Popolare, pop, bianco, buccia di cipolla e ramato, amato, declassato e poi riscoperto: il Pinot Grigio non ci ha mai veramente abbandonato. Anzi, la sua storia racconta qualcosa di piuttosto raro nel settore: una varietà diventata famosa proprio allontanandosi dalla sua interpretazione tradizionale e che oggi viene riscoperta tornando, almeno in parte, al passato. Negli ultimi anni ha rimesso d’accordo – o fatto discutere – produttori, intenditori e consumatori su quale sia davvero la sua versione migliore.

«Il Pinot Grigio è la varietà dell’incoscienza: precoce, generosa, ottimista. Figlia legittima degli anni Sessanta e Settanta che l’hanno esaltata in Italia, e fuori dall’Italia», dice Theo Zierock, 36 anni, quarta generazione della famiglia alla guida di Foradori. La cantina di Mezzolombardo, nel Campo Rotaliano (Trentino), è da anni impegnata nel recupero di vitigni a rischio di scomparsa. Storicamente legata al Teroldego, la cui esistenza sul territorio è documentata fin dal Cinquecento, ha cominciato a produrre Pinot Grigio nel 2014. Nella parte meridionale del Campo Rotaliano, dove il suolo è di origine alluvionale, con una presenza significativa di ghiaia e rocce dolomitiche, la famiglia Zierock ha impiantato due ettari di vigneti. «All’inizio mia madre era contraria, la riteneva una varietà troppo accomodante, che si era portata via nel tempo le varietà autoctone nel Trentino e nel Nord Est. La verità è che è una bella vigna, matura presto, in grande quantità e piace (ancora) al grande pubblico», continua Theo. 

Pinot grigio, la verità è che piace (ancora) a tutti. Anche quando non è bianco
La famiglia alla guida di Foradori, storicamente legata al Teroldego e impegnata nel recupero di vitigni a rischio di scomparsa. Dal 2014 produce anche Pinot Grigio nel Campo Rotaliano, lavorando due ettari di vigneto nella parte meridionale della zona.

Il Pinot Grigio che voleva uscire «fuoripista»

Producono diecimila bottiglie l’anno insieme a Marco Devigili, storica presenza del Campo Rotaliano. Ha venduto le sue uve alla cooperativa una vita, senza smettere d’interessarsi all’agricoltura biodinamica. «L’abbiamo chiamato ‘Fuoripista’, il nostro Pinot Grigio, perché volevamo uscire dalla sua interpretazione più comune, quella in bianco, e provare a lavorare sulla varietà in modo diverso». La vinificazione prevede una lunga macerazione sulle bucce, che dura circa sette mesi, e l’affinamento in tinajas, anfore di terracotta. «Il contatto prolungato sulle bucce ne aumenta il colore, senza portarlo verso le tonalità ossidanti di alcuni ramati friulani, è oleoso e vibrante, con una componente aromatica che ricorda la pesca», spiega ancora Theo. 

Pinot grigio, la verità è che piace (ancora) a tutti. Anche quando non è bianco
Il Pinot Grigio Fuoripista nasce dalla collaborazione tra Foradori e Marco Devigili. Lunga macerazione sulle bucce per circa sette mesi e affinamento in tinajas di terracotta danno al vino colore, struttura e una componente aromatica che richiama la pesca.

‘Fuoripista’ fa quindi l’opposto di ciò che, dagli anni Sessanta in poi, ha reso famoso il Pinot Grigio: invece di separarlo dalle bucce per ottenere un bianco chiaro e immediato, prolunga quel contatto per mesi. L’obiettivo era quello di uscire dalle «zone museali» di questo vitigno e capire che cosa potesse diventare fuori dall’interpretazione che ne aveva decretato il successo commerciale. Nonostante l’impostazione rivoluzionaria, è comunque riuscito a farsi apprezzare, anni fa, da Chiara Ferragni e Tommaso Paradiso (e i loro follower). Quando ne hanno parlato nelle loro storie Instagram, l’intera produzione è finita nel giro di poche ore.

Pinot grigio, la verità è che piace (ancora) a tutti. Anche quando non è bianco
Santa Margherita Pinot Grigio, È il vino che ha contribuito a trasformare il Pinot Grigio in uno dei bianchi italiani più riconoscibili al mondo. Nel 1960 Santa Margherita scelse la vinificazione in bianco, separando il mosto dalle bucce e ottenendo un vino chiaro, profumato e immediato, destinato poi a conquistare anche il mercato statunitense.

Da vino italiano a vino delle star oltreoceano

Non è certo un fatto nuovo che il Pinot Grigio riscuota successo tra le celebrità. Essendo stato per oltre quarant’anni il maggior vino bianco italiano consumato negli Stati Uniti, ha avuto modo di farsi apprezzare da protagonisti dello star system come Lady Gaga, Rihanna e Drake grazie a Santa Margherita. Il gruppo vinicolo con base a Portogruaro (Veneto) intuì che il vino stava attraversando un cambiamento culturale che ne avrebbe rivoluzionato identità e mercato. Ma per capire come un vitigno dalla buccia grigio-rosata sia diventato uno dei bianchi italiani più riconoscibili al mondo bisogna tornare al 1960, quando il conte Gaetano Marzotto, imprenditore e, allora, alla guida della cantina, vide nel Pinot Grigio, e nella sua vinificazione in bianco, un modo di inserirsi nell’Italia post boom economico.

Lo portò via dalla tavola, il vino era un alimento, ne chiarificò il colorito, fino a quel momento instabile, e lo consegnò alle donne, escluse dal suo consumo sociale. «Santa Margherita vantava una forte specializzazione nella vinificazione dei varietali a bacca bianca quali il Riesling per la produzione di vino fermo e il Pinot Bianco e lo Chardonnay utilizzati come base per vini spumanti. Il legame già solido con il Trentino-Alto Adige, da cui si approvvigionava per le uve, sarebbe stato un altro dei fattori fondamentali per l’avvio del suo progetto», spiegano dall’azienda. Alla vigilia della prima vendemmia, gli enologi di Santa Margherita separarono il mosto dalle bucce, riducendo così l’estrazione dei composti fenolici responsabili dell’instabilità del colore. Il risultato fu un vino bello, profumato, facile da apprezzare. Soprattutto, era un vino che non richiedeva di essere esperti per essere bevuto. E quella che per alcuni sarebbe diventata la sua debolezza – essere poco pretenzioso – fu inizialmente la ragione del suo successo.

L’anno in cui il Pinot Grigio conquistò l’America