Ischia è una terra dove si coltivano ancora orti e vigneti, a picco sul mare. Una meta da godere anche fuori stagione.
Fino a non molto tempo fa, parlando delle isole napoletane, la classica distinzione era una sola: Capri l’isola azzurra e Ischia l’isola verde. Capri e Ischia distano infatti solo 17 miglia marine, un’ora di navigazione, ma nulla hanno in comune. Ischia è meta turistica, amata dal jet set internazionale e dall’alta società di Napoli, ma conserva un cuore agricolo, un entroterra selvaggio e piccoli paesini in cui le case, al posto dei giardini, hanno ancora gli orti con i pomodori. E se i capresi si sono estinti, gli ischitani sono orgogliosi della loro appartenenza, della propria storia e delle proprie radici: la tradizione qui è quella del vino e della cucina di campagna, del coniglio da fossa e dei classici partenopei.
Ovviamente, come tutte le semplificazioni, anche questa è riduttiva, visto che a Ischia si trova dell’ottimo pesce e la tradizione marinara è forte, ma il detto rende bene quell’anima agricola che a Ischia è tangibile ed emerge con netta evidenza nell’aspetto vitivinicolo
Non solo mare, ma terra e cultura
La produzione di vino qui è sempre stata centrale nell’economia fin dall’epoca greca, come si evince facilmente anche solo visitando il bel Museo Archeologico di Pithecusae a Villa Arbusto a Lacco Ameno, dove la profusione di reperti di tipo simposiale e di anfore riconduce facilmente alla presenza del vino nella vita sociale degli isolani fin dall’VIII secolo a.C.
La sua biodiversità territoriale che abbraccia mare e montagna la rende ricca di percorsi naturalistici tra giardini e il Monte Epomeo, e non solo di spiagge dorate. La sua storia millenaria, testimoniata dal bel museo archeologico e da reperti sparsi sull’isola si fonde con una scena culturale vivace punteggiata di festival, ma soprattutto è lo stile di vita che mette al centro rapporti umani che la rende un luogo da visitare e in cui tornare.
Ne sono convinti gli ischitani che hanno lanciato il progetto “Ischia is more” che si propone di raccontare l’isola in tutte le sue sfaccettature – dal patrimonio naturale e termale, all’enogastronomia, alla cultura e all’accoglienza: «Ischia è stata scoperta solo di recente da alcuni mercati importanti quali l’USA, l’Australia e il Regno Unito – spiega Francesco De Siano – e molto lo dobbiamo a L’amica geniale, a Stanley Tucci e agli articoli di cui Ischia è stata ultimamente protagonista su riviste internazionali come il New York Times». Perché se fra noi italiani Ischia è soprattutto considerata meta di vacanze estive, è bene cambiare prospettiva e cominciare a vederla come meta “alternativa” e meno inflazionata, magari proprio nei mesi autunnali quando si tramuta in una vera e propria Wine Destination. Gli americani lo hanno già capito.

Viticoltura eroica su terreni vulcanici
La qualità dei vini ischitani negli ultimi anni è salita moltissimo. Merito di una storia antichissima, iniziata già con la colonizzazione greca, proseguita in epoca romana e nei secoli successivi, e nonostante le difficoltà. La natura del territorio consente solo quella che oggi si chiama “viticoltura eroica” in quanto praticata su terrazzamenti scoscesi delimitati da muretti in tufo chiamati localmente parracine, difficili da raggiungere e da coltivare. Strade impervie percorribili un tempo solo a piedi o a dorso di mulo, oggi in parte con l’aiuto di cremagliere e ancora una volta a piedi, perché difficilmente raggiungibili con i trattori. Un lavoro durissimo, capace però di dare vini di grande qualità grazie anche al suolo vulcanico che caratterizza l’isola. Vini profumati, freschi, fini e salini.
Fino agli anni Sessanta la coltivazione delle vigne era molto diffusa e la produzione di vino era abbondante, poi con la crescita del turismo e dell’edilizia, molti vigneti sono scomparsi, abbandonati o soppiantati da case. Ma c’è chi non ha mai mollato.
Scoprire il Biancolella eroico
A portare avanti il lavoro enoico, già da fine Ottocento, la famiglia D’Ambra, che di generazione in generazione ha coltivato, vinificato, commercializzato le uve tipiche dell’isola: Biancolella e Forastera per i bianchi, Piedirosso per i rossi. Oggi Andrea, nipote del fondatore dell’azienda, coadiuvato dalle figlie Marina e Sara, continua l’attività ispirandosi ai principi di una maggiore qualità e identità territoriale, cercando e ripristinando vigneti antichi e convincendo molti giovani dell’isola a riprendere in mano vigne di famiglia per conferire le uve, contribuendo così a una produzione nota anche all’estero. Il loro vino più conosciuto è forse il Biancolella proveniente dalla Tenuta Frassitelli, a 400 metri di altezza e oltre, dal terreno vulcanico caratterizzato dal tufo verde. Un vigneto talmente ripido nei suoi terrazzamenti che vi è installato un trenino a cremagliera per facilitare la lavorazione.

Una storia di tornanza al femminile
Accanto alla famiglia D’Ambra altre realtà si stanno imponendo: l’azienda Tommasone è un classico esempio di come stia cambiando la storia enologica recente. La famiglia Monti, in realtà, era presente e attiva sull’isola da secoli, ma venendo ai tempi più vicini a noi, Antonio (figlio di quel Tommasone cui si deve il nome dell’azienda, e non per la corporatura, ma per l’abbondanza di terre possedute) era emigrato in Germania, dove si era sposato e aveva creato un ristorante di successo a Colonia. Alla morte del padre, però, prende in mano terre e azienda e dal 2004, con l’arrivo a Ischia della figlia Lucia, la cantina riprende il suo percorso. Oggi, grazie anche all’aiuto del marito enologo Giuseppe Andreoli, questa cantina a guida femminile – la prima a Ischia – ha messo il turbo e il salto qualitativo è tangibile. Anche in questo caso, il prodotto di punta è un cru di Biancolella, il Tenuta dei Preti.

Il miglior bianco d’Italia
Terzo in questo rapido excursus, non per qualità ma per questione geografiche (ci spostiamo infatti dal lato occidentale dell’isola a quello orientale), troviamo Nicola Mazzella, terza generazione delle Cantine Antonio Mazzella. Una persona geniale, con una visione nuova dei vini isolani, una tecnica impeccabile e tanto, tanto entusiasmo. Una persona che con il suo Biancolella Vigna del Lume ha riportato i riflettori della critica sull’isola, vincendo nel 2022 il premio come miglior bianco italiano secondo il Vinitaly di Verona, la più prestigiosa fiera del vino in Italia. Ricerca di vigneti antichi, di viti dimenticate e coperte da sterpaglia, da riportare a nuova vita con dedizione, fatica e amore: questi obiettivi di Nicola camminano di pari passo con la cura con cui coltiva le vigne di famiglia e le trasforma in vini di grande impatto. Vini di qualità, da degustare senza fretta, proprio in periodi dell’anno diversi e lontani da quelli del flusso dei vacanzieri da spiaggia.
Protagoniste di un turismo più consapevole, sostenibile e autentico con il vino come elemento principe, che offre l’autenticità dell’esperienza, nella connessione profonda con il territorio e i suoi ritmi.