Su di loro ci accomodiamo in tanti, chiacchieriamo, ci innamoriamo, mangiamo o ci riposiamo, tutti insieme. Le panche sono il simbolo della condivisione, delle feste di paese, delle sagre. Sono il contrario delle sedie, per loro natura singolari. E l’estate è panca.
Le panche sono tra gli arredi più antichi e diffusi al mondo. Simbolo tanto degli spazi pubblici quanto di quelli privati, la panca ha una forma semplice – essenzialmente una seduta allungata – e una storia che invece è tutto fuorché lineare. Dalla pietra per i templi, passando per il legno dei chiostri agli oggetti di design contemporaneo, la sua evoluzione è continua. La sua funzione? Anche. Perché una panca non è solo un mobile: è un luogo dove accadono cose. È uno “spazio per il dialogo”. Oggi chi fa design contemporaneo ne è interessato più che mai, e ne celebra la funzione sociale e simbolica con modelli che trovano un modo unico per metterci in connessione con i luoghi (e le persone) intorno a noi.

Mille anni fa nasceva la seduta democratica
Le prime panche – o meglio, proto-panche – visto che erano poco più che assi di legno addossate alle pareti delle abitazioni o dei luoghi pubblici, nascono là dove tutto è nato: nelle antiche società Egizie, Greche e Romane. Spesso erano abbastanza larghe da poterci dormire o persino mangiarci, usandole come tavoli improvvisati per il pasteggio. Già allora acquisivano una forte valenza sociale: mentre alle persone di alto rango era riservato il sella curulis (uno sgabello pieghevole) o la sedia solenne, la panca era reputata la seduta “democratica”, adatta a tutti gli altri, allestita praticamente ovunque: nei fori, nelle terme, nei templi. In questi contesti, sedersi su panche di pietra permetteva alle persone comuni di sostare, discutere o assistere a eventi pubblici.
Distinzione analoga nel Medioevo. Oggetto essenziale, artigianale e povero di decorazioni, la panca – insieme alla cassapanca – era la seduta e il giaciglio prediletto delle case di lavoratori. Le sedie con schienale alto erano rarissime, riservate a re, nobili o al capofamiglia (da cui l’origine del termine “chairman”). Negli spazi pubblici la panca era sì uno “spazio” da condividere ma solo da chi condivideva lo stesso status. Nessuna dama aristocratica avrebbe mai accettato di sedersi accanto a una serva. Non a caso dall’uso medievale della panca deriva l’espressione idiomatica tedesca “durch die Bank” (letteralmente “attraverso la panca”), che significa letteralmente “senza distinzione, tutti quanti” alludendo al tempo in cui sedere lungo la stessa panca indicava l’essere uguali agli occhi della società. Eppure, nonostante abbia attraversato secoli di usi e costumi, la panca resta un oggetto vivo. Si evolve. Cambia forma. Nel ‘700 aggiunge schienali alle cassapanche o ai bauli e si trasforma nei settle inglesi: modelli di panche in legno con braccioli e schienale alto, presenti nelle case prive di boiserie, le coperture in legno delle pareti. Ma resta sempre con noi, silenziosa e centrale nella nostra vita. E il passo successivo, è quello della piazza.
La panca diventa pubblica, e si fa panchina
L’800 segna una svolta decisiva: la panca, da mobile prevalentemente domestico o religioso, diventa protagonista dello spazio urbano, sotto forma di panchina pubblica. Con la rivoluzione industriale e la nascita delle città moderne, aumenta l’attenzione per l’arredo urbano: fontane, illuminazione, edicole. E ovviamente lei, la panchina da esterni. A Parigi, durante i rinnovamenti di Haussmann, migliaia di panche firmate dall’architetto Gabriel Davioud furono installate lungo i nuovi boulevard e segnarono la nascita della “panchina parigina”. I modelli erano due: il banc droit (dritto) e il banc gondole (curvo a doppia seduta), in legno di quercia e ghisa, dipinti di verde scuro. Dovevano offrire “comfort ai parigini che camminano”. Prima dell’auto, chiunque faceva chilometri a piedi e le panchine permettevano loro di fare una pausa durante la loro passeggiata. Anche Londra e altri città europee ne seguirono l’esempio: nei parchi vittoriani comparvero sedute per i flâneurs (ossia chi vagava oziosamente per le vie cittadine) e nelle stazioni ferroviarie, nate nel 1840, le prime panche per i viaggiatori in attesa dei loro treni. All’inizio, però, le panchine pubbliche non venivano considerate davvero “pubbliche”: appartenevano alla borghesia. Un’immagine a sigillo di questo è quella di un celebre dipinto del 1879 di Édouard Manet – La Serra – che ritrae una giovane coppia elegante su una panca: lei seduta, lui in piedi. Il tempo libero per godersi il parco era un lusso di classe. Ma con l’allargarsi dei diritti civili, la panchina diventò davvero per tutti. In ghisa e in listoni di legno, con decorazioni liberty o floreali a seconda dello stile locale. E pronta a entrare nel secolo successivo.

All’inizio del ‘900 molte metropoli svilupparono modelli propri di arredo urbano: Parigi mantenne i bancs Davioud, Londra ebbe le classiche panchine in ghisa vittoriane, New York installò panchine nei suoi parchi pubblici, tra cui Central Park. Col tempo, materiali nuovi come l’acciaio e il cemento si aggiunsero al legno e alla ghisa, dando vita a design più essenziali e robusti. Parallelamente, nel design d’interni la panca conobbe una riscoperta grazie ai movimenti modernisti. Architetti e designer razionalisti vedevano nella panca una forma pura, priva di ornamenti superflui e adatta agli spazi aperti e flessibili della vita moderna. Un esempio iconico è la Platform Bench progettata da George Nelson nel 1946–47 per l’azienda Herman Miller. Si trattava di una panca dalle linee pulite in legno a doghe, concepita sia come seduta che come superficie d’appoggio. Secondo la tradizione, Nelson l’avrebbe inizialmente disegnata per il proprio ufficio, con l’idea che la mancanza di fronzoli e di comfort eccessivo «avrebbe incoraggiato i visitatori a esprimersi in fretta per poi andare per la loro strada». Che questa origine sia vera o no, la Nelson Bench divenne presto un classico del design mid-century: un oggetto dall’anima flessibile, perfetto per la casa moderna, usato all’ingresso, in soggiorno come tavolino-basso, o ai piedi del letto. La sua importanza è tale che oggi è considerata un elemento indispensabile dell’arredo di una casa, riflesso del paesaggio domestico contemporaneo.
Panche contemporanee, come ci sediamo oggi?
Negli anni Duemila designer, architetti e artisti hanno continuato a reinventare la panca, ampliandone i significati e il senso estetico. Da un lato c’è una forte spinta verso l’innovazione formale e tecnologica: si sperimentano nuovi materiali (panche stampate in 3D, panche in plastica riciclata, panche solari riscaldate o illuminate) e nuove forme ergonomiche. Dall’altro lato c’è il ruolo (e il potere) che la panca ha sempre detenuto: quello di elemento d’arredo e strumento sociale: progettato per connettere le persone, incoraggiare l’incontro, portare la bellezza negli spazi quotidiani.
Titikaka trasforma la panca in un’onda. I listelli curvi si avvolgono intorno a una struttura in alluminio come se fluissero, toccando terra da entrambi i lati, in un movimento che sembra naturale eppure è studiato al millimetro. Un’architettura che diventa un arredo che sfida la staticità, disegnato per accogliere il corpo ma anche lo sguardo. Un omaggio silenzioso alla funzione pubblica e poetica della panca, che si inserisce nel paesaggio senza mai passare inosservato.
Una panchina che sembra fluttuare. Nessuna imbottitura, nessuna posa scenografica. Solo acciaio traforato che prende luce, lascia passare l’aria, accoglie. La Perforano Bench nasce negli anni ’90 ma è già classico: riprende le curve delle sedute di Gaudí, le svuota, le rende modulari. Il suo posto è fuori: tra i parchi, nelle stazioni, immersa giardini silenziosi delle città.
Due sedute che si collegano con un movimento continuo, fluido. Disegnata dai fratelli Bouroullec per HAY, nasce per l’esterno nell’ottica di un elemento che possa adattarsi con flessibilità a ciascun progetti urbano: Palissade è modulare, estensibile, perfettamente geometrica. I listelli in acciaio verniciato tracciano lo spazio senza occuparlo, mentre la struttura centrale – la terza gamba – assicura stabilità a una panca che è a tutti gli effetti un sistema personalizzabile.
Non ha schienale, ma avvolge. Non ha angoli ma circoscrive, con grazia, il proprio spazio. Folly è una panca-scultura in polietilene stampato, capace di stare sotto il sole e nella pioggia, nel verde o tra il cemento. Un oggetto unico che richiama una virgola, la curva di un disegno a mano libera.
Pensata per adattarsi a mostre, transizioni scenografiche e momenti di sosta, nasce da un progetto per il Musée Picasso di Parigi e porta nel legno la stessa eleganza silenziosa delle sale che la ospitano. Si incastra, si moltiplica, si sposta. Due, tre, quattro moduli che si uniscono creando composizioni temporanee in quercia naturale.
Pensata per adattarsi a mostre, transizioni scenografiche e momenti di sosta, nasce da un progetto per il Musée Picasso di Parigi e porta nel legno la stessa eleganza silenziosa delle sale che la ospitano. Si incastra, si moltiplica, si sposta. Due, tre, quattro moduli che si uniscono creando composizioni temporanee in quercia naturale.
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