Dalle resine naturali dell’antica Cina alle automobili colorate degli anni Venti, passando per Eileen Gray e il design italiano degli anni Settanta, il laccato ha attraversato epoche e continenti. Oggi torna nelle nostre case e nei musei tra nuove sperimentazioni, lavorazioni artigianali e un’idea di lusso che riscopre il valore delle superfici.

Diciamo “laccato” e subito pensiamo a superfici lucenti e coloratissime, e non sbagliamo affatto. Negli anni Settanta e Ottanta questa finitura era praticamente ovunque negli interni delle nostre case, prima di perdere progressivamente popolarità e lasciare spazio ad altri materiali. Oggi, però, sta tornando, soprattutto tra le nuove generazioni, affascinate da questa strana pratica di nascondere completamente il materiale di un oggetto sotto tanti strati di colore, seguendo una lavorazione tutt’altro che semplice, ma anche dalla possibilità di acquistare piccoli oggetti di design a prezzi relativamente accessibili. La nuova popolarità del laccato non è però incoraggiata solo dagli appassionati di interior: sono sempre di più i giovani artisti ad utilizzarlo all’interno del proprio lavoro, al punto che lo stesso Victoria and Albert Museum ha deciso di riunirli, proprio quest’anno, all’interno di una mostra, a dimostrazione di come, secondo la curatrice Masami Yamada, «la laccatura sia una pratica ancora viva, e non soltanto una tradizione del passato».

E in effetti il laccato è tutt’altro che una novità: in Cina sono stati rinvenuti manufatti che ne documentano l’impiego già intorno al 5000–4500 a.C., e da allora ha attraversato epoche e stili molto diversi, dalle antiche lacche orientali, appunto, all’Art Déco, passando al design italiano degli anni Settanta. E se per decenni il laccato è stato associato soprattutto a credenze, contenitori e pannelli in legno o MDF, oggi designer e aziende ne stanno ampliando le possibilità, sperimentando nuove forme e combinazioni con materiali inaspettati – come il cemento e il vetro – per rispondere al gusto contemporaneo.

Settemila anni, infinite trasformazioni. Il laccato è tornato, dalle opere d'arte ai mobili che arredano le nostre case
Treflo, Ronan Bouroullec per Cassina, 2025.
Bouroullec ha lavorato sul contrasto tra colore e trasparenza applicando la vernice sul lato inferiore del vetro, secondo la tecnica della retro-laccatura.

Nuove forme e sperimentazioni

Un esempio particolarmente eloquente arriva da Cassina con il tavolo Treflo, con cui nel 2025 il designer e artista francese Ronan Bouroullec ha sfidato le convenzioni della laccatura, esplorando il contrasto tra colore e trasparenza attraverso la “retro-laccatura”, una tecnica che prevede l’applicazione del colore sul lato inferiore del vetro. Il vetro, lavorato a caldo fino a ottenere ondulazioni simili a quelle dell’acqua, altera poi i riflessi e l’intensità del colore, dando vita a una superficie che cambia aspetto a seconda di dove la si osserva. A spostare invece l’attenzione sul materiale da rivestire sono i tavolini progettati nel 2026 dalla designer e architetta spagnola Patricia Urquiola come parte di Ardys, un sistema di elementi imbottiti. Realizzati in cemento laccato lucido, trasformano un materiale “da cantiere”, che siamo abituati ad associare a superfici porose e opache, nel suo esatto opposto: una forma scultorea dall’aspetto quasi liquido.

Settemila anni, infinite trasformazioni. Il laccato è tornato, dalle opere d'arte ai mobili che arredano le nostre case
Ardys, Patricia Urquiola per Cassina, 2026.
I tavolini della collezione Ardys, progettata da Patricia Urquiola per Cassina, sono realizzati in cemento laccato lucido. Una finitura che trasforma un materiale normalmente associato a superfici porose e opache nel suo esatto opposto.

La stessa finitura può conferire personalità completamente diverse agli oggetti, riuscendo anche nella grande sfida di reinterpretare con finiture lucide e opache un’icona del design come Plana, il tavolino da caffè disegnato nel 1969 dall’architetta e designer francese Charlotte Perriand, parte della collezione Cassina iMaestri. Per chi lavora oggi lavora con il laccato, l’ambizione sembra essere la stessa: reinterpretarlo secondo il gusto contemporaneo, esplorando le possibilità del colore senza rinunciare a una delle sue qualità più apprezzate, la durata. D’altronde, resistere al tempo è qualcosa che questa finitura ha sempre saputo fare.

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Dog-shaped Box on a Low Table, fine XVII–metà XVIII secolo. Opera conservata al Musée national des Châteaux de Versailles et de Trianon. Foto Thierry Ollivier. © RMN / Grand Palais Art Resource, NY.

Una storia che inizia con la linfa di un albero

E non parliamo di qualche decennio, ma di millenni: le prime testimonianze del suo utilizzo risalgono a quando in Oriente si comincia a ricavare dalla linfa degli alberi lacciferi una resina da applicare sugli oggetti per renderli resistenti e impermeabili. Via via questa pratica ispira lavorazioni sempre più sofisticate, come l’urushi giapponese, che attraverso l’applicazione di numerosi strati di lacca crea superfici dalla profondità quasi “liquida”, pur essendo dure e resistenti, o il maki-e, letteralmente “immagine cosparsa”, in cui i disegni tracciati sulla lacca ancora fresca vengono ricoperti di polveri d’oro e d’argento, poi fissate e lavorate nella superficie.

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Paravento Coromandel a 12 pannelli, periodo Kangxi (1662–1722). Venduto da Christie’s New York per 200.000 dollari nel 2017. Courtesy Christie’s.

Tecniche molto diverse dalle laccature contemporanee, che possono impiegare poliestere, poliuretano, acrilici e altre resine sintetiche al posto della linfa, e che nell’antichità non erano riservate soltanto agli oggetti preziosi delle élite, ma venivano utilizzate anche per stoviglie, utensili, scatole da scrittura e contenitori quotidiani. Quando, a partire dal Cinquecento, gli oggetti laccati cominciano a diffondersi in Europa, il loro successo è talmente dilagante che due secoli dopo, nel Settecento, soprattutto in Francia e in Inghilterra, la domanda arriva a superare l’offerta della produzione locale, limitata dagli elevati costi di produzione. Gli artigiani si trovano così costretti a smantellare mobili e paraventi importati dall’Oriente pur di recuperarne i pannelli laccati e riutilizzarli in nuovi arredi: tecniche alternative che prendono il nome di japanning britannico e di Vernis Martin francese. Il laccato, era diventato un trend globale ante litteram.

Settemila anni, infinite trasformazioni. Il laccato è tornato, dalle opere d'arte ai mobili che arredano le nostre case
Brick Screen di Eileen Gray, nato sulla lacca insieme all’artigiano giapponese Seizo Sugawara. L’opera fa parte della collezione permanente del MoMA di New York.

Il maestro giapponese che influenzò il design europeo

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il fascino della lacca si era ormai radicato nell’immaginario europeo, ma artisti e designer cominciavano a chiedersi come reinterpretarlo. Una delle risposte più interessanti arrivò dalla designer irlandese Eileen Gray, che dopo aver visitato l’Esposizione Universale di Parigi del 1900 iniziò ad approfondire questa lavorazione accanto all’artigiano giapponese Seizo Sugawara, anche lui trasferitosi in Francia. Da quel confronto nacquero mobili e paraventi destinati a diventare icone del design, come il Brick Screen, parte della collezione permanente del Museum of Modern Art (MoMA) di New York e recentemente riportato in produzione da Aram in un’edizione limitata di 75 esemplari, realizzati su ordinazione, ambitissima dai collezionisti. Con questo oggetto Gray liberò la lacca dall’ornamentazione più ricca, tipica della tradizione, per una geometrica, essenziale, contemporanea. Ma se in Europa la lacca conquistava gli interni più esclusivi, negli Stati Uniti stava per diventare uno dei protagonisti della rivoluzione industriale. E tutto cominciò, curiosamente, da una matita.