Due progetti Instagram di successo raccolgono il peggio del nostro tempo. Perché la bruttezza non salverà il mondo, ma lo descrive benissimo – e infatti, in fondo in fondo, ci attrae. Mentre il vero pericolo è l’omologazione al carino
Alcuni libri sono così brutti che è impossibile disfarsene: Auroro Borealo, musicista (o forse sarebbe meglio dire intrattenitore) e mente dietro le seguitissime pagine Instagram @libribrutti e @orrorea33giri, la pensa così. «Il brutto mi piace, e ci piace, perché è più reale. Perché sa raccontare le cose per come sono, senza la patina dello show. Il brutto non ha pretese, non deve dimostrare niente. Di solito tendiamo a canonizzare le cose belle, a scegliere un’estetica piacevole da far durare nel tempo. La ricerca che faccio io invece è volta a conservare il brutto. Anche perché il brutto è relativo, non solo per ognuno di noi ma anche a livello storico» ci spiega Auroro, il cui nome al secolo è Francesco Roggero.
Libri Brutti e Orrore a 33 Giri sono due progetti gemelli. Orrore a 33 Giri è dedicata alla musica brutta e nasce nel lontano 2009. Libri Brutti, invece, si ispira a un’altra pagina, Libri Belli, il suo alterego. Se quest’ultima pubblica concilianti copertine di libri in effetti esteticamente piacevoli – da Il diario degli altri di Giulietta Masina a una raccolta di Novelle umoristiche, fino a Lo snobismo, per citare alcuni post recenti – Borealo punta sull’orrido e gloriosamente tale. Vi si trovano le poesie in cinese di Licio Gelli (“Maestro venerabile” della loggia massonica eversiva P2), ma anche titoli come La mafia del culo di Angelo Vecchio (un romanzo), Vergine, single e milionario di Davide Lacerenza (sì, quello della Gintoneria e dei recenti scandali) e la saga di Jerry Scooter, parodia di Harry Potter per la misteriosa firma J.F.K. Bowling. Libri Brutti è il progetto più seguito di Roggero, per quanto il più giovane: oltre 91.000 follower, data di nascita 2018.
Il primo libro brutto, esemplare-zero, gli viene regalato da un amico che non aveva trovato nulla di meglio da portare a una festa. Ed è questa dinamica casuale che ancora oggi è il veicolo di trasmissione e conservazione del brutto, che sopravviva nelle bancarelle dei mercati e nei cesti di libri ad un euro. Alcuni però sono davvero rari e valgono qualche soldo. Ne indica uno da un archivio (o forse un’antologia) che ha pubblicato da poco per l’editore Blackie: Il libro brutto dei libri brutti. Il volume è quello di Gianni De Michelis, il fu politico, (euro)parlamentare e Ministro. Il titolo: Dove andiamo a ballare questa sera? Guida a 250 discoteche italiane. «Il paradosso è che i libri e le canzoni che io definisco, scherzando, brutti mi piacciono davvero un sacco, anche esteticamente. Sono assurdi, sono trash, però sono belli. È anche questo il doppio senso del brutto». In effetti, avere il gusto per il bello è quasi scontato. Quello per il brutto è decisamente più raro.

Una passione per il brutto
Il successo dei progetti di Roggero sottolinea un fatto, e un comportamento, culturale: ultimamente il brutto ci appassiona il brutto. Si impone nell’estetica social degli ultimi Millennial e della Generazione Z: foto con flash tecnicamente sbagliate, selfie per nulla seducenti (la regina, in questo senso, è la cantante Billie Eilish – i suoi autoscatti brutti si trovano soprattutto nelle storie di Instagram), “posti sinceri” per l’aperitivo che, all’occhio non allenato potrebbero apparire come semplici baretti vecchi, persino trasandati, o l’ultima passione per il brutalismo, scoperto dal grande pubblico grazie al film premio Oscar. Il brutto, ultimamente, si ricerca e si celebra, come a voler ritrovare qualcosa di perduto. Non è una tendenza nuova però. Il concetto di brutto, che nella cultura canonizzata diventa trash, è ben conosciuto al cinema, italiano soprattutto. Mario Bava, Lucio Fulci, Ciccio Ingrassia per citare alcuni esempi: il “brutto ma piacevole”, nella settima arte, è sdoganato. Come nella commedia all’italiana, o naturalmente dei cinepanettoni, ha definito un canone parallelo.
Tommaso Labranca e l’emulazione fallita
In Italia lo aveva fatto con Tommaso Labranca, scrittore e intellettuale scomparso nel 2016, con titoli (serissimi) come Andy Warhol era un coatto ed Estasi del pecoreccio. Perché non possiamo non dirci brianzoli. Labranca aveva codificato la nozione di trash (brutto perchè emulazione fallita e inconsapevole di un modello alto) e aveva partecipato al movimento culturale che, negli anni Novanta, aveva lavorato per abbattere le barriere tra ciò che si sarebbe discusso al bar e i temi delle aule universitarie. La trasmissione televisiva di cui fu autore nel 1997, Anima mia, condotta da Fabio Fazio e Claudio Baglioni, fu un successo di pubblico: recuperava i momenti più trash della cultura degli anni Settanta italiani. Erano imitazioni così goffe da “fare il giro”, ricavando un successo dal proprio stesso fallimento. Perché il brutto, però, non è mai “solo brutto” e con il mero fatto di esistere ci costringe a riflettere su noi stessi.
Il fascino della provincia
Continua Roggero: «Per me non esiste differenza tra la cultura alta e la cultura bassa. Perché poi, andando a scavare, si scoprono delle storie interessanti. Per esempio: per quel volume di poesia tradotto in cinese, Gelli era stato candidato al Nobel. E quando sei candidato puoi far inviare all’Accademia di Svezia delle lettere a tuo supporto. Gelli se la fece scrivere da Madre Teresa di Calcutta. A me piacciono queste storie, ma altrimenti, chi le racconterebbe?». In fondo sono storie italiane ma nonostante questo, Roggero non pensa di fare cultura – e nel farlo sembra che venga meno alla sua stessa mancanza di distinzione tra cultura alta e bassa. Ma forse, nell’epoca del (post-) post-moderno, tutto è cultura. La nicchia in cui si muove lui, peraltro, inverte il rapporto di sudditanza culturale che a volte si attribuisce alla città sulla provincia. La preminenza del brutto potrebbe sembrare un fenomeno Milano-centrico, una controcultura un po’ snob. Non è così: lo stesso Labranca traeva dalla provincia il pane delle sue riflessioni. E anche Francesco, tornando ai suoi racconti, prima di diventare Auroro ha scoperto il trash nella provincia. «Credo che qui sia la provincia a influenzare Milano o le città. Il trash e il brutto trovano in provincia i loro avamposti». Mentre in città il pericolo è quello della gentrificazione, ovvero il processo di omologazione e sviluppo urbano (e urbanistico), in una replica infinita della formula del “carino”. Un quartiere gentrificato sarà pieno di giovani carini vestiti in modo carino, con caffé carini e negozi carini, come a NoLo, North of Loreto, ad un passo da cui facciamo questa intervista. Ma in una pizzeria al taglio rimasta ferma agli anni Ottanta che andrebbe preservata come un panda.
Il pericolo del carino
Giovanni Semi, sociologo e studioso dei processi urbanistici, ha intitolato un suo pamphlet satirico Breve manuale per una gentrificazione carina (Mimesis Edizioni, 2023): dove la spinta al carino è il pericolo. Dostoevskij scriveva che la bellezza salverà il mondo (frase che, purtroppo, si tende a mal interpretare). «Ora i posti brutti a Milano sono in pericolo. Il bar in cui ho iniziato a esibirmi come Auroro Borealo, per dire, non ci sono più». Ed è per questo forse che ci si attacca al brutto, non in contrapposizione al bello ma al carino [o potremmo dire, al gattino]. L’idea dei suoi progetti è quella di portare su un piano collettivo, e non più personale, questa riflessione, perché la comunità ha difficoltà a riconoscere oggi ciò che sembra brutto oggi ma avrà valore nel futuro. «Una volta Alberto Camerini, un cantautore degli anni Settanta, era considerato trash. Ora è sdoganato, recuperatissimo, canonizzato e santificato» spiega Auroro Borealo ,che è a sua volta un personaggio sopra le righe, con delle componenti trash e canzoni dai testi assurdi, che sale sul palco vestito in modo assurdo. «Lo faccio con l’ironia perché lo trovo un vestito molto fico. Ti metti quello e puoi dire tutto».
Tutto attorno è un vai e vieni di operai, birra da 66 e trancio doppio. Però la teglia è alta ed enorme in formato Milano, la mozzarella spessa e il proprietario per nulla affabile dunque simpaticissimo. Eccolo qua, un altro di questi posti sinceri da inserire nel catalogo del brutto-ma-bello. Mentre ancora cerco di capire come mai una pizza non gourmet mi stia facendo impazzire di gioia, me ne accorgo: la prendo come uno strappo alla regola, mi lascio sedurre. Quando è tutto così bello attorno, bisogna compensare. Perciò la risposta alla domanda, ma perché siamo così ammaliati dal brutto, potrebbe essere: perché abbiamo il lusso di vivere nel bello, e di quest’ultimo riconoscere i punti mancanti. Credo di dover metabolizzare questa consapevolezza. Magari torno a mangiare un trancio, giusto per controllare di non essermi sbagliata.