Siamo andati alla ricerca della magia del Natale, del suo senso più profondo e lo abbiamo fatto con un esperto: il teologo Marco Dal Corso.
Cosa vorremmo per il nostro Natale? Parlando tra noi della redazione ne è uscita una sorta di elenco, un po’ come se avessimo scritto una letterina a Babbo Natale, di tutto quello che avremmo desiderato per poter celebrare e sentire davvero una cosa così effimera eppure così potente e desiderata: la magia del Natale. Che non è fatta solo di lucine, alberi, panettoni e canzoncine, ma di sentimenti. Avevamo bisogno di un esperto, Mariah Carey è già in tour e quindi ho cercato un teologo. Marco Dal Corso è teologo, docente di teologia, saggista e fra le decine di libri che ha scritto ce n’è uno “Teologia dell’Ospitalità” che mi è sembrato centrato per sviscerare la questione. Stupito della richiesta di intervista da parte di una rivista di lifestyle, ha accettato di buon grado una chiacchierata telefonica, densa.
Ma che lavoro fa un teologo?
Esordisco partendo dalle basi. «Il teologo è uno studioso, un ricercatore che lavora per la comunità e si interroga (o almeno dovrebbe interrogarsi) non su questioni astratte o teoriche, ma sulle domande della vita per cercare di trovare risposte rilevanti nel tempo in cui viviamo e per la società, con un linguaggio e con un senso contemporaneo. Risposte che siano contemporaneamente espressione del messaggio di Dio.
Fare il teologo è lasciarsi interrogare dal mondo che cambia per cercare risposte pratiche in cui far collimare i valori della religione con i saperi della storia, della filosofia e della scienza». Fare il teologo è un mestiere complicato, sbotto, ma molto attuale. La realtà che ci circonda infatti va veloce, ci pone davanti a nuove sfide e fa nascere in noi continue domande.
Abitare il mondo in un modo nuovo
Ospitare non è una virtù, è umano
Alla parola ospitalità pensiamo subito ad una virtù, un gesto di pietà, ed invece l’ospitalità è prima di tutto quella che abbiamo ricevuto, mi ribalta la frittata il teologo. «Il problema è che abbiamo ridotto l’ospitalità ad una dimensione etica, pratica o economica ed invece l’ospitalità è parte della natura umana. In quanto essere umani siamo stati ospitati, siamo ospitati, ospitiamo». Nasciamo dopo essere stati ospitati dal grembo materno per entrare a far parte di una famiglia e di una società che ci accolgono e ci permettono di crescere – non a caso la parola ospite ha un duplice significato, attivo e passivo, definisce chi ospita e chi è ospitato. Ed ecco perché «riflettere sull’ospitalità ci aiuta a riflettere su chi siamo, e chi vogliamo essere».
A Natale ricordiamo l’esclusione
Quale migliore occasione del Natale, che è la festa dell’ospitalità, commento. E invece no: «Natale non è la festa dell’ospitalità, è la festa della non ospitalità – mi spiazza Del Corso– Maria e Giuseppe erano una famiglia non desiderata, che non trovando rifugio altrove finisce accolta fra i pastori, fra gli ultimi». Ed è proprio questo che rievochiamo con il presepe: una grotta fredda, un bue, un asino e le pecorelle.
«Stare con gli altri risponde ad un desiderio umano, ma è desiderabile quando l’altro è un amico, un familiare, un connazionale. Ma poi c’è l’altra dimensione, divergente, perché l’altro può non essere desiderabile, ma sconosciuto, emarginato, straniero. Essere ospitali significa andare oltre e avere la capacità di superare ciò che è desiderabile e accogliere anche ciò che è indesiderabile».
In Italia e in molte parti d’Europa il Natale è la festa più importante dell’anno. «Certamente è una festa cristiana, ma ha un’origine agricola. È un innesto di tradizioni che però non sminuisce ma arricchisce il senso della festa», mi dice. «Oggi serve liberare il Natale dall’essere una festa identitaria. È certamente una tradizione ma questo non significa ridurla, travisandone o tradendone il significato, rendendola una festa contro. Se il Natale è l‘incarnazione dell’umano, è per tutti», mi risponde quando finiamo a parlare di come il Natale sia diventato una festa laica e che possa essere magica anche per chi non è credente. La teologia dell’ospitalità rappresenta infatti un invito proprio a vivere e a praticare l’accoglienza come risposta contemporanea al messaggio di Dio, trasformando questo momento in un‘occasione di dialogo e inclusione. Anche sapendo che Natale dura solo un giorno, e che dall’indomani le diversità, le divergenze, le posizioni opposte torneranno quelle di prima. Mi cita un avvenimento storico: la tregua di Natale, quello del 1914, quando durante la notte del 24 dicembre dalle trincee della Grande Guerra si levarono canzoni, i soldati uscirono dalle trincee, si scambiarono in dono quel poco che avevano, del tabacco, un po’ di formaggio, e fecero la pace.
La tregua di Natale
Non è una leggenda anche se non è nei libri di storia, ma sembra una bella favola. L’indomani i combattimenti ricominciarono come prima, ma con una differenza: ora i soldati non consideravano più il nemico come un alieno o un mostro, ma solo come un altro essere umano, finito dall’altra parte della barricata. «Il grande equivoco è che il Natale sia il giorno in cui il mondo cambia. E invece noi viviamo nella complessità, nella difficoltà, nell’ingiustizia, anche a Natale. Nel gesto dell’ospitalità non c’è la soluzione né l’omologazione, ma un arricchimento dovuto al riconoscimento delle differenze e delle identità». Ed eccola la magia del Natale, “la poesia indispensabile alla vita” come la definisce Del Corso, qualcosa che accade dentro di noi, che ci cambia, anche se non cambia il mondo, «anche sapendo che domani i conflitti torneranno e si ritornerà in trincea», conclude, qualunque sia la trincea in cui ci troviamo o pensiamo di trovarci. Perché a Natale non siamo tutti più buoni, ma possiamo essere più umani.
Questo articolo è apparso su foster 5, il numero di novembre/dicembre