Tra gli ultimi esempi di giardino all’italiana, completo di villa e teatro di verzura, il Giardino di Pojega in Valpolicella è tornato accessibile al pubblico, dopo un sapiente lavoro di restauro.
Le chiese e i palazzi del centro storico di Verona distano soltanto una quindicina di chilometri, ma arrivati nel cuore della Valpolicella lo scenario volta completamente pagina e si tuffa a capofitto nel verde. Valle dalle molte cantine, come suggerisce la probabile derivazione latina del nome, val polis cellae, è una terra di vini sin dall’epoca pre-romana, vocazione che nei secoli ha connotato il paesaggio arricchendolo di vigneti al fianco di uliveti e ciliegi tra poggi da cartolina. Qui, presso Negrar, uno dei borghi antichi della zona, i Rizzardi seguirono l’abitudine in voga dal ’500 in poi tra le famiglie nobili venete e lombarde e acquistarono nell’area alcuni terreni per coltivare viti e ulivi e costruire una sontuosa dimora di campagna arricchita successivamente con un parco delle meraviglie. Queste le origini del Giardino di Pojega, concepito nel 1783 dall’architetto Luigi Trezza e voluto dal conte Antonio Rizzardi per intrattenere (e stupire) gli ospiti attraverso continui colpi di scena. Oggi, riaperto al pubblico dopo un recentissimo restauro a cura dell’architetto Giuseppe Rallo, paesaggista e conservatore, si conferma un luogo magico, di bellezza illesa dal tempo. Altrettanto intatto è rimasto lo spirito teatrale e simbolico con cui è nato il percorso di continua scoperta nell’ambiente di 54 mila metri quadrati, complice un design intenzionalmente narrativo e dinamico, ideato secondo una concezione spettacolare dello spazio. Siepi, viali, aiuole geometriche e scorci romantici tratteggiano un immenso palcoscenico animato da scenari appartati, labirintici, impensati. Si entra e in mancanza di una prospettiva centrale che domina il giardino intero, come nei giardini formali all’italiana, il percorso si svela progressivamente, generando suspense, curiosità, coinvolgimento: si cammina e via via si intercettauna scena diversa. Viali, quinte vegetali, curve e aperture nascondono e rivelano luoghi inaspettati dove statue antiche a tema mitologico e presenze animali – puma, cani e leonesse scolpiti nella pietra – evocano racconti e note di mistero a cielo aperto, come attori silenziosi. Così ovunque, a partire dal tempietto circolare neoclassico al centro di un boschetto di carpini bianchi e neri, aceri campestri, roverelle, lecci e tassi, spazio di riflessione filosofica, con le pareti di stalattiti, sassi e spugne e quattro statue, una di fronte all’altra, simbolo dell’equilibrio tra maschile e femminile: Venere che incarna l’amore passionale e Diana la castità, Ercole la forza e Apollo la sapienza. E, ancora, presso il Belvedere, affascina una struttura con scalinata e torretta ottagonale circondata da una siepe, che in passato veniva probabilmente utilizzata per le orchestre sfruttando la posizione sopraelevata per diffondere la musica in tutto il giardino. Si prosegue rapiti da una specie di incantesimo anche lungo il viale dei carpini costituito da un’arcata di queste piante, nella varietà nera e bianca, dalle chiome ombrose potate al centro per illuminare a mezzogiorno il tappeto di erba sottostante. E così via fino alla location che rende ancora più unico il Giardino di Pojega. È il teatro di verzura, raro esempio del suo genere, tra i più importanti e meglio conservati al mondo. Ispirato nella forma alla Grecia classica, si com- pone di elementi vegetali: gradinate in bosso, quinte in carpini, proscenio segnato da cipressi potati con una forma che ricorda una colonna. Uno spettacolo nello spettacolo.
Testo originale apparso su foster magazine #5 a settembre 2025