Grandi innovatori dell’Amarone, del Ripasso e della Valpolicella Classica, visitare le cantine Masi è fare un salto nella storia del vino italiano. Ma oggi la famiglia Boscaini, che da poco ha festeggiato le sue 250 vendemmie, vuole reinventare anche il turismo del vino, grazie ad un progetto di ospitalità dove andare e ritornare, cenare, fare un brunch o un aperitivo – anche bevendo wine cocktail.
Oggi l’Amarone è un vino che potremmo definire un grande classico e invece è una storia moderna di grande innovazione. La leggenda vuole che l’Amarone nasca per caso da una botte dimenticata di Recioto, il tradizionale vino passito della Valpolicella, nella locale cantina sociale. La fermentazione spontanea regalato al vino una inedita potenza alcolica tanto che, assaggiandolo, il cantiniere esclamò: “Questo non è amaro, è amarone!”. Correva l’anno 1936 e se quella forse è solo una bella storia, la realtà è che a renderlo uno dei vini più amati e conosciuti al mondo sono stati quei visionari che ne compresero le potenzialità e lo resero un protagonista delle tavole. Una famiglia e un uomo, ribattezzato non a caso Mister Amarone, sono parte di quella storia.
Una storia di famiglia dal 1772
La storia di Masi Agricola inizia nel 1772 con la prima vendemmia della famiglia Boscaini ma il principale artefice del successo globale della cantina è Sandro, sesta generazione e volto del Rinascimento dell’Amarone e della viticoltura veneta. Sandro è cresciuto in anni in cui la denominazione del vino italiani erano “vin scur”, “vin ciar” e “vin gros”- come racconta nel bel podcast firmato da Matteo Caccia, Buon Tempo! Agli inizi degli anni Sessanta questa era l’enologia italiana: tre tipologie di vino. Molto è cambiato da allora e chi c’era non nutre nessuna nostalgia dei tempi passati, ed è per questo che da allora hanno sempre guardato avanti fino ad essere quotati in borsa, e fare 12 milioni di bottiglie all’anno, esportate in 140 Paesi o giù di lì.

La reinvenzione di Ripasso e Amarone
Nel 1964 è Masi a rendere iconico un vino nuovo, a base di Valpolicella fatto “passare” sulle vinacce appassite, scarto di lavorazione del grande Amarone, per regalargli forza e gusto, a costo zero. Nasce così il Campofiorin, che è ancora oggi il loro best-seller un vino che ha definito una nuova categoria di vini oggi conosciuta come Valpolicella Ripasso. Con il tempo, questo approccio si evolve e viene affinato nella tecnica della doppia fermentazione Masi, che combina una prima vinificazione del Valpolicella con una successiva rifermentazione sulle vinacce appassite. Il risultato è uno stile produttivo distintivo, frutto di innovazione e adattamento ai gusti contemporanei. Negli anni Ottanta una seconda intuizione, cambiare l’Amarone, renderlo moderno grazie a nuove tecniche di produzione, che negli anni Novanta lo consacreranno da vino locale a emblema del Made in Italy nel mondo. Lo si beve dagli Stati Uniti alla Cina, ma la Valpolicella resta ancora un territorio poco conosciuto, da qui la nuova scommessa: metterlo sulle mappe dell’enoturismo mondiale.

Mettere la Valpolicella sulla mappa
La Valpolicella Classica si trova ad un passo dal Garda, da Verona, da Venezia, fra dolci colline disegnate dai filari, ma è ancora una zona di nicchia nel mondo del turismo del vino. Cuba come presenze un decimo del Chiantishire e un terzo delle Langhe e ancora non aveva un landmark capace di essere un simbolo e una meta. È nato così il progetto di Monteleone21 (unito), un progetto architettonico imponente che non vuole attrarre però solo i viaggiatori di passaggio o gli appassionati ma aprirsi alle valli circostanti e ai cittadini della Valpolicella. È nato un luogo per fermarsi o per fare una gita, ma soprattutto dove tornare: uno strumento di valorizzazione del territorio. L’idea di una cantina di design non è certo nuova, si sviluppa fra gli anni ’70 e ’80 fra la Napa Valley e Bordeaux, per esplodere nei Duemila con Frank Gehry e Norman Foster. In Italia i primi a firmare cantine sono state archistar nostrane come Mario Botta e Renzo Piano, in Toscana per poi espandersi nelle Langhe e nel resto d’Italia. Ma le cantine restano spesso luoghi scenografici da fuori, in cui dentro però si può solo osservare, degustare o acquistare.

Monteleone21
Monteleone21 è stato inaugurato nel settembre 2025, e non si tratta di una cantina ma un polo di “enocultura” esperienziale: perché oggi il vino va vissuto oltre che bevuto. Prende il nome dal colle su cui sorge ed è stato progettato per essere uno spazio pubblico e infatti il suo cuore è una “piazza” circolare sotterranea di oltre 1.000 metri quadri, l’Agorà, dove si affacciano il wine bar con bistrot, il ristorante Locanda Costasera e il wine shop Enoteca Masi. Fuori sembra una collina ricoperta da viti e vegetazione mentre il terzo che emerge dal suolo è rivestito in pietra locale e ricorda la geometria delle marogne, i muretti a secco che da secoli sorreggono i terrazzamenti dei vigneti. Sul tetto un giardino pensile e un’ampia terrazza con la vista sulle colline. Sei al centro di tutto e fuori da tutto, a 20 minuti da Verona, a 20 dalle spiagge e da Gardaland, ma nel verde. Inizialmente concepito dall’architetto Libero Cecchini, fautore della ricostruzione post-bellica veronese, è stato realizzato dall’architetto Giovanna Mar di Venezia. Fra sale riunioni e auditorium ci si ritrovano aziende per convegni e gruppi di lavoro, chi lavora nei dintorni arriva per la pausa pranzo, la sera si fa aperitivo, la domenica il brunch. Ci si può prenotare una verticale di Amarone, trovare annate storiche di tutte le tenute del brand – sparse fra Argentina, Toscana, Oltrepò Pavese e Friuli – ma anche bersi un cocktail, senza stress. Puoi berti un Milano-Verona a base di Campofiorin, Campari e Punt e Mes o un Fresco Tonic alleggerito dal Fresco di Masi bianco – vino moderno a bassa gradazione (9 il bianco e 9.5° il rosso). Altrove sarebbe un’eresia, ma qui sanno che il vino evolve non solo nel calice, ma nel modo in cui lo si vive e consuma.
Un approccio nuovo
L’approccio è nuovo, aperto, inclusivo si direbbe oggi. Masi è infatti da anni che – oltre alla produzione di vino e alla valorizzazione di storiche tenute vitivinicole – si dedica all’ospitalità con quelle che chiamano Masi Wine Experience. Tutte le cantine sono visitabili, nel 1996 hanno inaugurato la Foresteria presso Serego Alighieri, una tenuta del 1300 dimora ancora oggi degli eredi di Dante, hanno un ristorante sul Lago di Garda alle Tenuta Canova di Lazise, uno a Monaco di Baviera, un wine bar a Col Druscié, 1778 metri con vista sulle Dolomiti di Cortina, e uno all’aeroporto di Verona. Quello di Monteleone21 è l’ultimo tassello di un progetto, o meglio di una visione di cosa significhi il vino per un territorio: identità, cultura, condivisione. Non a caso Masi è parte dell’Associazione delle Famiglie Storiche dell’Amarone, della Fondazione Altagamma, dell’Istituto Grandi Marchi, e ha istituito il Premio Masi dal 1981 e dal 2001 ha una Fondazione che si dedica alla valorizzazione e all’empowerment del territorio delle Venezie.



Risotto ed empanadas, poi arte
Nei due ristoranti si può scegliere fra un’insalata Cesare e piatti perfetti per lunch veloce oppure accomodarsi per un menù più strutturato Wine First, quindi una lista dei vini con dei piatti che passano dalla loro ricetta di Risotto al Costasera – signature presente in tutti i ristoranti – ad empanadas da condividere, baccalà mantecato con polenta di Storo, tubetti di grano saraceno, piselli, kefir e chips di rapa rossa. Tradizione contemporanea e contaminazioni che guardano all’internazionalità di Masi, in cui il vino è spesso un ingrediente. 6-18-24€ per i piatti e calici che partono dai 5€, bottiglie pop da 25€ fino alle migliori annate al calice di Costasera, il loro Amarone iconico. E visto che il vino è cultura, non ci si può esimere dalla visita a un fruttaio di dimensioni monumentali: 12 metri di altezza, profondo 30 per 300 mq destinato ad ospitare le uve in appassimento, che oggi accoglie installazioni site-specific come quella del maestro Fabrizio Plessi, pioniere della videoarte sin dagli anni Settanta, intitolata L’Anima dell’Amarone. Quattro grandi barche, simbolo di Venezia, del viaggio, del commercio, e metafora della vita navigano verso grandi portali digitali, animate da flussi tumultuosi di vino. Alle quattro barche fanno da contrappunto oltre gli schermi quattro arele di bambù piene di uve appassite. Plessi ha esposto dal Centre Pompidou di Parigi al Guggenheim di New York e Bilbao, dalle Scuderie del Quirinale di Roma al Martin Gropius Bau di Berlino. Espone anche qui, a Sant’Ambrogio di Valpolicella, e quando si finisce si conclude in bellezza con un calice.
