In Montenapoleone oggi si fa la fila per ordinare un cappuccino (a tutte le ore), ma alle 17 si beve ancora la cioccolata con la panna. Una passeggiata sulle orme di Franca Valeri dal Cafè Louis Vuitton al bancone vintage di Cova

Persone aspettano di entrare, sotto la pioggia, in coda, ordinatamente aspettando il proprio turno. Siamo in via Montenapoleone e prima che qualcuno si stupisse per la folla dei Labubu, qui la gente aspetta da sempre. Ma non è tempo di saldi e la porta davanti a cui attendono non è quella di una boutique, ma di un locale, aperto già da mesi, dove non ti regalano nulla. Anzi.

La scena si ripete ogni giorno al DaV Café Louis Vuitton. Nella primavera del 2025 Louis Vuitton dopo tre anni di lavori di restauro del prestigioso Palazzo Taverna ha aperto le porte di un cielo terra. Pian terreno accessori e cafè, il ristorante DaV by Da Vittorio, un intero piano dedicato all’interior design. A fianco nel medesimo palazzo, Tiffany ha inaugurato lo store più grande d’Europa, il secondo più grande al mondo, e in autunno aprirà un ristorante firmato Langosteria. 

Siamo al civico 2, proprio dove nel 1968 la stilista Mila Schön, grazie al suo show room aveva contribuito a creare l’equazione quadrilatero e moda, che da solo rappresenta il 12% del PIL della città.

Una analisi distratta sentenzierebbe che con la crisi del comparto e l’innalzamento dei prezzi, i brand ora ripiegano vendendo esperienze a piccoli prezzi. Peccato che la boutique sia piena e che metà dei clienti almeno una borsa, un foulard, una cintura con il monogram, da abbinare al cappuccino decorato o a uno dei dessert progettati per indurre compulsivamente uno scatto fotografico. Chi stona è un ragazzo sembra vestito troppo sportivo, ma non avevo notato le cifre LV tono su tono sulla t-shirt, la ragazza con i sacchetti della Rinascente in mano, total-look Gucci, e una sciura che si tiene vicina la borsa (una Birkin, non un tarocco): la sala è piena, non saranno tutti principi sauditi ma non sembra gente vestita all’outlet. Tutti fanno la foto di rito, verto, ci sono i curiosi (come me) che sono venuti a fare un giro, ma la gente è fuori in fila per attaccamento alla maglia. Sono aficionados del brand e fra una borsetta e l’altra, si tolgono anche lo sfizio di possedere un accessorio da mangiare. Molti entrano, fanno shopping e all’uscita si fermano per un boccone o salgono al ristorante, come faremmo noi all’IKEA. Non importa che le 11 di mattino siano passati da un pezzo e che abbiamo ordinato un club sandwich, monogrammato anche lui: lo accompagnano con un cappuccio. Ma sei in Montenapoleone, non sei in Italia, sei al centro del mondo. 

La via più cara del mondo

Via Montenapoleone oggi è la via con gli affitti commerciali più costosi del pianeta. Ce l’ha fatta nel 2024, dopo aver scalato la classifica Main Streets Across the World un gradino alla volta, anno dopo anno, affermando il suo valore a livello internazionale nel mercato immobiliare, ma non solo, diventando brand che ospita altri brand. Il costo al metro quadro non è un’unita di misura dell’universo, ma un indicatore di rilevanza per i marchi che si competono una vetrina, quello sì. 

La Fifth Avenue a New York: è luna 10 km, via Montenapoleone è una viuzza lunga 350m. È «una strada fina» diceva Franca Valeri «che comincia dal niente» mentre passeggia sul marciapiede in un video della Rai del 1963

https://youtu.be/O4C03j5sowQ?si=IxBbyBhMvVXDLiCl

Franca Valeri e l’epoca del Made in Italy 

«Caffè con rivendita, calze per signora, come in una via popolare, negozietti piccoli. Lo so io che sono di Milano che qui ci sono le scope delle grandi famiglie. Ad un primo piano qui sopra come niente, si nascondono le cure estetiche di mezza Milano bene, ma da fuori, si vede poco». Cammina, mentre per la via sfrecciano lente macchinine così piccole che la percorrono su due corsie. Nelle immagini si vede un microcosmo urbano della Vecchia Milano, che poi nel giro di qualche decennio diventerà il un piedistallo più ambito. Nel 1987 i Vanzina ci ambientano un cinepanettone, altro documento storico di quando la via era popolata di marchi del Made in Italy, prima dell’arrivo a fine degli anni Novanta dei brand internazionali. Oggi hanno tutti sede qui e anzi si sono comprati palazzi interi, dando vita alla corsa all’oro immobiliare che ha determinato l’innalzamento dei prezzi.

C’è anche chi apre, chi resiste

I negozi di un tempo non ci sono più. Le Vetrerie di Empoli aperto negli anni Trenta al civico 22 ha chiuso nel 2024, Giorgio Armani aveva traslocato nel 2000, ma fra i vari giri di valzer di boutique, si registra anche qualche nuovo ingresso come Curiel, maison storica dell’haute couture italiana che è arrivata al 13 dalla sede originaria di Corso Matteotti. Certo, della Milano di Franca Valeri è rimasto solo il Salumaio di Montenapoleone, aperto nel 1957 e ora all’interno del palazzo storico Bagatti Valsecchi a soli due passi dalla sede originaria. E la Pasticceria Cova, dove il tempo sembra essersi fermato.

Tostino e cioccolata 

È di proprietà di LVMH, come Louis Vuitton e Tiffany, ma da fuori non si direbbe. Le vetrine sono addobbate come mezzo secolo fa, in modo sontuoso, a Natale con i panettoni decorati e le scatole di cioccolatini, a Pasqua con i colori pastello e gli ovetti, una certezza. Gli impiegati degli uffici continuano a venirci a bere il caffè e a fare colazione, rigorosamente in piedi, serviti da baristi in doppiopetto bianco. Un turista vuole immedesimarsi nello stile di vita milanese ed entra, guadagnando indomito il bancone come nella scena di Mangia Prega Ama. Ma poi sul più bello chiede un cappuccino alle 17 e viene guardato storto da un gruppo di manager che divorano un Tostino con un Campari col bianco. A quell’ora per fare like a local avrebbe dovuto invece sedersi ai tavolini con una cioccolata con la panna. È l’orario delle sciure in cui si sente parlare il milanese più puro, diceva Franca Valeri. Ora il dialetto non si usa più, le scope non le si trova più (ma da Ceratina, in Via Meravigli) ma via Montenapoleone, e Milano, in molte cose non è mai cambiata.