C’è una memoria condivisa da milioni di ex-bambini italiani, nonni nati nel Ventennio e dei boomer: la colonia estiva. Al mare o in montagna, le colonie sono state più di edifici dalle architetture avveniristiche, ma i ricordi di un’estate italiana che non esiste più. Ecco la loro storia, e le colonie che sono sopravvissute (o diventate altro), e dove si può fare un tuffo indietro nel tempo.

Ti ricordi, sì io mi ricordo le notti in camerata e i pranzi in refettorio, le estati in spiaggia vestiti tutti uguali. Pochi luoghi come le colonie incarnano la storia d’Italia del secolo scorso. Sono per molti ricordi indelebili e foto in bianco e nero oramai sbiadite, cartoline conservate con cura per decenni. E sono edifici imponenti, considerati fra i reperti più significativi dello stile modernista degli anni Trenta, e poi un esempio della frenesia edilizia nella ricostruzione post-bellica. Sono luoghi del passato, che si possono tornare non solo a pensare ma a visitare. Andar per colonie» è infatti un viaggio nella storia del costume, nelle consuetudini economiche e sociali delle famiglie per oltre mezzo secolo di storia italiana, e un libro (Il Mulino edizioni) scritto dal professore e storico Stefano Pivato per la collana Ritrovare l’Italia. Andar per colonie è un excursus in quello che per generazioni di bambini ha rappresentato una sorta di rito di passaggio.

«E, come per tutti i riti di passaggio, le emozioni evocate in seguito sono soggettive: dal piacere al malumore, dalla partecipazione al distacco. Le colonie sono straordinari contenitori di memorie, dai primi anni venti agli anni Settanta quando le colonie finiranno via via di esistere. Il boom economico e il miglioramento del tenore di vita degli italiani consentirà alle famiglie italiane di trascorrere la vacanza assieme ai figli nelle pensioni in riva all’Adriatico o al Tirreno. E quindi di mandare metaforicamente in pensione anche una delle minacce più ricorrenti che i genitori rivolgevano ai figli disubbidienti: Ti mando in colonia!». È un libro da leggere, in cui cercare i luoghi della propria memoria, da cui noi abbiamo estratto una storia. 

In principio fu la tisi

Al principio fu la tisi, titola il primo capitolo Stefano Pivato perché è quando alla metà dell’Ottocento che la medicina scopre le proprietà curative del mare, che i bambini delle classi povere verranno mandati a sanare i propri corpi malati nei primi ospizi marini. All’inizio del Novecento sono già cinquanta gli ospizi su tutto il territorio nazionale e decine di migliaia i bambini curati. «Ma se mentre la “villeggiatura” al mare delle classi nobili e borghesi si svolge negli alberghi e nei villini delle zone centrali di Viareggio, di Rimini o di Loano, gli ospizi, e più tardi le colonie, vengono costruiti in zone periferiche in modo che la loro presenza non arrechi disturbo e non intralci il nascente turismo balneare. E quella distanza, fisica e sociale, che accompagna le origini del turismo viene replicata in tutti i piani urbanistici delle località balneari che ospitano le colonie».

L’era del Ventennio 

A partire dagli anni Venti si apre una nuova fase e da istituzione con funzione curativa si sostituisce quella educativa: il regime si prende cura dei bambini e soprattutto li educa all’ideologia nazionale, anche nel proseguimento della scuola invernale. Mussolini si erige a “grande babbo spirituale dei fanciulli” e “padre vigile e premuroso della salute fisica e morale dei suoi figli” e la vita in colonia viene quindi uniformata agli stessi ritmi e indirizzi per tutti i piccoli ospiti: stesse divise, gli stessi canti, le stesse liturgie giornaliere dirette a forgiare una mentalità collettiva uniforme.
«Mentre nel resto dell’Europa o negli Stati Uniti le strutture di vacanza per i minori vengono erette con criteri di spartana essenzialità, come tendopoli o baracche in legno, in Italia si assiste a una vera e propria monumentalizzazione del welfare per l’infanzia.

Le colonie devono soprattutto stupire» e la mancanza di vincoli paesaggistici consente ai progettisti di scatenare la fantasia e di rendere le colonie navi, locomotive, aerei. Il calcestruzzo, grazie alla sua duttilità e celerità d’impiego, diviene la rappresentazione di una delle metafore fondanti del fascismo: la velocità. In tempi che lasciano stupefatti non pochi osservatori stranieri, alcuni degli architetti più noti degli anni Trenta fanno erigere edifici coloniali ancora oggi considerati veri e propri capolavori del razionalismo architettonico, straordinarie anche per le dimensioni dei complessi architettonici. Erano enormi, con centinaia di posti letto ma «si tratta di una percezione ingigantita nei piccoli ospiti dall’isolamento degli edifici in grandi aree verdi. Costretti a una vita confinata in spazi domestici angusti, abituati a una quotidianità nella quale sono assenti agi e comodità, i bambini toccano con mano la magnificenza e la generosità del regime. Le emozioni vissute in colonia sono spesso destinate a produrre, sul piano psicologico, visioni indimenticabili. Le colonie colpiscono la fantasia. E non solo quella dei bambini: per chi non ha modo di vederle direttamente, è la propaganda sui giornali e attraverso i cinegiornali Luce a materializzarle al pubblico adulto».

L’epoca del Dopoguerra 

Nel 1942 il regime dichiarava l’apertura di 5.805 insediamenti coloniali per 940.615 bambini, prima che la Guerra le veda distrutte o riconvertite ad altri usi. Già nel 1945 però l’Unione donne italiane promuove i «treni della felicità», una imponente rete di solidarietà che per alcuni anni trasferisce migliaia di bambini indigenti del Sud presso le famiglie del Nord, in particolare in Emilia-Romagna.  La stessa associazione, già dall’estate del 1945 in collaborazione con l’ANPI, allestisce le prime colonie estive con mezzi e strutture di fortuna. Tuttavia, la concorrenza del mondo cattolico marginalizza le esperienze dell’educazione laica e alla metà degli anni Cinquanta, i fanciulli assistiti ammontano a 1.800.000, circa la metà risulta gestita da enti e associazioni religiose. In maniera esplicita, i manuali educativi cattolici criticano il monumentalismo del periodo fascista, in occasione della costruzione dei nuovi edifici adatti a ospitare le colonie, si raccomandano criteri quali l’economicità, il risparmio e l’essenzialità, anticipando quella povertà formale che caratterizza l’architettura ricettiva delle prime strutture del turismo di massa. Sono banditi i grandi locali per i refettori e dormitori e sconsigliate le lunghe tavolate, in favore di locali di dimensioni più ridotte debbono favorire una maggiore socialità fra i piccoli ospiti e, di conseguenza, una loro maggiore predisposizione a cogliere i suggerimenti delle educatrici che avrebbero dovuto relazionarsi al gruppo «come una madre». Al posto delle coreografie in onore del duce e la disciplina militare, bambine e bambini disegnano con i loro corpi sulla spiaggia, si suggerisce di far eseguire un più innocuo girotondo come addestramento alle danze popolari.

Cosa resta delle colonie

A partire dagli anni Sessanta, le famiglie cominciano a potersi permettere le vacanze e a farle tutti insieme, e coì via via le colonie finiscono di esistere. Gli edifici più modesti si trasformano in pensioni a gestione familiare, altri cambiano destinazione divenendo residenze di lusso grazie alla loro posizione privilegiata di fronte al mare. La Veronese di Cesenatico viene trasformata in albergo a quattro stelle nel 2006. Stessa sorte per la Dalmine di Riccione, inaugurata nel 1936 e lussuosamente adattata a hotel a quattro stelle, o per una delle colonie più monumentali degli anni Trenta, la Fara di Chiavari, trasformata in albergo di lusso e centro benessere. 

La colonia Le Navi di Cattolica, vero e proprio gioiello futuristico degli anni Trenta, è convertita in un gigantesco acquario visitato da migliaia di turisti ogni anno. La colonia Regina Elena di Calambrone è stata restaurata nei primi anni Duemila e trasformata anch’essa in un complesso turistico-alberghiero mentre l’ex colonia Principe Umberto di San Benedetto del Tronto ospita alcuni corsi dell’Università di Camerino come la colonia montana IX maggio di Monteluco di Rojo in Abruzzo, diventata sede della facoltà di Ingegneria dell’Università dell’Aquila. «Tuttavia, a parte riutilizzi in alcuni casi virtuosi e in altri oggetto di vere e proprie speculazioni, la maggior parte degli edifici un tempo adibiti a colonia è in stato di abbandono. Le rovine emergono qua e là nel paesaggio come reperti di archeologia balneare (Pupi Avati ci ha girato persino un horror, Zeder nel 1983, il suo capolavoro horror). Si calcola in oltre 2 milioni di metri cubi il volume delle ex colonie disseminate lungo le coste italiane o sparpagliate fra le Alpi e gli Appennini che nel periodo estivo hanno ospitato per oltre un secolo milioni di bambine e bambinio».  E tu, Di che colonia sei? Per citare il titolo del documentario di Riccardo Marchesini (Giostrafilm, 2023)