Dai boschi incontaminati e selvaggi del Parco del Pollino fino alle imponenti rovine archeologiche di Sibari, la terra dei piaceri e la Calabria del Grand Tour si riscopre in una veste del tutto nuova, proiettata verso il futuro.
«Cristo si è fermato a Eboli», titolava Carlo Levi appena finita la guerra, ma artisti, letterati e poeti provenienti dal Nord dell’Europa alla fine del Settecento arrivavano sino sulle coste dello Ionio, a Crotone, patria di Pitagora, e a Locri durante il loro Grand Tour. Goethe in Calabria non ci è mai arrivato, Stendhal sì e così tanti altri viaggiatori avevano affrontato giorni e giorni a cavallo per visitare le rovine della Magna Grecia, la culla della civiltà mediterranea. Lo raccontano nei loro diari di viaggio (Rubbettino Editore) in bella mostra al Centro Visitatori del Parco del Pollino, un avveniristico edificio ricoperto di tronchi di legno disegnato (e poi disconosciuto) dall’archistar Mario Cucinella, rinominato Catasta. Si è nel pieno del parco nazionale più grande del Paese e all’interno di una comunità fatta di persone, paesini, agricoltori, artigiani, lupi e cavalli allo stato brado che vivono felici alle falde di alcune delle ultime aree completamente selvagge del Paese. In soli 4 anni è diventato un centro di aggregazione di persone e di progetti, ma anche il punto di partenza per sentieri e percorsi naturalistici da percorrere a piedi o in bici, lungo le nuove ciclovie che hanno preso il posto delle vecchie ferrovie.


Ancora oggi ci si mette ore ad arrivare, perché la Calabria è lontana, e una volta sbarcati dall’aereo o alla stazione di Reggio, è lì che comincia il vero viaggio. Se ieri lo si faceva in sella, oggi si usano i cavalli motore, ma l’idea di essere un luogo «dove il tempo sembra essersi fermato» o dove vivere «il ritmo lento di una volta» è tutto il contrario di quello che ci si deve aspettare. Meglio dimenticarsi i borghi pittoreschi ad uso e consumo dei souvenir, qui ci sente davvero like a local.
Il «non finito calabrese» non è uno stile architettonico codificato, ma basta aver messo piede una volta in questa regione per capirne il significato. Armature di metallo che svettano da tetti di cemento sopra a muri non intonacati. Qualche edificio abbandonato, qualcuno mai abitato si alternano a molta edilizia spontanea, progettata da illustri sconosciuti geometri. Archeologia contemporanea che appaga gli amanti del genere come ieri lo facevano i resti di Sibari.
Parco Archeologico di Sibari: l’eredità della Magna Grecia che guarda al futuro
Fondata da un gruppo di Achei provenienti dal Peloponneso, Sibari è stata la più grande e la più antica fra le città greche sul Mar Ionio, nota come la polis in cui tutto era fuori misura: smodate le ricchezze, moltissimi gli abitanti, enorme l’estensione geografica e i vizi dei Sibariti, dediti alle arti e votati ai piaceri della vita. Rasa al suolo dalla vicina concorrente Crotone, rinacque come Thurii e poi sotto l’impero romano come Copiae ed è oggi uno dei parchi archeologici fra i più estesi e importanti del Mediterraneo. Quelle macerie che oggi sono preziosi reperti raccontano 10 secoli di storia e tre differenti stratificazioni temporali del passato, più un quarto, attualissimo, di Calabria che ha smesso solo di ricordare e conservare e ha iniziato a valorizzare e promuovere, aprendo le porte al presente.
Dal 2020 è iniziato un nuovo corso fatto di visite con aperitivo al tramonto, mostre, concerti, conferenze, attività fatte in primo luogo per la comunità. «Abbiamo dimostrato che l’archeologia non è contemplazione del passato, ma il racconto vivo della nostra identità» racconta l’archeologo Filippo Demma, direttore dell’istituto autonomo dei Parchi Archeologici di Crotone e Sibari, due aree archeologiche e rispettivi musei. L’idea è trasformare l’archeologia in un’esperienza viva per la comunità locale rendendo dei musei polverosi dei centri con un valore civico e sociale, più che da visitare da frequentare. Come sul Pollino, serviva un punto di raccolta, non solo di oggetti antichi ma di persone, e rendere l’archeologia «un ponte tra conoscenza e identità». E non usa il termine tradizione, pesando le parole. Anche perché di tradizionale nell’aver portato qui il primo Vinitaly fuori da Verona ce n’è poca. Il museo di Sibari dopo due alluvioni è ora vuoto, in attesa di riaprire tutto nuovo, ed è occupato da una delle mostre temporanee che negli ultimi anni hanno raccontato tre elementi del territorio: vino, olio e grano. L’archeologia qui non è più un affair per esperti (pochi) che riescono a capire cosa si cela dietro a cocci e statuette e diventa un punto di partenza per conoscere l’oggi. «I miti cambiano, i riti restano e con nuove divinità sono arrivati sino a noi», spiega durante una visita. Demetra, la dea greca del grano e fondatrice dell’agricoltura, veniva omaggiata con processioni e gesti rituali di cui si osservano i ritrovamenti, ma anche i video Rai e gli archivi fotografici di feste della trebbiatura e della semina sopravvissuti in forma cristiana sino a noi, proprio nelle campagne che circondano il museo e nei paesi circostanti. In pochi anni il «caso del museo di Sibari» è finito sui giornali attirando un incremento del +550% di visitatori. La maggior parte locali.



I sapori della Sibaritide: dal Riso di Sibari alla Liquirizia DOP
Siamo infatti al centro di un’antica e rigogliosa pianura ai piedi del Pollino, coltivata anticamente a vino e cereali dove oggi si producono alcune tra le eccellenze dell’agroalimentare calabrese. Nelle zone bonificate negli anni Trenta oggi volano cicogne e trampolieri che nidificano in mezzo alle risaie dove si produce il Riso di Sibari, naturalmente sapido e dal sapore unico. Masseria Fornara lo produce da tre generazioni, su sei, di “orgogliosi agricoltori”, spiega Matteo Perciaccante, ultima generazione. Hanno scelto la lotta integrata ma anche varietà risicole nazionali moderne e performanti, «Sono convinto che questo sia il momento della Calabria», ci dice, «ma ci sono cose che non cambieranno mai. Arrivi magro e te ne vai via con 3 kg in più».
In Calabria si mangia bene. Guidando lungo la statale 106 è un susseguirsi di frutteti, uliveti, campi coltivati, serre e capre al pascolo. Qui ci sono ottimi pecorini crotonesi, pane fatto a mano, clementine IGP, sul Pollino un giacimento di microproduzioni che vanno dalle tisane di montagna ai gin passando per le birre artigianali (tutti in vendita da Catasta). Nella piana se c’è un appezzamento apparentemente incolto ci crescono spontaneamente i preziosi arbusti di liquirizia che sono l’ingrediente della Liquirizia di Calabria DOP, quella del famoso marchio Amarelli, che qui trova le radici, lavora il prezioso oro nero e ha anche un bel museo d’impresa che spiega l’evoluzione della produzione nei secoli e i forti legami internazionali del marchio. Lontana ma per nulla provinciale, la Calabria conosciuta durante questo viaggio* è un fiorire di progetti e di visioni che però non puntano frettolosamente al turismo, stranamente, ma a coltivare la comunità perché possa fiorire, economicamente e socialmente, diventando protagonista del proprio territorio e non un servizio ad uso e consumo altrui.