Carloforte è il paese sull’Isola di San Pietro, ma nessuno distingue le due cose. Perché è l’unico centro abitato di un angolo di Sardegna dove tutto gira ancora attorno al tonno rosso, che viene pescato in una delle ultime due tonnare d’Italia.
Carloforte è un piccolo borgo marinaro di 6000 anime, l’Isola di San Pietro i 51 chilometri quadri orlati da 33 chilometri di costa a sud-ovest della Sardegna. Rispettivamente un comune e un territorio, usati come sinonimi per definire una unicità sociale e storica, prima ancora che geografica. Isola nell’isola, è luogo di vacanza anche per i sardi, un piccolo paradiso vista area industriale di Portovesme, acciaierie e pale eoliche. Di là del mare, il tema è quello della riconversione, degli operai, della bonifica. A Carloforte invece tutto gira attorno al tonno.
Gente di mare
L’excursus storico serve a comprendere il luogo. Le origini della comunità carlofortina risalgono a tre secoli fa, quando re Carlo Emanuele III di Savoia concesse l’isola a un gruppo di pescatori e commercianti originari di Pegli ma provenienti dall’isola tunisina di Tabarka, dove si erano insediati intorno al XVI secolo per raccogliere il corallo. Da queste vicende antiche deriva il nome Carloforte, l’uso di chiamare “tabarchini” gli abitanti di questa terra e “tabarchino” la loro lingua, variante del dialetto parlato a Genova nei dintorni di Pegli nel XVI secolo. Si sente ancora nell’inflessione cantilenante dei locali, ben diversa da quella sarda, e nella vocazione marianaia: qui niente porceddu, niente capretti, qui si pesca storicamente ma soprattutto ancora oggi. L’attaccamento all’identità e alle radici liguri nell’arte della navigazione e della pesca, nelle architetture, nel modo di vivere e nei piatti tipici come il fainò, la panissa o il pesto (fatto senza pinoli). Ci si perde, appena sbarcati a Carloforte, nel labirinto dei vicoli, delle piazzette, delle scale che si arrampicano ripide verso la parte alta dell’abitato. A somiglianza dei borghi della riviera ligure, il centro storico è percorso da una trama di vie strette che si intersecano con vicoli ombrosi, che anche qui si dicono caruggi. Si incontrano piccole case colorate e dimore eleganti, tracce lasciate dal tempo in cui Carloforte fu scalo di grande importanza, legato al trasporto dei materiali provenienti dalle miniere del Sulcis. Le signore si parlano dalle finestre, si sta volentieri all’aperto all’ombra delle magnolie di piazza della Repubblica, nei vicoli sulle seggiole fuori dalle case, ai tavolini dei bar.
Il ricordo della permanenza africana sopravvive in alcune specialità gastronomiche come il cashcà, a metà fra un cous cous e la fregola, e in alcuni termini, comeCasséba, derivato dall’arabo Qasba, con cui viene chiamato il centro storico, o della figura del Rais, il capo che coordina la pesca di quella che è una delle ultime due tonnare fisse ancora attive nel Mediterraneo (l’altra è esattamente a Portoscuso, divisa da Carloforte da poche miglia di mare). Perché se Carloforte e Isola di San Pietro sono spesso usate come sinonimi, è in riferimento al tonno, eccellenza e traino dell’economia locale.
La tonnara di Carloforte
La tonnara di Carloforte appartiene alla stessa famiglia genovese da cinque generazioni e pesca il tonno rosso del Mediterraneo, quello vero, per venderlo fino in Giappone, ma soprattutto ai ristoranti del luogo. Se in altri luoghi vacanzieri vista mare, si finisce sempre per mangiare pesce surgelato pescato chissà dove, qui i ristoranti si accaparrano il pescato migliore, che viene infatti cucinato ovunque. Dal chiosco sulla spiaggia ai locali più blasonati, espongono la vetrofania che ne comprava l’acquisto – in scatola o fresco. Ci fanno l’insalata, la tartare, i crudi che vanno di moda oggi, e le ricette della tradizione come il tonno alla carlofortina (con cipolle, pomodoro, vino rosso, cotto a lungo), e ci hanno organizzato persino un festival, il Girotonno, che da 23 anni apre la stagione estiva con un concorso mondiale di chef, showcooking, stand e una programmazione per adulti e bambini tutta dedicata al pesce.
La sesta isola italiana
L’isola di San Pietro è la grande, la sesta nazionale, più piccola di Pantelleria ma più grande di Ischia e con un solo paesino, Carloforte. Nel resto del territorio poche case sparse nella macchia mediterranea, calette, nessun altro centro abitato e pochissima edificazione, se non nulla verso il Faro di Capo Sandalo, la punta più occidentale. Si gira in auto, in motorino, in bici elettrica, vige il silenzio e la notte e buia. In tanti si sono innamorati anni fa di questo luogo selvaggio ma le seconde case non hanno deturpato il paesaggio. Il conduttore televisivo Roberto Giacobbo dopo aver girato tutto il mondo, si è fermato qui e gira con uno scooterone, sono tanti i genovesi, i milanesi, i carlofortini che si sono trasferiti sulla terraferma – ossia in Sardegna – e tornano per le vacanze. Seppur qualcuno si è comprato una Mehari , si vedono più Panda e Ape che macchine alla moda. Orbintano tutti attorno alla piazza del centro e quindi ti senti subito a casa, anche se stai pochi giorni.

Un week-end poco canonico
In un week-end lungo non ho mangiato il tonno alla carlofortina o la farinata, non ho fatto i selfie sotto alla bandierine colorate appese nelle vie del centro o shopping in centro. Non ho fatto nulla di quello che avrei dovuto, ma ho fatto di meglio. Trovato il bar in piazza dove ritrovarsi senza neanche neanche dirsi dove, conosciuto il rais, partecipato alla mattanza dei tonni, chiacchierato con chi a Carloforte ci è nato, ci è tornato, o ci lavora. Da generazioni. È bastato arrivare, sedersi in Via Roma e dopo neanche mezz’ora dallo sbarco dal traghetto avevo ritrovato una vecchia conoscenza milanese, tornato a casa, un anno fa per aprire con la moglie il bistrò Incoè. Per nulla tradizionale, senza ricette tipiche e per questo amato da chi qui ci abita o ci torna ogni anno. La conoscenza di Carloforte è partita da qui, ha lambito le rotte del turismo delle “10 cose da fare almeno una volta nella vita” ed è finita con l’ultima tratta della notte per tornare sulla terraferma. Qui, una rassegna dei luoghi frequentati e da frequentare.
Dopo 10 anni nei ristoranti di Milano, Mirko e la moglie Paulina si sono tornati a casa di lui, indietro come infatti singinifa inderè, e aperto un bistrot contemporaneo, senza nulla di tradizionale. Proprio nella piazza centrale davanti ad una dell lussureggianti magnolie, è diventato in breve tempo un luogo di ritrovo per tutto il paese. Si comincia la mattina con le colazioni internazionali, poi i pranzi, aperitivi e infine le serate estive. Si beve bene, si mangiano pizze al padellino, sandwich, e piattini internazionali a rotazione, perché qui si sta aperti tutto l’anno e quindi ci si trova i carlofortini. Che ogni tanto fanno anche una pausa dal tonno.
Dal 1976 un ristorante storico dell’isola che offre le ricette della tradizione e il loro classico: il Nero di Vittorio un condimento a base di tonno, pesto, crostacei, vongole e nero di seppia che condisce i celebri spaghetti.
Grandi primi di pesce, e di tonno ovviamente, in questa istituzione della cucina carlofortina dal 1980. Si trova fra i vicoli del centro storico proprio dietro il porto e propone anche piatti come la trippa di tonno.
Fainè carlofortina, ovvero la farinata genovese in terra sarda. Si ordina al peso e la si riceve in una carta oleata da mangiare per strada o sui tavolini antistanti con una birra ghiacciata.
Situato sul lungomare, in pieno centro, adiacente al ristorante da Nicolo, il Pomata Bristot serve piatti tipici della cucina carlofortina e anche la pizza. Aperto tutto l’anno solo a cena.
Spiaggia di sabbia protetta in una baia con possibilità di affittare ombrelloni e sdraio. Ma la vera attrazione non è il mare bensì la cucina siciliana che si trova all’ora di pranzo. Anellini al forno, focacce con il tonno, insalate e nel week-end, i cannoli fatti in casa.
Dal 1951 forno specializzato in focaccine, focaccia genovese e gallette, il pane secco che veniva portato sulle navi. Ci sono anche biscotti e pane di grano duro. Premiato dalla guida del Gambero Rosso Pane e Panettieri d’Italia.