Una chiacchierata con una vecchia conoscenza, il giornalista, esperto di giornalismo digitale e persona con cui “tutto è cominciato”. A 14 anni da allora, facciamo il punto sullo stato di salute dell’editoria e del giornalismo, fra rilevanza perduta, lettori da non tradire, importanza dei fatti e intelligenza artificiale usata bene.
C’è chi sui giornali ci scrive, e chi ad un certo punto finisce a farli. A progettarli, a lavorare con gli editori per sviluppare nuove testate, sistemare quelle esistenti, o a farle evolvere. Marco Pratellesi è uno di quei giornalisti, partito cronista di giudiziaria e finito a ripensare quotidiani e riviste per traghettarle nell’era digitale. Oggi sempre un passo avanti scrive saggi, si occupa di giornalismo e intelligenza artificiale e insegna alla Università LUMSA di Roma. Quando l’ho conosciuto era “l’uomo che ha fatto Corriere.it”, era il 2011 e con e grazie a Csaba dalla Zorza stavo lavorando al progetto di Vanityfood.it vertical tematico sviluppato insieme al rilancio del sito di Vanity Fair. Era l’epoca dei gattini e di editori che cercavano di districarsi fra calo delle vendite in edicola e avvento del web. Una bega per alcuni, un’opportunità per i più lungimiranti. Quella era stata la mia prima esperienza editoriale digitale, e oggi a distanza di anni, ritrovandomi nel mio primo incarico da editor in chief di una nuova testata digitale, era come chiudere il cerchio: gli ho scritto su Linkedin: “Ti ricordi?”, “Sì, io mi ricordo” e ci siamo bevuti un caffè al Bar Quadronno a Milano [mai perdere l’occasione di suggerire un indirizzo per un toast e panini].
Ridare centralità all’edicola ai lettori
«Negli ultimi 20 anni, gli editori hanno risposto al crollo di vendite, abbonamenti e pubblicità con tagli del personale e degli investimenti tecnologici. Nessuna innovazione è maturata nell’editoria che ha cercato, di volta in volta, di adattarsi alle nuove tecnologie digitali con risultati non sempre soddisfacenti. Il risultato è quello che vediamo oggi: giornali sostanzialmente uguali, poco originali, dove la battaglia per le news ha lasciato il campo a quella per gli schieramenti politici e all’intrattenimento» si legge nel suo contributo nel Report 2025 dell’Osservatorio sul giornalismo digitale promosso dall’Ordine nazionale dei giornalisti intitolato in modo impietoso “La tempesta e lo struzzo”.Su fostermag.com ci occupiamo di costume, ma è comunque fare informazione, e anche quella sui rossetti va fatta in modo serissimo.
Quando si progetta un progetto editoriale si lavora ai contenuti, alla squadra, alla grafica, a ciò che apprezzeranno ai lettori. Ma soprattutto al modello di business, a come sostenersi, alle fonti di ricavo fra edicola e vendite ai lettori, e pubblicità. «Gli editori in anni di vacche grasse, quando la pubblicità girava ancora, hanno pensato molto poco a fare giornali che piacessero e che vendessero. Ma poi questa pubblicità, per tanti evidenti motivi, è migrata su altre piattaforme». E ci si è ritrovati con riviste senza lettori, e senza manco la pubblicità. «Attualmente, l’advertising pesa comunque per l’80% dei ricavi, l’edicola al 20, troppo poco per sostenere il giornalismo. L’obiettivo è lavorare per riequilibrare, eliminare la zoppia». Ritornare a pensare ai lettori quindi, ridargli valore e fare prodotti che siano interessati, banalmente, a comprare, e dove la pubblicità abbia quindi voglia di investire.
Ritrovare la rilevanza per i lettori
Quello che è successo in edicola non è molto diverso da quello che subito dopo si è verificato sul web. Abbiamo passato anni a produrre tonnellate di contenuti copia&incolla, tutti uguali e studiati solo per piacere ai motori di ricerca, con cui fare numeri interessanti da vendere alla pubblicità. Siti con contenuti gratuiti, pagati pochi euro ai giornalisti, che rincorrono le ricerche fatte sui motori di ricerca, scritti per essere costellati di fastidiosi pop-up – che chiunque cerca di schivare. Contenuti senza identità in siti che parlano tutti delle stesse cose, e nello stesso modo. «Il tono di voce, lo stile, l’angolo visuale con cui racconti il mondo è il valore del giornale e la ragione per cui il lettore sceglie quel giornale anziché un altro» mi spiega Pratellesi e prosegue. «Devi essere sempre molto onesto, molto trasparente e diretto perché puoi fargli vari torti ma se sottovaluti la sua intelligenza non ti seguirà più». Ed effettivamente in un mondo, quello del lifestyle, che non vive di scoop e inchieste, è lo stile, l’intelligenza, la professionalità con cui parli di moda o design che dovrebbe conquistare il lettore, e la serietà con cui approcciare argomenti apparentemente frivoli.
La concorrenza del tempo
La concorrenza oggi è spietata, e non solo fra giornali o riviste, ma nell’accaparrarsi il tempo e l’attenzione dei lettori. «Abbiamo visto una rarefazione di quelli che un tempo chiamavamo media. Oggi le diverse piattaforme tendono inevitabilmente a catturare una parte del tuo tempo, anche senza volerlo. La tua dieta mediatica è molto più varia e questa rarefazione fa sì che il tempo a disposizione diminuisca: la battaglia del tempo è diventata importante se vuoi fidelizzare. Ogni volta che proponi qualcosa, deve valer la pena leggerlo, anche se è un long form. Il lettore si chiederà: valeva la pena passare dieci minuti o anche un quarto d’ora a leggere questo contenuto? Ho imparato qualcosa, mi rimane qualcosa, ho capito qualcosa che prima pensavo di sapere e invece sapevo male?». O mi sento solo preso in giro da un non-contenuto e da non-notizie? Informazioni utili, rilevanti, o inutili e che rubano il nostro tempo e la nostra attenzione e ci distolgono dalle cose davvero importanti. O almeno, dai fatti.
Alla ricerca dei fatti
«Il giornalismo non è un distributore di verità , ma il buon giornalismo cerca di avvicinarsi il più possibile alla verità attraverso una lettura e un racconto onesto, applicando la deontologia e l’etica della professione» continua, eppure viviamo in un’era in cui alla ricerca della verità, al racconto dei fatti, si predilige l’opinione, anche se non fondata sulla scienza, che non è altro che la verità attualmente condivisa, almeno fino a prova contraria. Eppure viviamo in un’era trumpiana, che è stata definita quella della post-verità, in cui l’opinione pubblica viene manipolata da notizie fondate su emozioni e sensazioni, senza alcuna analisi concreta della effettiva veridicità. Contenuti falsi al 100% ma molto più spesso fuorvianti o ingannevoli, in cui anche solo per pigrizia o per ignoranza si finisce per propagare vere e proprie fake-news. E scrivendo di beauty o di make up, si lambisce spesso il tema della salute e della medicina, così come parlando di ricette o di ingredienti si entra in tematiche nutrizionali, agricole, economiche – che non possono essere trattate con superficialità o basandosi su fatti non circostanziati. «Ognuno ha il diritto di dire quello che crede – sentenzia tombale Pratellesi – ognuno ha il diritto di avere le proprie opinioni ma non ha il diritto di avere i suoi fatti». E questo anche scrivendo del simbolico rossetto. «Non esiste la banalità – mi rincuora Pratellesi – perché quella onestà di ricostruzione, quella ricerca dei fatti c’è anche quando fai un giornalismo diciamo più di costume, più leggero. Se non sei credibile nel basso non lo sarai mai neanche nell’alto e quando tratti un argomento, qualsiasi esso sia, devi avere la stessa credibilità e professionalità, lo stesso approccio»
Internet non è infinito
14 anni fa quando era nato l’allora progetto di Vanityfood.it eravamo in un’epoca in cui avevamo l’idea che la Rete fosse infinita, un pozzo senza fondo, e che ci fosse spazio per tutto. Stavamo costruendo un archivio infinito mescolando contenuti più o meno autorevoli ad altri raffazzonati, imprecisi, senza fonti. Citerò il filosofo Emanuele Coccia dalla sua ultima rubrica Con Filosofia sul secondo volume di foster magazine: «Quello che chiamiamo cultura non è mai stato e non potrà mai essere il semplice accumulo materiale di tutto ciò che accade, né l’archivio esaustivo di tutte le parole pronunciate o pubblicate in un determinato luogo in un determinato momento. Raccogliere e conservare tutto ciò che esiste è una patologia che ha un nome preciso, la sillogomania, e che costringe chi ne soffre a vivere tra i rifiuti. […] Ecco perché gli spazi culturali non devono solo collezionare, ma selezionare i rarissimi elementi che possono innescare questa trasformazione collettiva». Ed invece quelli che Coccia definisce “immensi musei planetari a cielo aperto” sono diventati l’archivio in cui l’Intelligenza Artificiale oggi elabora e rielabora per darci risposte. Spesso completamente false proprio perché fondate su non-fatti che noi stessi abbiamo generato (più o meno inconsapevolmente).
AAA: Intelligenza naturale cercasi
Il panico scatenato da Chat GPT dimostra secondo Pratellesi quanto arriviamo sempre in ritardo e quanto manchi nel mondo dell’editoria contemporanea un uso consapevole delle tecnologie e reparti di ricerca e sviluppo con cui imparare ad utilizzarla. «Chat GPT non è uno strumento fatto per sostituire i giornalisti, ma può essere utilizzato dai giornalisti per fare giornalismo, bene o in modo terribilmente dannoso. Non inventerà mai nulla di nuovo, non farà mai uno scoop e non ti potrà mai dire qualcosa che ancora non esiste. Ma addestrata nel modo corretto può a lavorare sui dati grezzi infiniti, fare estrazioni e trovare correlazioni, anche laddove non le stiamo cercando. E mi cita l’inchiesta a cui aveva lavorato ai tempi dell’Espresso in occasione dei Panama Papers. «Ti ricordi? 11 milioni e mezzo di documenti, non ordinati, non collegati». Con la AI si possono scrivere testi banali e senza fonte, copiare e incollare idee altrui ma con parole sue, o analizzare dati che altrimenti avrebbero impiegato vite intere.
Useremo la AI su fostermag.com? Sicuramente, così come useremo ogni strumento a nostra disposizione per cercare storie, fatti, essere attendibili, selezionare, spiegare bene (come direbbe Il Post), non far perdere tempo a nessuno tradendo la sua fiducia. Come dice il nostro Manifesto, anche nella didascalia di un rossetto.