La città partenopea si è scrollata di dosso ogni cliché per affermarsi come nuovo riferimento culturale. Da Partenope, la sirena, al festival EDIT Napoli, una metamorfosi tracciata dall’arte e dal design, fatta di sguardi, luoghi e percorsi inediti.

Nel Paese non esistono molte altre città che, al pari di Napoli, siano state così profondamente connotate dall’idea di italianità stessa: pizza, spaghetti, mozzarella, musica e capacità di arrangiarsi. Uno stereotipo, una faccia della medaglia positiva a cui se n’è affiancata anche un’altra, più cupa: malavita, spazzatura, povertà. Nel tempo le due immagini si sono fuse in una rappresentazione caricaturale dell’Italia stessa, riconoscibile tanto agli occhi degli italiani quanto ai turisti stranieri. Un insieme di cliché che ne ha progressivamente oscurato la complessità e l’ha resa prigioniera dei propri simboli: l’effige di Maradona, la pizza di Mangia Prega Ama, lo street food da pochi euro, i cantanti neomelodici, via dei Tribunali, il Vesuvio. Simboli così potenti che oggi tutti credono di sapere com’è Napoli, anche senza esserci mai stati. Un po’ come accade per New York o Parigi: città di cui esiste un’immagine collettiva, alimentata dal cinema e dalla cultura pop delle serie tv, difficilissima da scalfire, proprio mentre i turisti sono aumentati in modo compulsivo, e così l’amplificazione di un certo storytelling.
Eppure, da qualche anno, Napoli ha iniziato a decostruire questo racconto su di sé, scrollandosi di dosso le immagini che l’hanno imprigionata. Una trasformazione urbana, sociale, culturale, guidata da istituzioni e movimenti civili, incoraggiata da manifestazioni culturali come EDIT Napolidi cui quest’anno siamo media partner — e da una nuova generazione di professionisti che la osservano per quello che è davvero: una città dal respiro internazionale, portavoce autorevole in fatto di arte, design e cultura.

EDIT Napoli: la voglia e la necessità di una nuova prospettiva (attraverso il design)

Nata nel 2019, la manifestazione si fa interprete di questa rinascita culturale. Quest’anno torna dal 10 al 12 ottobre, rimanendo fedele a ciò che l’ha fatta nascere: la volontà di ridisegnare il rapporto tra Napoli e i suoi spazi attraverso la lente del design editoriale e d’autore, non solo per chi la visita, ma anche per chi l’abita. Una “nuova prospettiva” nel senso più autentico del termine: più libera, consapevole e determinata a esserlo sempre di più. Fin dall’inizio, le fondatrici Domitilla Dardi ed Emilia Petruccelli hanno visto in Napoli non una cornice, ma una protagonista internazionale, accogliente, contraddittoria, con lati complessi ma autentici che fanno parte del dna della città, che non sono stati rinnegati per la comunicazione delle edizioni di Edit, ma reinterpretati e inseriti dentro una nuova narrazione internazionale: dallo sbandieratore che richiamava l’araldica napoletana, al trampolino che richiamava l’immaginario napoletano del tuffo, a quest’anno una sorta di “golfo” , di mappa che si muove e si diffonde nella città.

Nel 2025 la manifestazione approda alla Santissima, nuovo centro della fiera, e in altre  tre sedi messe a disposizione dai Musei Nazionali del Vomero – partner dell’edizione: Certosa di San Martino, Castel Sant’Elmo e Villa Floridiana: nel 2025 Napoli la si osserva e la si vive dall’alto e da spazi solitamente chiusi al pubblico, che verranno riattivati attraverso il programma Cult: otto progetti site-specific creati da artisti e designer in collaborazione con aziende storiche, in cui la location non sarà considerata una mera scenografia ma parte fondamentale della narrazione e del significato delle loro stesse installazioni. Un approccio che punta a disegnare una nuova mappatura della città, non solo fisica ma anche simbolica: in questo Edit Napoli si rivela un modello di manifestazione unico, nato a Napoli e proiettato nel panorama internazionale.

Per noi Napoli non è semplicemente una città che ospita la manifestazione: è parte integrante della manifestazione, e questo si evince in ogni aspetto della fiera. Anche nel modo in cui la fiera viene pensata per essere fruibile e sostenibile per chi la visita. Non deve essere un mordi e fuggi da un posto all’altro senza apprezzarne i contenuti e la vera autenticità.”
Domitilla Dardi ed Emilia Petruccelli, founder di Edit Napoli

Uno sguardo lucido e visionario sulla città, che apre inevitabilmente alla domanda da cui tutto parte: da dove nasce l’immaginario di Napoli e come si è evoluto nel tempo?

Napoli è cambiata, e ora ha bisogno di un nuovo storytelling contro il folklore per raccontarne la vera anima
Illustrazione della Sirena Partenope di Napoli, 1833.

Tutto per colpa di una Sirena

L’immaginario partenopeo da cartolina non è un’invenzione moderna, tutt’altro: risale alla mitologia greca e a Partenope, la sirena che cercò di ammaliare Ulisse e che, fallendo, si gettò in mare. Le correnti trasportarono il suo corpo tra le scogliere di Megaride, dove si dissolse, dando forma, secondo la leggenda, alla morfologia stessa della città. Venerata come una dea (ieri come oggi, avete presente l’omonimo film di Sorrentino? Ecco), Partenope segnò l’inizio dell’immaginario di Napoli come città circondata dal mare, dal Vesuvio e da bellezze naturali: un’iconografia di paradiso terrestre che venne replicata per secoli. Fu solo nel Settecento del Grand Tour, quando Napoli divenne meta archeologica ambitissima per i viaggiatori stranieri, che quell’immagine cominciò a cambiare.

Napoli è cambiata, e ora ha bisogno di un nuovo storytelling contro il folklore per raccontarne la vera anima
Napoli, 1897. Parte del reportage dei Fratelli Alinari.

Accanto alla visione incontaminata della città, ne prese forma un’altra di luogo in cui sognare di straordinaria bellezza, in perfetta armonia tra natura e centro urbano. Poi arrivò la fotografia, e con essa un nuovo modo di guardare. Fotografi come i fratelli Alinari dedicarono alla città ampi reportage, rivelandone il volto autentico, segnato dalle disuguaglianze sociali, ben lontano da quello idealizzato delle cartoline che avevano già conquistato l’immaginario collettivo. Da allora, l’immagine di Napoli si è polarizzata: da un lato il paradiso naturale, dall’altro il luogo di crimine, malaffare e decadenza. Due anime che hanno convissuto senza che mai una prevalesse sull’altra, anzi, incoraggiate a crescere insieme, intrecciate fino a praticamente “ieri”. In questo equilibrio, il cinema del Novecento ha avuto, suo malgrado, un ruolo decisivo. Napoli è stata infatti scenario di oltre seicento film, e tra i più emblematici per comprendere questa doppia narrazione ci sono Matrimonio all’italiana di Vittorio De Sica (1964) – dove Piazza del Gesù Nuovo fa da sfondo all’amore tra Sofia Loren e Marcello Mastroianni – e Le occasioni di Rosa di Salvatore Piscicelli (1981), che ci conduce tra le strade di Scampia mostrando la violenza e la marginalità vissute dagli abitanti. Bellezza e degrado, sogno e realtà: un binomio duro a morire, che il cinema ha continuato a rinnovare nel tempo e che infatti abbiamo rivisto negli ultimi anni in Gomorra, nel fenomeno globale de L’amica geniale di Elena Ferrante e in quello teen di Mare Fuori. Eppure, proprio da questa coesistenza nasce la possibilità di uno sguardo nuovo. Anzi, più di uno.

Nuovi sguardi e itinerari fioriscono 

Attorno a questi stereotipi, nel tempo, si è sviluppato un dialogo tra la città e la comunicazione visiva, volto alla rigenerazione dei paesaggi urbani e sempre più attraversato da un linguaggio artistico. Un primo segnale di cambiamento è arrivato negli anni ’90, con la comparsa dei graffiti e delle opere di street art sui muri della città. Quelli che un tempo venivano considerati atti di vandalismo sono diventati espressioni di un nuovo linguaggio estetico e sociale: un modo per denunciare le contraddizioni urbane ma anche per portare bellezza dove sembrava non essercene, restituendo dignità alle periferie, rafforzando il senso di appartenenza e stimolando la nascita di un nuovo turismo culturale. Da qui, il passo verso una progettualità più strutturata è stato breve. Nello stesso periodo la Fondazione Morra Greco trasforma Palazzo Caracciolo di Avellino, edificio del Cinquecento nel cuore di Napoli, in un luogo che tutt’oggi promuove la rigenerazione urbana attraverso il dialogo tra l’arte contemporanea, con i suoi protagonisti nazionali e internazionali, e la comunità locale: da un lato con un programma di residenze artistiche per dar vita a opere nate dall’esperienza degli artisti nella città; dall’altro con laboratori e attività di formazione, pensati per promuovere sviluppo individuale coinvolgendo anche la piazza antistante, Largo Proprio di Avellino. 

Un percorso di riscoperta dei suoi quartieri storici che altri hanno accolto e reinterpretato, e che quest’anno si attiverà su uno di quelli più contraddittori: Secondigliano, territorio dove agricoltura e cemento, ville nobiliari e costruzioni popolari convivono come due facce della stessa medaglia. Il progetto Secondigliano tra corti e cortili, promosso dal Comune di Napoli, propone infatti un calendario di itinerari gratuiti che permettono di comprenderle. Da un lato la sua parte “signorile e agricola”: ville storiche come Villa Alfiero, Palazzo Visconti Capasso, Palazzo Miranda, Villa Cimmino e Villa Loffredo. Dall’altro, la dimensione più autentica e comunitaria del quartiere: l’ex Municipio,  l’antica piazza del mercato, la Masseria del Monaco, le corti dei palazzi e le piazze. Qui le donne cucinavano insieme, i bambini giocavano sui ballatoi, gli uomini si radunavano al calare del sole. Una quotidianità semplice ma condivisa, che ancora oggi sopravvive nei racconti e nei vecchi detti locali, come quello che meglio sintetizza lo spirito del quartiere: «Chi vo’ sapé ’e novelle, vada ’o mercato ’e Secondigliano». Un bisogno di vedere Napoli davvero, di comprenderla ma anche di tutelarla. 

Non possiamo permettere che la nuova immagine di Napoli sia semplicemente un’autocelebrazione del “mordi e fuggi”, alimentata da un turismo passivo che invade unicamente il centro storico. Napoli deve fare una scelta diversa: abbracciare percorsi lunghi, diversificati e che valorizzino l’intera area metropolitana. Ed è qui che l’arte, in tutte le sue forme, può fare tantissimo: diversificare le rotte, catalizzare l’attenzione su quartieri meno battuti, creando nuovi poli di interesse e alleggerendo la pressione sul centro storico”.
Fabio Agovino, fondatore della Collezione Agovino a Palazzo Sessa

Nel 2011 Fabio Agovino inaugura la prima mostra della sua Collezione nello storico Palazzo Sessa, che è in primis la casa della famiglia Agovino. Un luogo intimo e privato, dove la collezione si è lentamente stratificata negli spazi domestici, aprendosi agli amici, agli artisti, alle opere e, di conseguenza, alle mostre, alle cene, alle presentazioni di libri e alle visite. Questo desiderio di uscire dalla dimensione privata  ha spinto la Collezione Agovino ad allargare la propria visione e il proprio dialogo anche in altri spazi della città, stavolta pubblici, diventando un punto di riferimento per la ricerca e la promozione culturale.

«Per noi, il Palazzo Sessa è stato una sorta di “laboratorio” dal quale si è sviluppata una vera e propria missione culturale e civica. Abbiamo portato l’arte contemporanea in luoghi che già contenevano un forte significato sociale e storico, come: la Chiesa delle Scalze, uno spazio abitato e vissuto da una comunità autogestita di associazioni culturali, il Museo di Villa Pignatelli e più di recente, La Santissima. In questa direzione, stiamo preparando nuovi progetti, sia di mostre che editoriali: siamo convinti che l’arte ci aiuti a guardare avanti, a investire in nuove narrazioni e in una rigenerazione urbana che sia culturale prima che economica. Napoli ha l’occasione di riscrivere la propria immagine non solo per scrollarsi di dosso il passato, ma per diventare un laboratorio di cultura e sostenibilità. Una città che non vive per il turismo, ma che vive con esso, migliorando la qualità della vita di chi l’abita».

Napoli non è mai una sola cosa

Questo sentimento oggi attraversa molte delle iniziative nate in città, dai progetti istituzionali a quelli indipendenti. Tra questi anche quelli più personali ed editoriali, come il lavoro fotografico Soggiorno Napoletano di Sofia Scuotto. Il progetto nasce dal desiderio di mettere in discussione l’immaginario stereotipato di Napoli, tornando alle origini della sua rappresentazione visiva. Scuotto la ridefinisce dall’interno mettendo in circolo un nuovo archivio di immagini, spesso accompagnate da slogan, che restituisce una narrazione autentica sul rapporto tra residenti e turisti.

Napoli non è mai una sola cosa: passeggiando per le strade si percepisce chiaramente un dualismo ovvero c’è chi accoglie questo cambiamento con entusiasmo, vedendolo come un segno di progresso, sviluppo economico e rinascita urbana e c’è chi invece lo vive con crescente preoccupazione, temendo la perdita dell’identità locale e l’espulsione dei residenti dai quartieri storici (ad esempio come sta avvenendo nei Quartieri Spagnoli). Con il mio lavoro però non cerco risposte. Preferisco osservare, ascoltare e documentare.”
Sofia Scuotto, autrice del progetto fotografico Soggiorno Napoletano

Una riflessione sull’overtourism che si intreccia con un altro genere di risposta da chi proprio di hospitality si occupa. SuperOtium, progetto fondato da Nicola Ciancio, affronta il tema in modo propositivo. Attraverso l’arte e il design, propone un nuovo modello di accoglienza: un hub che attraverso l’arte e il design connette i suoi ospiti alla città seguendo l’ottica del  “quartiere intelligente” grazie a un programma di residenze a cui prendono parte viaggiatori, artisti, curatori, creativi e scrittori. Dai percorsi immaginari a quelli alternativi, fino agli itinerari che fanno leva sul nostro senso etico e collettivo, Napoli è tutto ciò che abbiamo raccontato, ma anche molto di più.