Per decenni le discoteche sono state uno spazio di libertà, di creatività artistica e di sperimentazione musicale. Oggi la nightlife è molto meno viva di prima, e il mondo della notte diventa un fenomeno da storicizzare, nuovo rito collettivo da (ri)vivere in mostre, film e musei.
La piramide in vetro del Cocoricò di Riccione, le colonne della Baia Imperiale di Gabicce, la selezione all’ingresso e le auto in coda in piena notte. C’era una volta il clubbing e il suo tempio erano le discoteche, quelle di città e di provincia, dove si andava per vivere la notte, per ballare e sballarsi, ammassati nelle code al bar, con i corpi sudati e sottofondo di musica a palla. Poi sono arrivati gli anni Duemila e molte discoteche hanno cominciato a chiudere (si stima che siano quasi 2.700 negli ultimi 15 anni). Colpa del calo demografico, dice qualcuno, che avrebbe sottratto circa 3 milioni di giovani alle piste da ballo. Secondo altri invece, la ragione è da cercare nel diverso modo di fruire la musica da parte delle nuove generazioni, devote più all’intrattenimento digitale che ai club e ai negozi di dischi. Non solo: i giovani consumerebbero meno alcol, preferendo, anche di notte, il benessere allo sballo.
Discoteche abbandonate
Max Pezzali, cantante degli 883 e voce di una generazione, gli ha persino dedicato una canzone, triste: Discoteche abbandonate. Complice anche il Covid, che ha contribuito a far scomparire la notte dal nostro orizzonte di vita, di fatto in discoteca non ci andiamo più (o non più come prima) e i locali che un tempo radunavano migliaia di persone lottano per sopravvivere o sono oramai santuari in disuso, trasformati in supermercati e centri commerciali o semplicemente abbandonati all’incuria. Li si incontra lungo le provinciali con i loro parcheggi deserti e le architetture strampalate, cattedrali nel deserto, archeologia contemporanea di un modo di divertirsi e di una cultura che oggi rischia di scomparire.
Dove non si balla più, si fa la storia Con la fine di un’era è cambiata anche la narrativa: se ancora negli anni Duemila, le discoteche godevano di cattiva reputazione e la stessa dance music era considerata irrilevante rispetto ad altri generi musicali, oggi questi templi del divertimento notturno sono fenomeni da storicizzare, elevati a oggetti culturali di un’era che non c’è più. Il risultato è un susseguirsi di libri, film, mostre e persino musei che hanno per oggetto il clubbing.
Il Cocoricò diventa un museo
Se molte discoteche non hanno retto al cambio di tendenza degli ultimi 15 anni, altre hanno saputo rinnovarsi rimanendo fedeli a sé stesse: è il caso per esempio del Cocoricò di Riccione – detto anche “Cocco” –, che dagli anni ’90 ai primi 2000 divenne il locale più trasgressivo d’Italia, tempio della musica techno e house, con la sua Piramide che richiamava gente non soltanto dalla Riviera romagnola ma dall’Europa intera. Già al centro del documentario Cocoricò Tapes di Francesco Tavella, che ne racconta il mito durante la direzione artistica di Loris Riccardi, oggi il Cocoricò ha cambiato pelle, con dj superstar, impressionanti sistemi audio-video, ma soprattutto con un Museo Discoteca votato all’arte italiana emergente, ovvero il MUDI, che rivive a ogni apertura del locale e che dallo scorso aprile ha anche una versione visitabile in digitale (accessibile dalla homepage www.cocorico.it/mudi/). Un’idea nata durante la pandemia dall’agenzia pubblicitaria del Cocoricò Unfollow Advertising e dal suo direttore creativo Mike Pagliarulo, trasformata in realtà grazie a un crowdfunding che ha raccolto 137.000 euro. Nel 2025 poi ricorrono i 30 anni del party Memorabilia e per l’occasione il Cocoricò ha annunciato un calendario di appuntamenti (i prossimi sono fissati per il 10 agosto, il 31 ottobre e il 7 dicembre rispettivamente alla Rimini Beach Arena, al Cocoricò e all’Unipol Arena di Bologna) che vedono il coinvolgimento dell’artista performativo Niccolò Uggioli e del suo collettivo milanese. Le opere realizzate saranno successivamente messe a disposizione del MUDI.
A Parigi, la mostra con pista da ballo
L’esposizione Clubbing, aperta fino al primo ottobre al Grand Palais Immersif di Parigi in uno spazio di 1.200 metri quadri, è la mostra ideata dall’artista multimediale Pierre Giner come un’esperienza immersiva con tanto di pista da ballo e buttafuori all’ingresso. La mostra è un viaggio nel periodo d’oro della club culture, quando musica, moda, arte e performance si fondevano per dar vita a notti irripetibili di libertà e trasgressione. Da New York a Berlino, passando per Parigi, Londra, San Paolo e Johannesburg, Clubbing ripercorre la storia di discoteche leggendarie, a partire dal Loft, non un vero e proprio locale ma un appuntamento fisso organizzato dal 1970 dal pioniere della dance culture David Mancuso nel suo appartamento newyorkese. E poi il celebre Studio 54 a Manhattan, epicentro dell’edonismo anni ’70, frequentato da Andy Warhol, Liza Minnelli e Liz Taylor tra gli altri, Le Palace e Les Bains Douches a Parigi, il Tresor e il Berghain a Berlino: locali che hanno segnato epoche e che ancora oggi continuano a far parlare di sé. «Clubbing è un invito a perdersi nella notte, nei suoi suoni e nelle sue luci, per meglio ritrovarsi, e diventare un momento di questa effimera opera totale che è la cultura della notte», ha detto Pierre Giner.

A Londra, in mostra la fine del punk
Al Design Museum di Londra dal 20 settembre al 29 marzo 2026, andrà in scena Blitz: the club that shaped the 80s, mostra dedicata all’omonimo locale londinese attivo per solo un anno e mezzo – dal 1979 al 1980 – nel quartiere di Covent Garden, ma con una scena creativa che ha avuto un enorme impatto sulla cultura popolare del decennio successivo. Frequentatori delle serate al Blitz erano gli Spandau Ballet, che proprio qui si esibirono per la prima volta, diventando presto la house band, il gruppo synth pop Visage, ma anche Boy George, che era addetto al guardaroba, e il cantante Peter Robinson, in arte Marilyn. Strumenti musicali, dischi, fotografie, filmati rari, riviste, volantini e molto altro saranno esposti come cimeli di un momento irripetibile: la fine dell’era punk e l’inizio della rivoluzione New Romantic.
La techno come istituzione
A Francoforte c’è invece il MOMEM (acronimo di Museum of Modern Electronic Music), museo interamente dedicato alla cultura della musica elettronica. La città tedesca che oggi è nota per essere una capitale finanziaria, sede della Banca Centrale Europea, è stata infatti negli anni ’80 l’epicentro della neonata scena techno, termine inizialmente utilizzato per riferirsi a tutta la musica prodotta elettronicamente. A dirigere lo spazio è l’ex dj e nightlife promoter Alex Azary, che organizza eventi, concerti, workshop e dibattiti coinvolgendo una rete di dj e produttori internazionali. Un po’ come andare in discoteca in un ambiente istituzionale, secondo Azary che per questo progetto ha potuto contare sul sostegno dell’amministrazione locale. Perché qui, come altrove, si è capito che il clubbing non è solo intrattenimento ma un patrimonio da valorizzare, anche con i musei.