Negli anni Duemila le abbiamo comprate, usate e poi messe da parte. Oggi sono i giovani a riappropriarsene, stanchi della perfezione delle immagini da milioni di pixels degli smartphone. E se pensate sia solo un trend sbagliate: riflette un nuovo modo di vedere (e catturare) il mondo, dove ogni macchia e sfocatura diventa il manifesto di una voglia di rallentare, sana e… cool.
Basta guardarsi intorno, per strada o sui social. La Gen Z e la Gen Alpha maneggiano con entusiasmo le piccole macchine fotografiche compatte digitali diventate popolari ad inizio millennio. Sono migliaia i reel diventati virali sui social in cui influencer e creator le mostrano, le descrivono, condividendo – con chi lì ci è arrivato tramite l’hashtag #DigitalCameras (che nel 2022 ha superato le 180 milioni di visualizzazioni) – quelle immagini un po’ sfocate, mosse, sparate dal flash, ottenibili con certi modelli. Le definiscono con disinvoltura – e non senza causare un brivido lungo la schiena a migliaia di Millennial e Boomer – “vintage”.
Un po’ come accade con una marea di altri oggetti e accessori che credevamo sepolti per sempre nel cassetto dei cimeli di famiglia, sono tornate. Ma questo delle macchine fotografiche compatte non è un semplice revival. Non è una moda passeggera. È un fenomeno in crescita, capace di smuovere l’economia globale, e che – secondo uno studio del Cognitive Market Research – entro il 2030 potrebbe valere oltre 300 milioni di euro. E il mercato lo sa bene.
Il futuro in una compatta Y2K
Se da un lato le piattaforme del second hand – Vinted, Depop, eBay – sono invase dalle offerte per modelli di macchine fotografiche compatte ora considerate cool per la resa tipicamente poco nitida (ma che, anche all’epoca, erano considerate prodotti mediocri), così anche i grandi nomi del settore come Leica, Canon, Nikon, Fuji hanno iniziato a fare i conti con questa crescente ondata di entusiasmo. Ma perché? Punto uno: sono begli oggetti, tanto i modelli in plastica nera bombata quanto quelli argentati o fluo. Punto due: sono piccole e leggere, si infilano in borsa o nel marsupio, si portano in vacanza ma anche in trasferta di lavoro. Sono divertenti da usare durante agli aperitivi, nelle discoteche, o nelle serate comfy e casual. La parte migliore? sono un (piccolo) lusso democratico. Con una base d’asta da 30 euro infatti, chiunque può accaparrarsene una online, contribuendo a segnare un ritorno “analogico” che suona quasi surreale, nell’epoca dei prompt di ChatGPT. Eppure dietro c’è “solo” un mix potentissimo di nostalgia, desiderio di rallentare e una insofferenza per le immagini perfette dall’intelligenza artificiale. Per capire come ci si è arrivati, occorre fare una piccola inversione di marcia.
Ricordi: dalla pellicola alla SD Card
Ai tempi degli acidi da sviluppo e delle camere oscure, sfocature e viraggi di colore erano considerati veri e propri orrori. Ritiravi la busta dal fotografo, e pur pagando, ti veniva voglia di chiedere loro scusa per la perdita di tempo. Perché sì, scattare era un hobby diffuso, certo, ma comunque appesantito da un certo snobismo creativo, da quell’idea un po’ pretenziosa di fare arte. Un retaggio delle sue origini, perché la fotografia nel corso dei secoli é stata tutto: arte, appunto, ma anche scienza, innovazione tecnologica, documento, denuncia sociale e argomento filosofico (basti pensare allo scontro tra pittori e fotografi agli inizi del Novecento). Col tempo però, scattare è diventato un gesto sempre meno elitario e sempre più familiare, un modo per raccontare la propria vita e costruire una memoria visiva personale e collettiva: i primi giorni di scuola, le gite, le feste, i viaggi – in poche parole, tutti i momenti più speciali.
Le compatte, le stesse che oggi rispuntano sui tavoli dei mercatini e nei feed Instagram, sono un tassello fondamentale della cultura pop globale. Talmente familiari da finire persino in Friends: nel 2000, un’intera puntata ruota attorno alle usa-e-getta distribuite agli invitati del matrimonio di Monica e Chandler. Un anno spartiacque. Perché da lì in poi, la pellicola comincia lentamente a cedere il passo al digitale. Dalla mitica Kodak monouso – gialla e nera, impossibile da dimenticare – si passa alle prime digitali compatte. All’inizio non proprio economiche, ma rivoluzionarie sì: ecco comparire l’anteprima sul display, gli effetti e i filtri colorati. E da 24 pose si passa a cento, a mille, custoditi in una SD card grande quanto un’unghia.
I primi Social, i cellulari e i video in 4K
La compatta digitale diventa presto lo strumento privilegiato per plasmare l’immagine della vita sociale e familiare. I genitori ci immortalano le vacanze e i compleanni, i figli adolescenti usano quelle macchine compatte tascabili per scattarsi i primi selfie allo specchio, per immortalare ogni festa, ogni serata, ogni sorriso condiviso — e mostrarli al mondo. I primi stampano le foto migliori. Gli altri scoprono il formato JPG, le scaricano nei computer e riempiono gli album di Facebook. Il tempo di un click, e la vita si archivia in cartelle chiamate Estate 2005, Gita a Praga, Sabato sera.
Poi, tutto cambia di nuovo. Nel 2000 Sharp lancia il primo cellulare con fotocamera integrata: 110.000 pixel e la possibilità di inviare le immagini via MMS. È una svolta tecnologica dalla portata inaspettata. Nel giro di un paio di anni, tutte le grandi aziende corrono per dire la propria: nel 2002 Nokia presenta il modello 7650 (un successo di mercato); Sony Ericsson risponde con il K750i, tra i primi a dichiarare davvero guerra alle compatte. Poi arriva il 2007. Apple presenta l’iPhone. E da lì in poi, la storia la conosciamo tutti: immagini in HD, milioni di pixel, video in 4K, la possibilità – oggi del tutto concreta – di girare un film con uno smartphone. Una qualità di cui (forse) non possiamo più fare a meno nel quotidiano, ma che ha finito per stancarci. I Millennial che avevano vissuto ogni traguardo tech come una conquista, oggi si ritrovano a cercare quella vecchia compatta nel cassetto. E i giovanissimi? Di tutta questa nitidezza, non sanno nemmeno più cosa farsene.
Un bisogno (compatto) di rallentare
Guai però a motivare questo revival fotografico solo con la nostalgia di chi vuole rivivere la sensazione di caricare un rullino da 24 pose. Sotto c’è molto di più. C’è che il fascino ritrovato delle fotocamere 35mm e delle digitali compatte oggi trova una sorprendente affinità con il modo in cui le nuove generazioni vivono il tempo, la propria immagine social e la rappresentazione del mondo. C’è il bisogno sempre più condiviso di rallentare, di combattere la dipendenza dagli schermi, di fare un passo indietro rispetto alla sovra-produzione visiva che ci circonda. E così, queste piccole macchine «obsolete» – reperibili quasi esclusivamente nel mercato dell’usato, diventano oggetti tanto accattivanti quanto salutari. Con un bonus tutt’altro che trascurabile: chi le usa, oggi, risulta inevitabilmente più cool di chi usa solo lo smartphone.
La fiera della vanità in formato 35 mm
Una coolness democratica, certo. Ma che ha avuto il suo battesimo ufficiale quando a usarle le compatte sono arrivati anche loro: i ricchi e famosi. È così che le point-and-shoot sono diventate parte del linguaggio estetico contemporaneo (segnato anche dal ritorno di fiamma per l’aesthetic Y2K, alias Duemila), e si sono ritagliate un posto fisso in questa sorta di vanity fair globale fatta di immagini decentrate, luci bruciate dai flash e file in bassa qualità. Qualche esempio?
Alexa Chung, che nel 2024 posta un autoritratto fatto con la sua compatta commentando: «Just another millennial with a dependency on Snappy Snaps, fighting digital threat with an analogue mode. 😑».
Il modello preferito di Bella Hadid? Una Canon Powershot SD630 del 2006, fuori produzione e reperibile oggi a circa 80 euro. All’appello non mancano le star del k-pop coreano: Jennie (Blackpink, classe ’96) che bombarda i suoi follower a suon di scatti fatti con la sua Sony Cybershot DSC-T77 del 2007, mentre la connazionale Rosé – sì, quella del featuring con Bruno Mars – opta per una Canon PowerShot G7X Mark II del 2016. Sembra di star parlando delle firme degli abiti indossati al Met Gala? Esattamente, e il bello sta proprio in questo. Se anche un prodotto tech fuori catalogo può diventare un accessorio da copertina, allora la compatta è quell’accessorio. Anche perché ad accrescerne l’aura, loro, i trend-setter per eccellenza: Rihanna, A$AP Rocky, Kim Kardashian, Taylor Swift… Negli ultimi tre anni, tutti sono stati immortalati almeno una volta con una compatta in mano.
Via via, vieni via dall’AI
Sommersi come siamo dalle gallery– nostre e altrui – piene di immagini digitali nitidissime, simmetriche, con luci perfette degne di uno shooting, scattate spesso non tanto per “ricordare” quanto per prendere “appunti visivi”, le fotografie ottenute con le vecchie macchine analogiche (o con le prime digitali, poi stampate) sembrano ormai le uniche che oggi riusciamo a percepire come reali, speciali e di valore. Quelli che un tempo erano errori fotografici da eliminare, come la sovraesposizione, la grana fitta o gli occhi rossi che lasciava il flash, oggi sono sinonimo di accettazione, spontaneità e anche di una vena romantica. Siamo tornati a usare queste macchine fotografiche compatte sì, ma con uno spirito diverso rispetto al passato: niente più schede SD stracolme di foto tutte uguali, né ore trascorse a trasferire decine di file da un dispositivo all’altro per poi caricarli in massa in un album online. Di quegli scatti “scelti”, forse un paio finiranno sui social. Gli altri torneranno a viaggiare come una volta, di mano in mano, di casa in casa: stampati su carta, come cartoline o ricordi incorniciati.
Forse è questa la fine – o l’inizio – del nostro nuovo rapporto con le immagini. Via, lontano dalla facilità con cui si raggiunge la perfezione. Che poi vuol dire lontano dai deepfake.
Anche i brand tornano alla pellicola
Sull’onda del ritorno alla macchina fotografica analogica, nel 2025, proprio Leica ha celebrato il suo centenario lanciando la prima pellicola ufficiale nella storia del marchio: la Monopan 50, in bianco e nero e con un packaging retrò, che richiama le origini dell’azienda. «Si adatta benissimo al ritratto, all’architettura e al paesaggio. L’idea era di richiamare lo stile elegante e autentico delle nostre immagini iconiche, senza artifici». Mi racconta Giada Triola, PR Manager di Leica. La connessione con il passato è profonda, identitaria. «Il formato 35 mm è nato con noi. Leica ha inventato la fotografia moderna con la prima macchina compatta. La pellicola è parte di ciò che siamo». C’è poi il marchio giapponese Pentax – oggi sotto Ricoh – che nel 2022 ha presentato una nuova fotocamera a pellicola. E poi ci sono loro: Kodak, Ilford, Cinestill, Lomography. Le aziende produttrici di pellicole che oggi rendono possibile questa esperienza fatta di attesa, grana e luce. A questa fusione tra passato e presente, nel 2025 Fujifilm ha risposto a modo suo: con una compatta digitale che include le modalità “Simulazione pellicola” e “Effetto grana”, per ottenere – volendo – quella texture irregolare e morbida tipica dell’analogico. Un tentativo di sostituirla? no, piuttosto un omaggio a qualcosa che ormai fa parte del nostro immaginario. Perché, come dice Triola, «l’immagine che restituisce la pellicola è unica. Quando la stampi, la riconosci subito. Si distingue da tutto il resto».
