Lo mangiamo praticamente ovunque, ma il gelato è siciliano doc. Secoli prima delle botteghe e delle gelaterie artigianali, infatti, si saliva sull’Etna per mescolare direttamente la neve e il ghiaccio coi mosti di frutta. Così lo sherbet, antenato del gelato, nei secoli ha conquistato tutti, anche il Re Sole. Merito di un palermitano, primo gelataiere della storia e custode di un fenomeno globale, che è stato prima di tutto locale.

Quando si parla dell’Etna, il pensiero corre immediatamente al vino. Eppure questo territorio straordinariamente fertile è anche quello dove, grazie all’abbondanza del ghiaccio, tre secoli fa è nato il gelato e dove, ancora oggi, neve e ghiaccio, mescolati a succhi di frutta o mosti, danno vita allo sherbeth, dall’arabo sharba o sherbet, antichissimo antenato del sorbetto, oltre che del gelato. In Sicilia tutto ebbe origine dal commercio del ghiaccio e da una pratica che oggi definiremmo “sostenibile”: recuperare l’acqua proveniente dallo scioglimento dei blocchi per trasformarla nell’ingrediente di un dolce da servire freddo. Un’intuizione vincente, destinata a rimanere locale solo per pochissimo: fin da subito varca i confini dell’isola, iniziando il suo viaggio come fenomeno gastronomico globale. All’inizio, però, produrre lo sherbeth richiedeva un’enorme quantità di lavoro e il coraggio di affrontare uno dei vulcani più attivi e dunque pericolosi d’Europa. Difficile immaginare che tutto sia partito da un luogo che evoca un’idea di caldo quasi tropicale? Forse. Ma basta cambiare prospettiva e osservare tutto dall’alto, per l’esattezza da 3.000 metri di altitudine, dove la neve diventava una risorsa tanto ambita da essere paragonata, per valore, all’oro.

Etna, terra di gelato. L’anima siciliana di un successo gastronomico mondiale
L’Etna innevato conserva ancora oggi le condizioni naturali che per secoli hanno reso possibile la raccolta della neve destinata alla preparazione dello sherbet. Foto Paola Buzzini.

Fino a Vicolo della Neve a Palermo

Anche se già nel 2000 a.C. in Cina si parla di un “latte condensato ghiacciato” e nel 1565 lo scienziato e architetto fiorentino Bernardo Buontalenti crea la prima miscela di latte, panna e uova, la nascita del gelato avviene nel Seicento, proprio a Palermo, dove, grazie all’abbondanza di ghiaccio (all’epoca la Sicilia era tra i principali produttori d’Europa), questo veniva soprannominato “oro bianco”. A dimostrazione di quanto fossero diffuse le botteghe specializzate nella sua vendita, molte vie venivano battezzate per omaggiarlo, come Vicolo della Neve e Vicolo del Nevajo che oggi mantengono viva la memoria di questa fiorente attività. Quasi tutta la popolazione locale, infatti, era coinvolta nella filiera: c’erano i nivaroli, incaricati di risalire le pendici del vulcano per raccogliere la neve e comprimerla accuratamente, favorendone la trasformazione in ghiaccio, che veniva poi ricoperto di paglia e terra per rallentarne lo scioglimento. I pestaroli, addetti alla pressatura, la compattavano ulteriormente. Protetto da strati di paglia e felci, il ghiaccio veniva poi conservato fino alla fine dell’inverno.

Etna, terra di gelato. L’anima siciliana di un successo gastronomico mondiale
Il Vicolo della Neve, fotografato a Palermo, ricorda il ruolo centrale che il commercio della neve ebbe per secoli nell’economia locale. Foto Paola Buzzini.

Con l’arrivo della bella stagione, i blocchi, spesso del peso di 50–60 chilogrammi, venivano caricati su carri o muli e trasportati rapidamente in città, dove venivano stoccati in grotte scavate nel tufo vulcanico. Fu qui che ci si accorse di un dettaglio destinato a cambiare tutto: sciogliendosi, il ghiaccio rilasciava quella che un tempo era chiamata “acqua di neve”, utilizzata dai lavoratori per rinfrescarsi. Si ha un’altra idea: arricchirla con succhi di frutta e aromi, ottenendo una preparazione che oggi possiamo considerare l’antenata delle granite e dei sorbetti.  Durante un’escursione sull’Etna insieme a Giovanna Musumeci, recentemente insignita del Premio Speciale “Gelateria dell’Anno” dal Gambero Rosso nella Guida Gelaterie d’Italia 2027, abbiamo assistito alla preparazione dello sherbet secondo il metodo tradizionale: un autentico salto nel passato, che ci ha riportato alle origini di un fenomeno gastronomico oggi conosciuto in tutto il mondo.

Il gelato che conquistò il Re Sole, e un festival a Palermo

Quel saper non ci mette molto a superare i confini dell’isola. Succede nel 1686, in Francia, per merito proprio di un palermitano: Francesco Procopio Cutò, che eredita dal nonno, pescatore e inventore autodidatta, una macchina per mantecare il ghiaccio. Nel suo caffè letterario, il Procope, che divenne presto un punto di riferimento per intellettuali, artisti e politici come Voltaire, Diderot, Rousseau e, in seguito, Napoleone Bonaparte, si potevano gustare proprio i gelati e le granite artigianali che seguivano la ricetta siciliana originale: specialità fino ad allora considerate esclusive e costose, che Cutò contribuì a rendere accessibili a un pubblico più ampio. E c’è da dire che, per riuscirci, si impegnò moltissimo: si racconta che ogni giovedì offrisse gratuitamente i suoi gelati ai clienti per diffondere la cultura del ghiaccio.

Etna, terra di gelato. L’anima siciliana di un successo gastronomico mondiale
Il Café Procope, fondato dal palermitano Francesco Procopio Cutò nel 1686, divenne un punto di ritrovo per filosofi, artisti e politici, contribuendo alla diffusione del gelato siciliano.

Un’iniziativa che riscuote un tale successo da attirare l’attenzione dello stesso Re Sole, Luigi XIV, il quale, conquistato dalla qualità e dal gusto delle sue creazioni, gli conferì il titolo ufficiale di gelatiere, garantendogli di fatto il monopolio della vendita del gelato a Parigi. Un successo e un riconoscimento che oggi è più vivo che mai: da diciotto anni, infatti, il festival internazionale Sherbeth di Palermo assegna, in suo onore, il Premio Cutò al miglior gelatiere del mondo, celebrando un’eccellenza che continua a promuovere il patrimonio enogastronomico e culturale italiano attraverso i valori della qualità, della creatività e dell’innovazione nel gelato artigianale. Un viaggio lunghissimo, dall’Etna alle corti europee fino ai giorni nostri, che fa sorgere una domanda tutt’altro che banale: sappiamo davvero distinguere sherbet, sorbetto, granita e gelato?

Etna, terra di gelato. L’anima siciliana di un successo gastronomico mondiale
Acqua, zucchero e frutta: nella granita non trovano posto stabilizzanti naturali, caratteristica che le conferisce una struttura più cristallina rispetto al sorbetto e la tipica “lacrima”. Foto Paola Buzzini.

Sorbetto, granita e gelato

Marlena Buscemi, gastronoma e tra le massime esperte del tema, ci ha spiegato che il vero sorbetto è preparato con acqua, zucchero e l’ingrediente caratterizzante. Per stabilizzarlo si utilizzano esclusivamente ingredienti naturali, come farina di carruba, amido di mais o semi di guar, che contribuiscono a ottenere una grana finissima, vellutata e meno fredda al palato. Non a caso, la maggior parte dei gelati alla frutta è in realtà costituita da sorbetti, che possono essere serviti anche sul cono. Simile, ma non uguale, è la granita. Si prepara con acqua, zucchero e l’ingrediente caratterizzante, senza alcun tipo di stabilizzante. I suoi microcristalli sono più grandi e la consistenza deve presentare una leggera “lacrima”: in assenza di additivi, infatti, tende naturalmente a sciogliersi, o, come si dice in gergo, a “piangere”. Proprio per questo non può essere servita sul cono, ma esclusivamente in tazzina o coppetta. Infine c’è il gelato, che può essere considerato un sorbetto a base di crema, arricchito con latte o panna e con addensanti e stabilizzanti, anch’essi di origine naturale quando si parla di un prodotto artigianale. Al di là di definizioni e ricette, però, un principio resta immutato, anche lontano dall’Etna: la qualità che nasce dalla semplicità degli ingredienti e dalla cura della lavorazione. 

L’articolo è stato scritto in seguito ad un viaggio stampa organizzato da Sherbet a luglio 2026.