Nell’ex magazzino della Holland America Line, da cui tra fine ’800 e primi ’900 sono partiti e arrivati milioni di migranti europei, ha aperto uno spazio espositivo che tramite l’arte contemporanea racconta la bellezza e la difficoltà di più di un secolo di attraversamenti. Di ieri e di oggi. 

Il viaggio visto da chi lo attraversa

Persone comuni, ma anche Albert Einstein, Johnny Weissmuller, Willem de Kooning e Max Beckmann. Pensare che il coraggio e la necessità individuale di un viaggio possano generare conseguenze culturali così profonde da plasmare l’identità e la comunità di una città intera sembra quasi impossibile. Eppure è ciò che è accaduto a Rotterdam, metropoli tra le più pluraliste e visionarie d’Europa, oggi abitata da 170 nazionalità. FENIX nasce proprio qui: nell’ex Magazzino di transito San Francisco, progettato dall’architetto Cornelis Nicolaas van Goor e, nel 1922, considerato il più grande del mondo.

Da queste banchine non transitavano solo merci: passavano sogni, paure, partenze senza ritorno. Oggi quelle storie vengono rilette con lucidità e senso di collettività globale grazie allo sguardo di artisti internazionali come Steve McQueen, Rineke Dijkstra, Shilpa Gupta e Alfredo Jaar. Un cerchio che si chiude esattamente dove tutto è iniziato, in un museo che non si limita a custodire le memorie del passato, ma le mette in dialogo con il presente, dando voce a ogni nuovo attraversamento, rendendo visibile ciò che spesso resta invisibile.

Una rinascita a 24 metri di altezza

Il nome FENIX – che in latino significa “prospero, dopo una prova” e rimanda all’uccello mitologico che rinasce dalle proprie ceneri – contiene in sé il destino di un edificio sopravvissuto alla guerra. Quasi raso al suolo durante un blitz nazista nella seconda guerra mondiale, nel 1950 il magazzino viene inserito nel piano di riqualificazione urbana dello studio Witteveen Architecten, che lo suddivide in due sezioni: Fenix I e Fenix II. 

È proprio Fenix II, nel 2018, a essere scelta dalla Fondazione Droom en Daad come sede del museo, nel segno di una Rotterdam sempre più intesa come laboratorio culturale a cielo aperto. A pochi metri dal Museo, infatti, troviamo anche il Batavierhuis per la musica, il Veerhuis per la scrittura, il Muziekwerf per l’educazione musicale delle nuove generazioni, e il Danshuis per la danza.

A intervenire sui 16.000 mq dell’edificio lo studio cinese MAD Architects, fondato da Ma Yansong con Dang Qun e Yosuke Hayano, affiancato per il restauro da Bureau Polderman. Sono diversi infatti gli elementi originali del 1923 e della ricostruzione postbellica a essere stati stati conservati e riproposti: le facciate sabbiate, gli infissi e le finestre, le porte che si sono ricolorate del loro storico verde. Al centro di questo intervento per una nuova identità architettonica c’è però Tornado, una scala a doppia elica rivestita in acciaio inox lucido che si innalza dal piano terra fino alla terrazza panoramica a 24 metri d’altezza. Qui, sotto la luce naturale che filtra da una grande vetrata, le superfici grezze e i volumi industriali accolgono il pubblico in un ambiente aperto e in movimento: si entra, si guarda, si sale.

“FENIX è più di un museo: è un viaggio di scoperta, uno specchio profondo dell’esperienza migratoria umana”
Anne Kremers, direttrice

Un labirinto di valigie e bauli

La narrazione storica dell’edificio è indissolubilmente legata a quella delle opere che lo abitano. Al piano superiore troviamo la collezione permanente, al piano terra invece è allestita l’installazione monumentale intitolata Suitcase Labyrinth composta da 2.000 valigie provenienti da un call internazionale: oggetti reali, appartenuti a persone comuni, tramandati di generazione in generazione. Il pezzo più antico risale all’1898, altre sembrano appena scivolate fuori dal nastro bagagli, con ancora addosso la fretta dell’atterraggio. Insieme danno forma ad un paesaggio sentimentale e documentaristico della migrazione: bauli, zaini, cappelliere malconce e piene di adesivi oppure rifinite in maniera elaborata.

Ognuna, con la sua forma e la sua storia, contribuisce a disinnescare l’idea astratta, nebulosa di “migrante” restituendo al mondo il peso specifico di ogni singolo percorso. Anche perché migrare non è solo un fenomeno del passato. È una condizione che attraversa il nostro presente e, senza dubbio, il futuro. E proprio a partire da questa consapevolezza, al centro dello spazio si trova l’opera al neon (Kindness) of (Strangers) (2015) dell’artista cileno Alfredo Jaar: una mappa di rotte migratorie tracciate tra Africa, Asia ed Europa, che rende visibile la difficoltà estrema di chi si muove affidandosi solo alla fortuna e alla solidarietà umana.

Museo fenix rotterdam. A rotterdam esiste un museo sulle migrazioni, le nostre

“We are migrants of time”
Chae Eun Rhee, Artista

La prima mostra, che va in tutte le direzioni

Oltre 150 opere hanno dato corpo alla mostra inaugurale All Directions, nel maggio 2025. Artisti affermati ed emergenti, prestiti internazionali e nuove commissioni si sono intrecciati per restituire un’immagine caleidoscopica del concetto di partenza, attraversamento, migrazione. C’è The Bus di Red Grooms, un autobus a grandezza naturale che invita il pubblico a salire, sedersi, immaginare. Luz Brilhante e Cintilante di Raquel van Haver e Ivan Barbosa, un dipinto monumentale che racconta l’esperienza di oltre 20.000 capoverdiani a Rotterdam. We, In the Eye of the Wind di Chae Eun Rhee: un doppio trittico che invita a mettersi nei panni di un migrante seguendo stormi, attraversando oceani, incontrando un coreano alle Hawaii, passando da Lil Miquela a un creeper di Minecraft.

Un itinerario frammentato e visionario, tra reale e immaginato. ​​A queste si affianca Where Are We Going, opera commissionata da FENIX all’artista Efrat Zehavi: 116 ritratti in plastilina di abitanti di Rotterdam, volti reali modellati a mano e messi in dialogo – insieme a tutte le altre opere – con oggetti d’archivio, affidati dai residenti al museo. Una tenda dell’UNHCR. Un frammento del Muro di Berlino. Un passaporto Nansen del 1923. Tutto in questa mostra parla di città intesa come spazio condiviso, e di identità come costruzione plurale. Un inizio che anticipa la traiettoria espositiva del Fenix, negli anni a venire.

Un tema, quello della migrazione che nel museo di Rotterdam non si rivolge solo agli amanti dell’arte ma alle persone in quanto cittadini: abitanti del mondo, veicolatori di storie e memorie, aperti al confronto e a entrare in connessione tra loro. Per questo il museo ha deciso di aprirsi oltre il perimetro delle sue gallerie, con uno spazio accessibile e gratuito pensato appositamente per la comunità. Il Plein, concepito come una grande piazza coperta di 2.275 mq, ospita ogni settimana attività nate dal basso: eventi, performance, cene sociali, mercatini, incontri. Qui ha sede anche il Taalcafé, un caffè linguistico dove chi sta imparando l’olandese può esercitarsi in modo informale, guidato da volontari. Uno spazio che riflette il paesaggio culturale di Rotterdam, multietnico, in movimento, in trasformazione.

“Freedom is the one thing that matters. It is the departure, a new start”, diceva il pittore Max Beckmann. Se è vero che la libertà coincide con l’atto di partire, è altrettanto vero che ogni attraversamento lascia una traccia: nella memoria, negli oggetti, nei luoghi. Alcune si dissolvono, altre riaffiorano, si intrecciano, si fanno racconto: sono materia viva che rendono possibile la nascita e lo sviluppo di uno spazio condiviso.