Una saga che attraversa i secoli, fra grandi splendori e declino, fino alla rivincita. Oggi il Catarratto è l’uva più promettente della viticoltura siciliana e ne racconta il territorio. 

Se fosse una favola sarebbe quella del brutto anatroccolo, se fosse una biografia quella di Johann Sebastian Bach: partito sugli altari, finito nella polvere, tornato allla ribalta. La storia del Catarratto è una saga che attraversa le epoche e racconta la storia enologica ed economica della Sicilia, ma anche quella dei gusti di tutti gli italiani se non del mondo intero. Racconta un territorio, e oggi ha finalmente un happy ending. 


L’underdog

Il Catarratto è un’uva bianca siciliana, la varietà più coltivata nell’isola. Più di altre che magari si conoscono meglio, almeno per sentito dire, come il Grillo o il Nero d’Avola. Oltre 30.000 ettari su un’estensione complessiva di territorio vitato di oltre 90.000 ettari: un vero colosso nella viticoltura siciliana, e con numeri storicamente addirittura superiori nel passato. Per capire il perché, basti sapere che il Catarratto era diffuso soprattutto nella Sicilia occidentale, terra di un grande vino del trapanese: il Marsala. Nell’Ottocento, quando questo vino giocava la parte del leone nei mercati britannici e internazionali, la sua base di produzione era costituita proprio dal Catarratto (con Inzolia e poi Grillo), un’uva facile da coltivare, capace di dare quantità e alta gradazione alcolica, esattamente quello che necessitava la produzione. Nei secoli le cose però sono cambiate, e il Marsala ha avuto nel secondo Dopoguerra un destino difficile: il suo enorme successo è stato anche la sua rovina, con la nascita prima di tante versioni economiche e di scarsa qualità che lo hanno snaturato e svilito, fino al successivo crollo dei consumi e della produzione. Di tutto quel Catarratto non si sapeva bene più cosa fare ed è stato messo da parte, in parte espiantato, magari utilizzato come uva da taglio con altri vitigni di maggior successo o usato per bottiglie da tavola a basso prezzo. Meglio puntare su vitigni internazionali, più noti, hanno pensato in molti, e la sua considerazione è stata così notevolmente ridimensionata a livello di critica enologica, di interesse mediatico e di mercato. Poi le mode passano e così, finalmente, in questi ultimi anni si assiste alla tanto attesa rivincita dello stile unico siciliano di ques’uva. 

Catarratto: il leone di sicilia 
Catarratto Prio Donnafugata 2025, perfetto con crudi di pesce, verdure pastellate e frittura di paranza, è da provare con il couscous.

L’identità ritrovata 

Il Catarratto è partito alla riscossa grazie ad alcuni produttori illuminati e ad enologi seri e, da ultimo, anche con l’intervento del Consorzio di tutela Sicilia Doc che ha lanciato un progetto per fornire nuovo impulso al mercato nazionale ed internazionale del Catarratto. Sono iniziati studi e sperimentazioni a livello viticolo, puntando su pratiche agronomiche più attente e sostenibili. Riducendo le quantità, sfruttando le caratteristiche di adattabilità e resilienza che lo rendono un vitigno adatto a sostenere i cambiamenti climatici in atto. In cantina è stata data maggiore attenzione alle vinificazioni, puntando su pratiche più accurate e tecnologie più moderne che riescono a far emergere le sue notevoli doti olfattive senza appesantirne la struttura. E poi c’è chi, ammiccando alla moda dei cosiddetti vini naturali, ha proposto versioni macerate e addirittura con il metodo ancestrale della rifermentazione in bottiglia senza filtraggio. Da uva senza identità, usata solo per essere trasformata e diventare altro, oggi troviamo vini dai profumi intensi, complessi, freschi e fruttati, con note di frutti gialli, anche tropicali, erbe mediterranee, a volte sfumature di agrumi. All’assaggio mostrano bella acidità e una buona struttura. Insomma, sono vini golosi, di soddisfazione, dalla beva piacevole e invitante, adattissimi alle tavole dei mesi estivi. Vini che, pur mantenendo caratteristiche identitarie, sono capaci di riflettere con fedeltà il territorio da cui provengono. Il rilancio del Catarratto è emblematico della più ampia rinascita dell’enologia siciliana, che riparte dal recupero dei vitigni autoctoni, dalla ricerca degli areali migliori per la coltivazione di speficihe uve e da rispetto dell’identità territoriale. Per trovare la Sicilia in un bicchiere, stappate un Catarratto. 

Catarratto: il leone di sicilia 
Feudo Disisa Lu Bancu è una DOC Sicilia prodotta a Grisù a Monreale provincia di Palermo, interamente composta da uve Catarratto

Questo articolo è stato pubblicato in originale per la prima volta su foster volume 3, giugno 2025