La nuova sfida del design, paradossalmente, è non standardizzare, cercando unicità. Ma vintage e personalizzazioni non bastano più, e oltre agli oggetti serve progettare i luoghi.  

C’è un limite sottile tra un ambiente studiato, progettato con cura, e la sensazione di trovarsi in un catalogo, o peggio in un franchising senz’anima. Non è un singolo dettaglio, è un’insieme. Tutto troppo coordinato, ordinato, armonizzato, overdesign. Pensato troppo, o meglio, in modo così preciso da non lasciare spazio all’improvvisazione e quindi alla personalità. 

Succede nelle case nuove, consegnate chiavi in mano, arredate in total-look, ma molto più spesso negli hotel e nei locali in cui i professionisti dimenticano l’ingrediente più importante. Se vivendo dentro ad una casa, prima o poi, un libro, un soprammobile, un cuscino romperanno l’ordine originario, negli spazi collettivi l’effetto si protrae spesso per anni rendendoli inevitabilmente meno accoglienti. Il progetto totale che per generazioni di architetti è stato il punto più alto della carriera, è oggi il cancro di ristoranti, bar, ma soprattutto alberghi che replicano a volte il già visto, senza originalità, ma soprattutto senza umanità. E nel mercato odierno in cerca di emozioni, esperienze, contatto, sembrare finti non è un pregio. 

L’interior design può essere “troppo”. Come sfuggire dall’effetto franchising e progettare luoghi umani, anche con prodotti in serie 
La sedia da esterno di An-to-ny in mostra a EDIT Napoli

La difficile sfida di far sembrare “vero” un luogo nuovo 

Non è questione di stile, di minimalismo o massimalismo, o del design in sé di divani, sedie e poltrone, ma proprio del progetto. Quindi degli interior designer o degli architetti.  Progettare un ambiente facendolo sembrare vero fin dal primo giorno non è cosa facile, soprattutto se lo si fa con cose nuove. Da qui la corsa alle riedizioni delle grandi icone del design, al vintage, ai mercatini e all’inserimento di pezzi unici all’interno di moduli ordinati da catalogo. Anche i pezzi poco nobili ma vissuti hanno un’aura che l’appena sballato dalla plastica ha difficilmente soprattutto nel caso del “contract” ovvero la fornitura di arredi e complementi per grandi commesse con cui marchi illustri, o sconosciuti al pubblico, arredano progetti più o meno imponenti come hotel e ristoranti e che hanno esigenze diverse da quelle di un privato. 

Personalizzare non basta più

I pezzi devono essere durevoli, riassortibili, rifoderabili… Per i produttori di arredo, un settore redditizio, il vero obiettivo delle fiere come il Salone del Mobile di Milano e affini. Quello che però oggi viene richiesto al mondo del contract non è solo replicabilità ma offrire la qualità ed i servizi che le grandi aziende del design hanno fatto proprie, quindi le tecnologie e le competenze tecniche ed umane in primis, applicati ad un livello massimo di personalizzazione per finiture, tessuti e misure con cui scongiurare l’effetto “ispirato ad una bacheca di Pinterest”. Non più un’estetica neutra, generica, ma oggetti con una identità. Se prima il contract è stato sinonimo di praticità ma poca creatività, oggi è il settore più ambito da aziende e professionisti che puntano a conquistarsi un ordine economicamente di sostanza. E per farlo devono giocare con nuove regole. 

Il contract per spazi pubblici arriva al Salone 2027

Le fiere sono i luoghi in cui questo cambiamento è lampante. Il comunicato stampa del Salone del Mobile di aprile 2027 ha appena annunciato che tornerà la sezione Raritas con 28 gallerie da 12 Paesi e 59 designer per  «complementare la produzione industriale» con «oggetti capaci di dare identità, riconoscibilità e qualità specifica agli spazi. È il punto di contatto tra unicità e progetto, cultura materiale e mercato B2B», che verrà invece esplorato alla sezione Contract, grande novità della 65ª edizione, «una piattaforma dedicata a un mercato nel quale il valore si sposta dal singolo prodotto alla capacità di integrare prodotti, servizi, competenze e gestione all’interno di progetti complessi»,. Vintage, pezzi unici definibili collectible e produzione industriale vanno quindi ora ufficialmente di pari passo. 

L’interior design può essere “troppo”. Come sfuggire dall’effetto franchising e progettare luoghi umani, anche con prodotti in serie 

A EDIT Napoli si guarda al progetto

EDIT Napoli, la fiera del design editoriale e d’autore da otto edizioni fa altro, uscendo dal dualismo mega azienda/ opere d’arte o rarità vintage, valorizzando piccole produzioni industriali o future tali di “design indipendente”. In questo 2026 ha portato in fiera una delegazione di 40 operatori, provenienti da 12 Paesi, ospitati con il contributo di ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane – alla ricerca di pezzi meno già visti, ma ordinabili, selezionati dalla “nostra” Domitilla Dardi, Arts & Culture Editor di foster, curatrice e co-founder insieme a Emilia Petruccelli, direttrice di EDIT Napoli che a Roma ha fondato Mia Home Design Gallery, negozio di design e studio di progettazione. Focus del 2026, “Where Design Shapes”, il progetto, ci spiegano  «in un momento in cui il design rischia di essere ridotto a immagine o tendenza, la fiera sceglie di riportare l’attenzione sul valore della ricerca e sulla capacità del progetto di generare cultura, produzione e nuove opportunità». Oltre l’oggetto, “il design” si espande oltre il prodotto per toccare il vero tema della questione: come gli oggetti che scegliamo possono avere senso, e trovare spazio in modo intelligente nell’ambiente che si vuole realizzare. 

Designer di relazioni