Una semplice sequenza di anelli intrecciati che attraversa millenni, unendo re e schiavi, moda, arte e controculture. È il primo gioiello di metallo della storia, l’unico a non aver mai perso il suo potere ambivalente: decorare ed emanare potere sociale. La catena oggi è come la vogliamo, per questo la indossiamo più o meno tutti.
Nel 1873, l’archeologo Heinrich Schliemann scopre nel sito dell’antica città di Troia il Tesoro di Priamo: tra quegli straordinari reperti di cinquemila anni, un diadema composto da oltre sedicimila minuscole foglie d’oro montate su catene raffinatissime che scendono a cascata sulle spalle. Quel diadema – che Schliemann fotografò indossato dalla moglie – è tra le testimonianze più spettacolari dell’identità sfaccettata (rituale, simbolica e artigianale) di un gioiello che tutt’oggi resta un unicum. Lo troviamo come ornamento e status symbol sia nella civiltà cretese che in quella romana dove si diffonde prima sotto forma di fili intrecciati, poi come collana con pendenti medaglioni e monete. Nei ritratti e nei mosaici appare come pegno d’amore, simbolo di potere e privilegio ma a indossarlo sono anche gli schiavi e i prigionieri delle carceri, non per decoro ma per obbligo.
«Nell’antichità non esisteva separazione tra “alto” e “basso”. I migliori orafi romani, greci e rinascimentali lavoravano tanto i materiali nobili quanto i non. È solo nel Settecento che compaiono quei parametri divisivi a cui oggi siamo abituati». A condividerlo con noi è Alba Cappellieri, direttore del Master internazionale in Accessory Design e del Corso di Perfezionamento in Design del Gioiello al Politecnico di Milano e che proprio alla storia della catena ha dedicato il libro “Catene. Gioielli fra storia, funzione e ornamento”. La catena risale alla preistoria eppure oggi è il gioiello più indossato e innovativo di tutti, sia nell’estetica che nelle tecniche. Tutti i simbolismi delle epoche che ha vissuto li porta con sé: è rimasta genderless, versatile, trasversale. Consapevolmente ambigua. Unisce o imprigiona? Vincola o connette? Entrambe, e proprio in questa contraddizione risiede il suo fascino.
L’industrializzazione
La catena diventa l’emblema di ogni epoca e cultura che l’attraversa. A ogni passaggio si carica di nuovi significati, e proprio per questo diventa sempre più preziosa. Come le Manin veneziane: catene fatte da minuscoli anellini d’oro lavorati a mano «le chiamavano così perché visti i pochissimi millimetri di diametro venivano lavorate dalle bambine» precisa Alba Cappellieri. Per attaccarli, queste bambine usavano una boule piena d’acqua come se fosse una lente d’ingrandimento. Oggetti talmente preziosi da diventare beni dotali, che oggi possono essere realizzati in dimensioni ancora più minute grazie alla tecnologia.“Merito” della macchina progettata nel 1782 dal francese Jacques de Vaucanson, capace di piegare e intrecciare fili metallici senza saldatura. Il processo industriale la democratizza, moltiplica l’uso della catena e la diffonde ovunque. Così nel giro di trent’anni conquista le grandi maison parigine di Place Vendôme. Coco Chanel la usa ovunque: nei bijoux, nelle giacche (cucita all’interno per dare peso al taglio), e soprattutto per la 2.55, la prima borsa da giorno che può essere portata a spalla grazie a una ca’tena scorrevole a maglie piatte. Una scelta che contribuirà a plasmare anche l’iconografia moderna di Chanel, grazie alla visione di Karl Lagerfeld dagli anni ‘80 in avanti.

A segnarne l’ingresso definitivo nell’era contemporanea è Van Cleef & Arpels nel 1952, con la celebre zip. Realizzata in oro e diamanti, si apre e si chiude come una vera chiusura lampo, e da collana si trasforma in bracciale. Un capolavoro tecnico e concettuale. Da lì in poi, la catena entra nel lessico dell’alta gioielleria e del prêt-à-porter.

All’inizio degli anni ’70 i più grandi brand dell’Alta gioielleria hanno i riflettori puntati sulla catena. Piaget presenta la 21st Century Collection, composta solo da orologi-sautoir e manchettes. È una collezione spartiacque: da un lato l’eccellenza tecnica, grazie al movimento 9P – uno dei più sottili al mondo, brevettato vent’anni prima – dall’altro, estetica. Questi nuovi oggetti da indossare come collane o cinture raccontano infatti un nuovo modo di leggere il tempo.

Anche in Italia, in una Milano in pieno fermento sociale e culturale, la catena si rinnova. Pino Riabolini, fondatore di Pomellato trasforma la catena da elemento funzionale a pura espressione artistica. Il disegno delle maglie è scultoreo, eppure sono leggere e comode come una seconda pelle. E mentre i brand ne studiano il design, fuori dalle vetrine la catena diventa un oggetto di identificazione collettiva. Tre culture giovanili apperentemente lontanissime tra loro – hippy, punk e hip hop – la indossano. In modi diversi certo, ma con lo stesso intento: affermare sé stessi, reclamare spazio.

Catene che parlano hippy, punk e rap
Gli hippy la vogliono lunga, leggera, arrotolata più volte intorno al collo, spesso in semplice metallo, con pendenti floreali o il simbolo della pace. I punk, al contrario, la trasformano in un cilicio: grumette in ferro o acciaio, strette al collo, ai polsi, appese alle tasche dei jeans o indossate attorno alla vita come una cintura. La abbinano a lucchetti e spille da balia, come Sid Vicious dei Sex Pistols, e diventano catene ornamentali ma significanti, da ostentare perché da rompere. Poi nei ghetti e dalle periferie afroamericane di New York spuntano i rapper, e la catena diventa enorme, tempestata di oro e diamanti come simbolo di affrancamento sociale.
Restano iconiche le Jesus Piece di Notorious B.I.G e Kanye West e la Death Row Records Chain, emblema del gangsta rap West Coast, come Tupac (che non a caso l’ha indossata più volte) o la Cactus Jack Pendant di Trevis Scott. Oggi le sottoculture si sono dissolte nella fluidità digitale, ma la catena resta. Perché? Perché è una forma che si ripete da millenni. E quando una forma attraversa il tempo senza perdere senso, vuol dire che è diventata parte del nostro modo di pensare, assegnare valore e autorappresentarci.

Anche il futuro della catena è fluid
Così un gioiello che risale alla preistoria riesce a proiettarsi in un futuro dove alto artigianato e innovazione tecnologica si intrecciano. Digital manufacturing, stampa 3D, materiali inediti come l’ebano o il titanio – come dimostra Vhernier – aprono scenari che fino a poco fa sembravano fantascienza. È un terreno fertile, fluido, in continua evoluzione anche se il suo fondamento resta la precisione del disegno: ogni innovazione nei materiali è infatti una diretta conseguenza di un design perfetto. Le catene sono piccoli capolavori di ingegneria, pensati per seguire il corpo, aderirgli, valorizzarlo. E come ricorda Alba Cappellieri: «È come la vuoi. E per questo, lega».

Dall’archivio, catene ultra-contemporanee
Nel 1937 il direttore artistico di Hermès, Robert Dumas, rimane affascinato dalle catene d’ancoraggio delle barche ormeggiate lungo la costa della Normandia. Successivamente, quelle forme robuste e funzionali gli danno l’idea per un bracciale a catena che battezzerà proprio Chaîne d’ancre, che in italiano significa “catena d’ancoraggio”. Il gioiello viene presentato nel 1938 e diventa immediatamente iconico per il suo design, e uno dei regali tipici per le ragazze francesi al compimento dei 18 anni. Verrà così adattato anche su collane, anelli, cinture, orecchini e orologi. Tutt’oggi, il designer Pierre Hardy – da oltre dieci anni legato alla Maison – continua a esserne ispirato.
Nel 2021 – in occasione del centenario dell’iconica fragranza creata da Coco Chanel e il profumista Ernest Beaux – Chanel presenta la Collezione Eternal N°5, il primo progetto di alta gioielleria ispirato a essa. Il direttore creativo Patrice Leguéreau guida la ricerca, tra viaggi a Grasse, ricerche nell’archivio e l’idea di racchiudere in una catena la stessa “promessa di eternità”. Nelle collane, realizzate in oro e diamanti, un pendente mobile posto sotto il “5”, evoca la forma perfetta di una goccia del profumo.
La collana HardWear di Tiffany trae ispirazione da un bracciale del 1962 conservato negli archivi della Maison, oggi reinterpretato in chiave contemporanea. Oro e argento si legano attraverso maglie spesse finite a mano, in un tributo a Manhattan: città in perenne movimento, simbolo di libertà e resilienza. L’intera collezione fa da manifesto a un passato che non solo merita di essere rispettato e recuperato, ma anche riconnesso al presente.