Per molti è il “padre” del commisario Maigret, per altri, l’autore che ha messo a nudo l’animo umano nei suoi romans durs. A più di trent’anni dalla morte, Simeon resta tra gli scrittori più tradotti e letti al mondo, ma soprattutto in Italia, dove ora gli si dedica anche une mostra alla Cineteca di Bologna. Perchè? Perchè si limita a raccontare, in modo modernissimo, ciò che spesso preferiremmo non vedere.

C’è qualcosa in Georges Simenon, classe 1903, che continua ad appassionare lettori, critici, editori da quasi un secolo. Simenon, che inizia a scrivere a sedici anni, viene da un mondo ormai lontano, fatto di bistrot anni ’30, parole – poche – una pipa accesa come quella della sua “creatura” più nota, il commissario Maigret. Nella vita è stato tutto: fenomeno editoriale, scrittore da record, outsider letterario, precursore del noir psicologico. Oggi però non è solo “il grande autore” celebrato dalla critica per l’essenzialità del suo stile, che tanti cercano ancora di imitare, è anche, e soprattutto, uno scrittore che si continua a leggere.

Ovunque. Ma in Italia, più che altrove. A dimostrarlo è anche il successo della mostra Otto viaggi di un romanziere, ospitata alla Cineteca di Bologna dal 10 aprile 2025 all’8 febbraio 2026. Il perché – dice suo figlio John durante un’intervista su La Repubblica – «resta un mistero, quasi un miracolo». Eppure a noi e a Ena Marchi, editor di Adelphi che ne cura le traduzioni italiane – il motivo non sembra affatto un mistero. Anzi, ne abbiamo trovati diversi.

Non è (solo) colpa di Maigret

Come dice Ena Marchi, editor di Adelphi Edizioni « Simenon non sbaglia un colpo: basta leggere le prime due pagine di un suo romanzo per esserne catturati, per non riuscire più a mollarlo. E lo stesso accade con i suoi reportage: perché, nei suoi viaggi (in Russia come in Gabon, sui canali di Francia come alle Galápagos), lui non andava alla ricerca né del pittoresco né dell’esotico, ma di quello che chiamava «l’uomo nudo» – e quello che gli interessava più di ogni altra cosa, di conseguenza, erano le storie degli esseri umani che incontrava: storie che nessuno sapeva raccontare come lui e che non hanno perso un grammo del loro fascino ».

1. Una spiritualità che non predica. 

I romanzi di Simenon non parlano di fede, ma le sue storie sono attraversate da una profonda spiritualità. Laica, mai dichiarata. Dietro ogni gesto estremo, ogni errore, ogni crollo psicologico c’è la consapevolezza che l’essere umano è intrappolato in una zona grigia, tra bene e male, tra istinti e tentativi di uscirne (spesso però senza riuscirci). Nei suoi libri infatti non esiste una vera salvezza, solo una spinta costante verso la ricerca, la comprensione, del senso di ciò che si sta vivendo. È una spiritualità che non “predica”, ma osserva. E proprio questa visione, l’idea che la colpa sia parte inevitabile della vita – sembra coincidere con un modo tutto italiano di leggere la realtà: fluido, non binario, pronto ad accettare la complessità senza doverla per forza semplificare.

2. Una scrittura senza aggettivi.

Quando era ancora agli inizi, Simenon ricevette un consiglio da Colette – grande scrittrice dell’epoca e futura premio Nobel – che cambiò per sempre il suo modo di scrivere: «Troppa letteratura. Togli gli aggettivi e tutto andrà bene». Simenon non solo lo prese alla lettera, ma ne fece una regola: il suo metodo. È per questo che nei suoi romanzi gli aggettivi sono pochi, scelti con cura. Le frasi sono concise, le sue parole semplici. È così che è riuscito a lasciare al lettore lo spazio per sentire, immaginare, ragionare. In un tempo come il nostro, saturo di parole vuole e ambigue, leggere Simenon ha l’effetto di una scossa.

3. Eroi che sbagliano, come noi.

Nei romanzi di Simenon non ci sono eroi, e nemmeno colpevoli in senso assoluto. Ci sono solo uomini e donne qualsiasi, rispettabili o invisibili, umili o ricche che a un certo punto fanno o vivono qualcosa di irreparabile. E non succede per questioni ideologiche o per un’improvvisa follia ma per frustrazione, per bisogno, per rabbia o desiderio. Ed è lì che Simenon li coglie: nel momento esatto in cui qualcosa dentro loro si spezza. Li segue senza giudicarli, mentre mentono, fuggono, si nascondono. Spesso si perdono. Spesso non imparano nulla. Ma proprio per questo ci sembrano ancora veri, vicini. 

4. Un’opera sterminata, ma romanzi brevi.

Nel corso della sua vita, Simenon ha scritto un numero impressionante di romanzi, più di 400. Di questi, 75 vedono come protagonista il commissario Maigret, personaggio bonario e riflessivo, spesso malinconico che beve calvados, fuma la pipa e passa la sua vita tra i bistrot e i salotti borghesi. Su quei delitti, scritti tra il 1931 e il 1972, lui indaga per comprenderne le ragioni, più che i colpevoli. Tutti gli romanzi sono i cosiddetti romans durs chiamati così perché più brevi ma anche più audaci. Qui Simenon infatti abbandona il formato del giallo classico per concentrarsi su titoli che come La neve era sporca o L’uomo che guardava passare i treni rispondono in maniera diversa alla stessa domanda: cosa succede quando una persona “ordinaria” crolla? In questi libri – che Simenon considerava i suoi più autentici – si fugge, si mente, ci si perde. Addirittura si uccide. Non c’è una trama tradizionale, solo punti di rottura in scala 1:1.


A ognuno il proprio Simenon

Ogni suo libro è una variazione su questo tema. È per questo che, dentro il catalogo delle sue opere, ogni lettore può trovare il “suo” Simenon. Da questa stessa vastità, nel 2025 la Cineteca di Bologna gli ha dedicato una grande retrospettiva intitolata: Otto viaggi di un romanziere, curata da Gian Luca Farinelli e John Simenon. Un percorso tra manoscritti, fotografie, oggetti personali e adattamenti cinematografici che ha rivelato tutte le sfaccettature del suo lavoro e dei suoi viaggi (reali e immaginari): Simenon cronista, Simenon fotografo, Simenon narratore dell’invisibile. Ma soprattutto, ha mostrato quanto il suo sguardo – essenziale, implacabile, umano – resti attuale oggi più che mai.

Chi vuole scoprire Simenon oggi ha molte strade. Una è partire da qui.

Perché leggere ancora georges simenon. E perché farlo soprattutto in estate

Uno dei primissimi casi del commissario Maigret, e manifesto del suo metodo: nessun inseguimento, solo osservazione e attesa. A Concarneau, cittadina portuale della Bretagna, un notabile viene ferito da un colpo di pistola. Poi un altro. Intorno, una serie di piccoli eventi inspiegabili e la presenza silenziosa di un cane dal pelo giallo. In un clima sempre più denso, Maigret non cerca la verità: la lascia emergere.

Perché leggere ancora georges simenon. E perché farlo soprattutto in estate

Simenon lo definiva “un romanzo senza finzione”. Racconta la propria infanzia e adolescenza a Liegi tra il 1903 e il 1918, con sguardo da cronista e tono da romanziere. È una storia familiare, politica e sociale, ma soprattutto è il ritratto di un mondo perduto: quello della piccola borghesia belga, attraversata da ipocrisie, piccole ambizioni e tensioni nascoste. Tutto ciò che Simenon racconterà nei suoi romanzi nasce qui.

Perché leggere ancora georges simenon. E perché farlo soprattutto in estate

Arizona, confine con il Messico. Due fratelli si ritrovano dopo anni: uno è un avvocato benestante e rispettato, l’altro un evaso in fuga. Quel che ne viene fuori non è un confronto, ma una vera e propria resa dei conti. Scritto pochi mesi dopo la morte del fratello Christian, è forse il romanzo dove affiorano con più forza il senso di colpa e l’irrisolto. Nessuno salva nessuno, ma tutti si scoprono vulnerabili.

Perché leggere ancora georges simenon. E perché farlo soprattutto in estate

Cinque racconti scritti negli anni Trenta, pubblicati in italiano nel 2024 da Adelphi. Cinque notti parigine, cinque piccoli drammi che si consumano nel buio, tra insegne al neon e silenzi troppo lunghi. Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, una cantante in declino incrocia un uomo che non ha mai smesso di pensare a lei. Una miniatura perfetta del mondo simenoniano: malinconia, disillusione, legami indissolubili.

Perché leggere ancora georges simenon. E perché farlo soprattutto in estate

Ernest Malempin è un contabile senza qualità. Non ha personalità, legami, ambizioni. Poi scompare. Nessuno sembra preoccuparsene, nessuno lo cerca. Eppure, qualcosa si è spezzato. In questo racconto breve e tagliente, Simenon riflette sul bisogno di essere visti e sulla paura di non lasciare traccia. Qualcosa di estremamente contemporaneo.


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