Da Nord a Sud, sono tante le storie dei creativi che decidono di chiudere un capitolo lavorativo per aprirne un altro. Perché oggi dietro a molti locali e casi di successo si cela un passato fashion? Lo abbiamo chiesto a loro.
Lasciare tutto, aprire un ristorante: non è un sogno naif o un’esclamazione esasperata dalla vita d’ufficio, almeno, non più. Cambiare vita senza per forza fuggire in terre lontane, ma cambiando drasticamente il proprio panorama, è possibile. Questo il messaggio lanciato da una generazione di creativi che ha detto “au revoir” a brand di moda e agenzie di comunicazione, reinventandosi e mettendo a frutto ciò che era sempre stato dentro di loro: la passione per la cucina. Lo stanno facendo così bene che le nuove aperture sono spesso segnate da questo background comune.
A Milano, capitale della moda, di storie ce ne sono diverse. Locali come Bar Nico, aperto nel 2023 da Chiara Pino e Riccardo Ganelli, entrambi con alle spalle carriere nel mondo della moda; e Bicchierino Bar, inaugurato in Giambellino da un gruppo di cinque amici provenienti da carriere nel settore creativo e della comunicazione.
Palinuro Bar, indirizzo ormai storico per gli appassionati di musica selezionata e vini naturali. Anche qui, gli amici all’origine di tutto sono quattro. Le loro carriere però si distanziano di qualche asse rispetto al connubio “moda e ristorazione”: qui si parla di editoria, design, arte visiva e ancora, musica ed enologia. È proprio dal Palinuro – come si chiama a Milano – che si può imparare una lezione: la propria clientela sarà influenzata dall’area della nostra provenienza, almeno o soprattutto, all’inizio dell’avventura, e da un approccio alle cose, un modo di vedere il mondo, e la ristorazione, maturato da clienti.

Per districare meglio questo filo rosso abbiamo incontrato Alfredo Chirizzi, che gli avventori della scena milanese potrebbero meglio conoscere come “Alfio”. Alfredo è la testa e il braccio cucinante dietro i Sunday Service di NoLo, quartiere nel nord della città, tra Piazzale Loreto e Rovereto.
Alfredo ha alle spalle una carriera lunga e di successo: per anni ha lavorato nel settore del lusso con diversi brand (un nome su tutti: Offwhite nell’era di Virgil Abloh) nel campo del visual merchandising. Poi, con la pandemia, la realizzazione che la sua vocazione, in quel mondo, si era esaurita. «Nel 2021 è nata mia figlia, e nello stesso momento sentivo la necessità di abbassare i ritmi e radicarmi di più, anche fisicamente con una casa. Ho fatto il primo Sunday Service nel 2023. Sono fortunato e contento che sia la mia unica occupazione, oggi, insieme ai vari pop up e catering che seguo». Libertà, immaginario, espressione: queste sono le motivazioni che hanno portato Alfredo a gettare il cuore oltre l’ostacolo, mollando la sicurezza di un lavoro tradizionale. «Con questa scelta sono tornato all’inizio della mia carriera, spiritualmente parlando. All’entusiasmo per un progetto di cui si ha pieno controllo creativo. Per molti è tra le motivazioni che avvicinano a una carriera nella moda. Di solito però sono deluse, ci si perde nella macchina. Credo che ci sia una correlazione a livello di controllo dell’immaginario che si vuole “servire” al cliente, che si tratti della moda o di un piatto».
Una tavola della domenica
Alfredo è romano, anzi, romanissimo. Tanto che, dice scherzando ma fino a un certo punto, la sua creatura si sarebbe potuta chiamare Arfio, con una bella r da capitale. «Era il mio soprannome da ragazzino. E per aprire un progetto mio di home restaurant, cioè un’attività di ristorazione condotta dentro casa mia, era quello un nome che centrava il punto. Anche perché, quando ho iniziato, eravamo nella piena rinascita delle trattorie “come una volta”. E di solito, quei locali avevano anche dei “nomi come una volta”, associati all’oste. Che in questo caso sono io».
La formula di Alfredo e del Sunday Service è semplice: prezzo fisso a 75 euro, menu unico per tutti i partecipanti, un tavolo conviviale apparecchiato di tutto punto, in cui stringere, magari, qualche nuova amicizia. Selezione musicale by Alfio, tante chiacchiere. «Ho pensato che avrei voluto ricreare quell’atmosfera regolarmente».
Cantine e borghi recuperati
Cominciare, comunque, è sempre la parte più difficile. Per questo Alfredo è grato di aver avuto al suo fianco fin dai primi momenti un altro progetto, anch’esso spin-off della moda: la cantina Il Pingro, «due ragazze che hanno recuperato i vecchi terreni in cui il nonno faceva il vino. Sono pazzesche, lo distribuiscono a mano, e hanno un prodotto molto valido. Avevano già un home restaurant con la nonna a Marina di Grosseto, quindi diciamo che le prime volte di Alfio sono state uno sforzo collegiale con loro». Nel mentre, Il Pingro si è espanso, inaugurando una guesthouse, affittabile come casa vacanze.
Alfredo segnala anche una seconda realtà, con cui ha collaborato a fine agosto: Scavolo, borgo in Strada Scavolo a Sant’Agata Feltria, in provincia di Rimini. Due ragazzi hanno ristrutturato alcune camere nei vecchi edifici della località, con il progetto di creare un albergo diffuso non diffuso, ovvero di creare una piccola enclave di ospitalità: Scavolo Borgo appunto, come lo chiamano loro. Manco a dirlo, anche loro provengono dallo stesso ambiente di Alfredo, e infatti si erano conosciuti in origine per altri motivi di lavoro. «Alla fine, posso parlare per me stesso: ero un po’ stanco di non potermi davvero esprimere come avrei voluto. In più, in giro vedo tanta ristorazione fatta male, quindi con una mossa anche da sbruffone, se vogliamo, mi sono detto: allora ci penso io, a quella fatta bene». Da qui la voglia di uscire da un settore creativo dove paradossalmente non si riesce a esplodere completamente.
Masseria Moroseta e la chef Goggi
Chi invece partendo da Milano ha sparigliato le carte è stata Giorgia Eugenia Goggi. Laureata in Design e Architettura al Politecnico, Goggi comincia ad affiancare lo stylist Giacomo Simoni e a viaggiare per lavoro in tutto il mondo. In valigia mette anche la sua passione informale per la cucina, non solo esperita, ma esercitata in prima persona per amici e, pian piano, committenti.
L’occasione per “cambiare vita” arriva nel 2017. L’anno prima, in Valle d’Itria, è stata inaugurata Masseria Moroseta, struttura di ricezione fornita di bellissime camere in stile pugliese di campagna, ma ancora mancante di una proposta culinaria al pari del suo livello di ospitalità. Contattano Giorgia, la proposta è uno stage di due, tre mesi. «Invece, sono ancora qua. Trasferirmi è stato naturale, ho trovato un contesto di grande ispirazione e in cui poter far crescere la mia visione e la mia idea di cucina. Dal 2019 siamo pienamente strutturati e in grado di accogliere a cena anche ospiti esterni alla struttura, quattro giorni a settimana». Non solo: Masseria Moroseta organizza anche workshop, eventi, quattro mani gastronomici, ed è diventata nell’ultimo anno un nome ricorrente nelle storie di “vita lenta” condivise sui social media.

La struttura è, a tutti gli effetti, bellissima. Così come lo sono gli impiattamenti di Goggi. La quale però, quando le chiediamo della sua cucina, nicchia senza falsa modestia. «Non avendo avuto un percorso di formazione tradizionale in cucina, porto in tavola quello che mi suggestiona, che mi parla, non solo dalla Puglia o dall’Italia, ma da tutto il mondo. Per esempio, potremmo applicare una tecnica di cottura giapponese a un prodotto locale. Ah, e molto raramente ripetiamo i piatti del menu. Quindi mi è impossibile dire quale sia il mio cavallo di battaglia».
L’occhio insomma vuole la sua parte, quando si tratta di locali aperti dagli ex-ragazzi della moda e del design. Ma anche la libertà ha bisogno del suo spazio. Perché, se c’è una cosa che possiamo imparare da queste nuove aperture, è che non si può mettere una visione in un angolo. Se succede, probabilmente meglio rispolverare il grembiule. E realizzare quel sogno tanto tenuto nel cassetto.