“An Island of Light” – un’isola di luce – è il titolo scelto da Es Devlin per la quarta edizione di Homo Faber, la grande esposizione internazionale dedicata all’alto artigianato contemporaneo. Sino al 30 settembre a Venezia, San Giorgio Maggiore.
La luce inonda l’isola come se qualcuno l’avesse puntata di proposito su San Giorgio. L’anteprima dedicata alla stampa è benedetta da un sole non troppo caldo, e mentre attraversiamo il Labirinto Borges al termine del percorso, rifletto sul senso di pace che la visita è riuscita a infondermi. L’ultima opera esposta è un arazzo realizzato da Bonotto, che racconta la flora e la fauna in un’armonia volta a stabilire un parallelismo tra i mestieri in via d’estinzione e le specie viventi. Guardare, ascoltare e percepire con consapevolezza è il primo regalo che la mostra offre al visitatore. Si entra intrisi dal frastuono delle nostre vite quotidiane e si esce circondati da una calma rara e preziosa, non a caso messa in scena su un’isola verde, che guarda Venezia proprio nello stesso momento in cui la Mostra del Cinema la anima di luce artificiale. San Giorgio splende di luce propria.
Il 1° settembre ha aperto la manifestazione biennale Homo Faber: un movimento culturale che promuove l’autenticità che scaturisce dall’unione di pensiero e lavoro, come prescrive la regola benedettina, che qui si respira ancora tra i sentieri e i grandi alberi che si affacciano sul mare. Realizzata dalla Michelangelo Foundation for Creativity and Craftmanship, in collaborazione con la Fondazione Giorgio Cini, Homo Faber è solo in parte una mostra. Estende la sua luce oltre gli spazi che la ospitano, creando un legame con la città grazie anche a manifestazioni parallele, come il doppio percorso espositivo organizzato dalla Fondazione Casa Sanlorenzo in città e la mostra fotografica “What a garden whispers” nei giardini del Redentore.

Alberto Cavalli, Vicepresidente della Fondazione Cologni, nel discorso di apertura cita Ovidio ne Le Metamorfosi, invitando il visitatore a guardare in alto, verso le stelle. Questo hanno fatto oltre 500 artigiani in più di 70 Paesi, lavorando per due anni alla realizzazione di opere che, per loro natura, hanno un livello di complessità, creatività e bellezza che può nascere solo dal lavoro delle umane mani.
La mostra si percorre tra spazi esterni ed interni (15 capitoli di un racconto ben riuscito, a mio avviso) in circa 4 – 5 ore. Le installazioni alternano giochi di luce e di acqua, sono potenziate dall’entrata in scena di grandi specchi e dell’elemento sonoro, affidato a un racconto quasi sussurrato. Nel mezzo, ci si ferma a pranzo in una delle aree di ristoro, sotto gli alberi, oppure si resta a guardare il mare.



