tradizione non è un archivio e a Napoli, ha la forma di una contemporaneità che entra nella scena senza chiedere il permesso.

Il presepe rubato

A Palermo, all’Oratorio di San Lorenzo, questa relazione con il tempo è diventata un rito. Nel 1969 la Natività di Caravaggio fu trafugata e l’altare rimase vuoto. Un vuoto che non è stato colmato, ma ascoltato. La domanda non è stata come rimettere un’immagine al suo posto, ma come continuare a guardare insieme un’assenza che riguarda la città. Dal 2011, la rassegna NEXT invita ogni anno un artista a creare una nuova Natività da presentare alla mezzanotte del 24 dicembre. L’opera non sostituisce ciò che manca: si colloca nel suo spazio, riconoscendolo. In queste notti d’inverno, Palermo non cerca un originale perduto: si ritrova intorno a un’immagine che torna solo perché qualcuno l’ha pensata per quel luogo.

Quando, per esempio, nel 2016 Michelangelo Pistoletto ha lavorato all’Oratorio, ha riportato lo spettatore all’interno della scena: la nascita avveniva nel riflesso. Quest’anno, invece, la Natività sarà affidata alla pittrice Maïa Régis, che lavora su immagini che appaiono e si ritirano, come qualcosa che esiste prima di essere definito. Il suo è un modo diverso di tenere aperto lo stesso varco, lasciando che sia lo sguardo a completare ciò che l’immagine suggerisce. L’arte, qui, non aggiorna la tradizione: la rimette in movimento.

Il presepe tra arte e design: una tradizione che cambia con noi
Annunciazione Terzo Paradiso, 2024. Installazione nell’Oratorio di San Lorenzo, Palermo, 2024. Foto: Maurizio Zambito © Amici dei Musei Siciliani.

I presepi design  di Alessi

Il presepe oggi entra in casa con linguaggi diversi. Sta su una mensola, vicino a una lampada, tra i libri: è un oggetto che deve convivere con il resto, senza chiedere troppo spazio, o prendendoselo tutto, di prepotenza. Se un tempo erano scene enormi, oggi si prediligono anche le piccole dimensioni, come quelle di Alessi. Le collezioni in porcellana disegnate da Marcello Jori e Massimo Giacon lo dimostrano. Figure compatte, colori misurati, una dimensione che si adatta facilmente agli spazi di casa. Ogni anno si aggiunge qualcosa: una figura, un animale, un dettaglio che cambia l’insieme e fa evolvere la scena.

Il presepe tra arte e design: una tradizione che cambia con noi

“Volevamo fare un presepe del futuro”, hanno affermato Marcello Jori e Massimo Giacon presentando Miracolo!, Un presepe in cui i personaggi della Natività hanno una forma squadrata che richiama l’estetica dei videogiochi. Figure geometriche, una capanna altrettanto lineare, creando una composizione tra tradizione e avanguardia.

Il presepe tra arte e design: una tradizione che cambia con noi

Massimo Giacon e Marcello Jori fondono il loro talento artistico in uno speciale progetto che porta la firma di entrambi: il presepe Happy Eternity Baby.  la scena della Natività è divisa in gruppi di figure di porcellana – la Sacra Famiglia, il bue e l’asinello, i tre Magi, la cometa, l’Angelo, il pastorello, le pecorelle. Un presepe che è una vera opera d’arte.

Il presepe infinito di Thun

Una logica simile la troviamo nel Presepe Thun, che può però estendersi da poche decine di centimetri a metri. È diventato un vero fenomeno: gli appassionati iniziano a parlarne già in estate e aspettano la nuova uscita dell’anno con curiosità. Ogni statuina aggiunge un pezzo al paesaggio: mestieri, palme, fiumi, muretti, balle di fieno. Ci sono collezionisti che lo tengono persino esposto tutto l’anno, e ogni anno lo fanno crescere un po’.

In entrambi i casi, il presepe non è mai finito: si aggiorna, si arricchisce, si muove insieme a chi lo crea. È design perché organizza lo spazio, è racconto perché mette in relazione. E forse è proprio per questo che ci coinvolge: è un oggetto che non ci chiede solo di guardarlo, ma di prenderci cura della sua forma.

Presepe thun

Dalle statue della natività agli animali, passando per altri accessori ed elementi d’arredo: sono tanti i personaggi in ceramica tra cui poter scegliere.