Dietro ad un oggetto di design si possono celare settimane di lavorazione e sapere artigiano. Perché il lusso, a volte, sta nel tempo che ci si mette a fare le cose bene. E no, non è sempre e solo marketing.
Come una it-bag o una bottiglia di vino, anche il prezzo elevato, a volte elevatissimo di un oggetto di design può farci alzare il sopracciglio. Viene automatico chiedersi: “a cosa si deve questo valore? Dall’etichetta, dal brand, dalla firma famosa? È solo un’operazione di marketing ben riuscita?”. Non sempre. La risposta, a volte, sta in una sedia che potrebbe sembrare semplice ma che in realtà nasconde una manualità che si affina solo in anni di lavoro. Lasciarsi sedurre dall’estetica è facile. Più raro è imbattersi in oggetti capaci di raccontare il valore del tempo e la cura con cui sono stati fatti. E sono proprio loro, alla fine, quelli che ci sorprendono di più: ma solo se sappiamo guardare al di là della loro superficie.
English Chair: 50 ore per l’intreccio
La sedia per cui servono più di 50 ore solo per intrecciare la paglia è la English Chair di Kaare Klint. Una struttura in rovere chiaro, sottile ma resistente, elegante ma confortevole. Gli spigoli appena smussati, lo schienale inclinato e intrecciato con il motivo esagonale della paglia di Vienna. A decorarla è il legno stesso, con intarsi che si notano solo avvicinandosi. È un oggetto semplice, ma solo in apparenza. Il lavoro parte da una fase zero: la selezione manuale del legno, alla ricerca di porzioni perfette, prive di crepe o nodi che possano minare la resistenza e l’uniformità estetica finale.
Solo dopo si passa al taglio, agli intarsi di palissandro modellati uno a uno, alla levigatura – ripetuta più volte – con carte finissime per rendere il rovere liscio come seta, e infine all’applicazione manuale dell’olio di lino: circa 16 ore di lavoro distribuite su due giorni. Un capitolo a parte è per la tessitura della paglia di Vienna, intrecciata attraverso oltre trecento fori (realizzati in circa 8 ore) su schienale, seduta e fianchi: un’operazione che da sola può richiedere fino a due settimane di lavoro, perché ogni nodo sia saldo e ogni linea perfettamente tirata. I cuscini in pelle pieno fiore sono il tocco finale, la sedia di Klint è completa.
Una nuova generazione di ebanisti
Da quando, nel 2024 l’azienda ha deciso di rieditare questo pezzo iconico degli anni Trenta, la English Chair viene realizzata esclusivamente su ordinazione ed è diventata una delle prove più impegnative per gli apprendisti che lavorano nella campagna danese sull’isola di Funen, dove si trova The Lab, il laboratorio di apprendistato della Carl Hansen & Søn, che dal 2019 si dedica alla formazione di una nuova generazione di ebanisti, con l’obiettivo di mantenere viva la tradizione mobiliera d’alta qualità e incoraggiare un ritmo diverso da quello frenetico della produzione seriale. Guidati dai maestri artigiani, i giovani apprendisti seguono ogni progetto dall’inizio alla fine, alternando incastri, levigature, intagli e intrecci manuali all’uso misurato dei macchinari. Ogni passaggio è studiato, ogni gesto ha il suo peso.
È il riflesso di una lentezza che è tornata a essere la migliore alleata del design, capace di dare vita a pezzi speciali che non nascono per stupire, ma lo fanno comunque. Sarebbe un errore pensare che questa attenzione minuziosa debba tutto alla nostalgia per un’epoca passata. Alcuni materiali, alcune tecniche e certe finiture non hanno mai saputo convivere con la fretta. Negli anni Trenta come oggi, il “tempo giusto” sta nel creare quell’equilibrio sottile tra estetica e funzione che permette davvero di parlare di eccellenza. Ed è forse proprio in questa idea che si nasconde il segreto di certi oggetti di design: capaci di attraversare epoche diverse senza appartenere mai davvero a una sola, eppure, in qualche modo, a tutte. Oggetti che riescono ogni volta a raccontare qualcosa di nuovo: la English Chair è uno di questi.
Bello ma anche comodo
Progettata nel 1931, conserva ancora oggi un’essenzialità estetica sorprendentemente attuale. Quando Kaare Klint la presentò per la prima volta alla “Cabinetmakers’ Autumn Exhibition” di Copenaghen – l’esposizione annuale che ancora oggi promuove il dialogo tra artigianalità e design – questa sedia diventò il manifesto di tutto ciò in cui credeva: lo studio meticolosissimo delle proporzioni, l’analisi delle dimensioni del corpo umano, l’idea che un buon mobile dovesse conformarsi assolutamente a queste. Insomma, essere bello, ma anche comodo. Il legame tra funzione ed estetica, quell’equilibrio necessario tra un oggetto e lo spazio che lo accoglie, Klint lo ha sempre respirato.
Prima di tutto perché figlio di un architetto – Peder Vilhelm Jensen-Klint – e poi perché, oltre all’ambizione naturale del designer, in lui c’era anche la convinzione da teorico che un oggetto dovesse avere un valore culturale, oltre che un’estetica, non solo una forma funzionale. Per realizzarla Klint si era ispirato alle vecchie sedie inglesi del ‘700, come la Windsor Chair da giardino, che oggi potremmo ritrovare al Louvre, ritratta in qualche dipinto impressionista di una colazione sotto il sole. Studiare, smontare, semplificare. È la base teorica del funzionalismo, un’idea di “arredo umano” la cui estetica è chiara, logica, fatta di linee pulite e materiali lavorati in maniera impeccabile.
CH25 vs English Chair
La “English Chair” non è il prodotto di Carl Hansen & Søn che richiede più ore di lavorazione per il suo intreccio. Nei due decenni successivi, Klint affiancò al suo lavoro di designer anche quello di educatore, contribuendo a plasmare la nuova generazione del design danese: tra i suoi “allievi” c’è Hans J. Wegner, che da ragazzo si era formato come ebanista. Fu proprio lui nel 1950 a disegnare la poltrona che supererà il record della sedia di Klint: la lounge chair “CH25”.
Quattro gambe inclinate, due braccioli ampi e pieni, uno schienale inclinato che annulla qualsiasi sforzo della schiena. Il legno, rovere o noce, è lavorato a vista, con bordi stondati e giunzioni appena percettibili. Nasceva come prodotto in serie, ma il suo processo di realizzazione restava profondamente artigianale: circa dieci ore di lavoro e oltre 400 metri di corda di carta intrecciati, a mano, sia sulla seduta che sullo schienale. Un risultato che si vedeva su entrambi i lati: anche il retro, spesso trascurato, qui era curato e bello da guardare.


