Pressioni sociali, aspettative culturali, ambienti di lavoro e ritmi tossici, le cause che ci portano allo stress cronico, fino all’esaurimento nervoso, sono tante e le vittime maggiori sono le donne. Ma il modo per uscirne e non caderci più esiste e riguarda ciò che si ha dentro
Lavorare per vivere o vivere per lavorare? Quante volte ci siamo trovati davanti a questa domanda, rispondendo con convinzione che, no, lavorare è solo il mezzo per poter vivere in modo dignitoso, ma finendo inevitabilmente dentro quella viziosa spirale di orari, abitudini e pensieri per i quali si mette da parte il “vivere” per dedicare quasi ogni minuto della propria vita al lavoro. Ed è esattamente da qui, da questa scelta spesso inconsapevole, che si gettano le basi per far fiorire quello che tutti conosciamo come burnout, che in inglese significa bruciato, una parola che si sente nominare sempre più spesso e che indica una vera e propria sindrome da stress cronico che si presenta sul lavoro (ma non solo) e che porta a un graduale esaurimento emotivo, fisico e mentale.
Burnout è un termine che non indica solo la stanchezza, ma che evidenzia una condizione molto più profonda, subdola e logorante. Una sindrome riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e che si caratterizza per tre dimensioni principali: l’esaurimento emotivo, il distacco mentale dal lavoro e un senso di inefficacia professionale che si espande anche alla vita privata. Un problema che, secondo studi (come Women in Workplace 2023 di McKinsey & Company) e ricerche condotte a livello internazionale, colpisce molto di più le donne, che ne pagano anche le conseguenze maggiori.
Cos’è il burnout e come si manifesta
Una condizione tanto sottovalutata quanto frequente al giorno d’oggi, che nasce dalle aspettative, dai ritmi, dagli impegni, dalle richieste, dal tempo dedicato e dall’ambiente in cui si lavora, portando a tutta una serie di problemi che, pur nascendo in sordina, diventano impattanti nella vita di chi li subisce, causando tutta una serie di sintomi fisici, mentali e comportamentali.
Dalla stanchezza cronica, a dolori persistenti come mal di testa, dolori muscolari, un graduale abbassamento delle difese immunitarie, e quindi alla maggior facilità ad ammalarsi, e fino a disturbi del sonno.
Ma anche la sensazione di essere dei falliti, di non saper fare, di non essere all’altezza, con la perdita di motivazione verso ciò che si sta facendo e l’aumento di sensazioni come il nervosismo, il cinismo e una sensazione di vuoto costante, che non tocca solo le ore lavorative ma che rimane fissa dentro chi è vittima del burnout.
Perché il burnout tocca maggiormente le donne
Ma perché sono le donne le portatrici maggiori di questa condizione di stress cronico lavorativo? Perché di fatto sono le donne ad avere maggiori pressioni, e non solo per una questione di carico lavorativo (che escludendo solo per un attimo – ma non ce lo dimentichiamo- quello al di fuori dell’ambiente lavorativo, potrebbe anche essere equiparato al lavoro maschile) ma anche per una questione strutturale, di stereotipi culturali e aspettative di genere. Le donne, infatti, si trovano molto più frequentemente a dover affrontare ambienti in cui vige una cultura lavorativa tossica, troppe volte maschilista, fatta di pressioni culturali, standard e richieste insostenibili o incompatibili con la vita, carichi di lavoro sbilanciati e tante piccole cose, che giorno dopo giorno in modo velato e silenziosamente accettate, diventano insopportabili.
Come in Barbie
Per darvi un’idea maggiore e più chiara di cosa si intende con pressioni sociali, lavorative e culturali, ecco che America Ferrera, in un monologo di forte impatto e pieno di verità tratto dal film Barbie, ha spiegato in modo molto semplice le richieste che vengono fatte, in modo diretto e non, alle donne, e che sono anche le stesse che spingono nella spirale vorticosa del burnout e dello stress cronico.
«È letteralmente impossibile essere una donna. Dobbiamo essere sempre straordinarie, ma in qualche modo, lo facciamo sempre in modo sbagliato. Devi essere magra, ma non troppo..Devi avere soldi, ma non puoi chiedere soldi perché è volgare. Devi essere un capo, ma non puoi essere cattiva. Devi comandare, ma non puoi schiacciare le idee degli altri. Devi amare l’essere madre, ma non parlare dei tuoi figli per tutto il dannatissimo tempo. Devi essere una donna in carriera, ma anche preoccuparti sempre degli altri. Devi rispondere del cattivo comportamento degli uomini, il che è assurdo, ma se lo fai notare, vieni accusata di essere una che si lamenta. Dovresti rimanere bella per gli uomini, ma non così bella da tentarli troppo o da minacciare le altre donne, perché dovresti far parte della sorellanza… Non devi mai invecchiare, mai essere maleducata, mai metterti in mostra, mai essere egoista, mai cadere, mai fallire, mai mostrare paura, mai uscire dalle righe. È troppo difficile! È troppo contraddittorio e nessuno ti dà una medaglia o ti ringrazia! E poi si scopre che non solo stai sbagliando tutto, ma che è anche colpa tua. Sono così stanca di vedere me stessa e ogni altra donna che si distrugge per piacere alla gente.»
Tutte richieste, più o meno esplicite, che alimentano fin da piccole la sensazione di non essere mai abbastanza e che ci trasciniamo dietro da secoli. E che poi è la stessa sensazioni che porta a cercare di fare, dimostrare ed essere sempre di più, migliori, diverse, sempre più simili alle richieste esterne e sempre più distanti da ciò che si è davvero.
Il ruolo del senso di colpa
Ma non è finita qui. Perché a questo scenario già complesso, ci dobbiamo aggiungere il fatto che, nel caso non si riesca per varie ragioni a soddisfare queste assurde aspettative, ci si trova a cercare di compensare il senso di colpa che ne scaturisce. Un dolore e un senso di inadeguatezza che spesso sfocia nel perfezionismo e nel cercare di soddisfare ogni tipo di richiesta, soprattutto in ambito lavorativo, un po’ per dimostrare agli altri e a se stessi che si è all’altezza, che ce la si fa, e un po’ come anestetico a ciò che si prova e che troppo spesso porta un carico maggiorato proprio per tutto ciò che gli viene aggiunto dall’esterno.
Uno scenario che viene descritto benissimo da Gianluca Gotto nel suo ultimo libro “Verrà l’alba, starai bene”, in cui la protagonista si porta al limite, sia fisico che mentale, mostrandosi perfettamente lucida, performante e professionale all’esterno, per compensare un vuoto e un dolore mai elaborato che si porta dentro. Una situazione che la porterà a vivere una condizione di burnout e che la obbligherà a fermarsi, prima fisicamente, e poi mentalmente. Che è poi la sola via di guarigione.
Cosa succede quando il dolore è troppo? Qualcuno ci sprofonda dentro, altri si arrendono, c’è chi chiede aiuto, chi tenta di affrontarlo.
Il nuovo libro di Gianluca Gotto è un romanzo intenso e autentico, che intreccia i temi del burnout, della solitudine, della salute mentale e della perdita con quelli dell’accettazione di sé, dell’amicizia e della guarigione. Un racconto profondo e quanto mai attuale, arricchito dagli insegnamenti millenari dell’ayurveda, la scienza della vita, che ci invita a partire da noi, da chi siamo veramente, per sciogliere i nodi e tornare a stare bene.
Come uscire dal burnout (e vivere una vita più serena)
Perché si, una via d’uscita c’è, è non è solo la cura al burnout ma anche a un mood di vita tossico a cui tutti o quasi partecipiamo, ma che può essere arrestato, concedendosi di vivere ogni aspetto della vita, lavoro compreso, in modo sano e consapevole. Come? Con l’ascolto di ciò che si prova, l’ascolto di sé, focalizzandosi su ciò che si ha dentro, sul benessere interiore e su ciò che è davvero importante per sé e non per gli altri. E stabilendo dei limiti sani, anche staccandosi dal lavoro se necessario e possibile, prendendosi una pausa, ma sempre ricordandosi che la soluzione è dentro ciascuno di noi.
Un importante tassello di guarigione dal burnout, poi, ce lo mostra la dottoressa Saundra Dalton-Smithm, che dopo aver passato lei stessa questa condizione dalla quale non riusciva a uscire, ha individuato diverse tipologie di stanchezza e ben 7 metodi di riposo con cui affrontarlo, elencati nel suo libro “Sacred Rest: Recover Your Life, Renew Your Energy, Restore Your Sanit”, e che sono tutti coinvolti nella guarigione e gestione dello stress cronico. E che quindi vale la pena approfondire:
- il riposo fisico attivo e passivo, il primo che riguarda il dormire le giuste ore e dedicarsi del tempo per fare dei piccoli riposini, il secondo che si basa sulla pratica di attività fisiche specifiche che favoriscono il riposo, come lo yoga, lo stretching, la meditazione, il pilates o i massaggi;
- Il riposo mentale, dedicandosi alla meditazione, ma anche ritagliandosi del tempo per camminare nella natura, respirare e staccare la testa dagli impegni e pensieri quotidiani, coltivando il silenzio;
- il riposo sensoriale, staccandosi dai continui stimoli esterni, come il telefono, la televisione, i social, e mettendosi in uno stato di disconnessione;
- il riposo sociale, che significa dedicarsi dei momenti per frequentare solo le persone che ci fanno bene, che ci supportano, nutrono e la cui presenza vale la pena;
- il riposo emotivo, che punta a scardinare la repressione sociale verso le emozioni che si provano, sperimentiamo la possibilità di essere veri e autentici, condividendo i propri sentimenti;
- il riposo creativo, mettendo in stand by la mente razionale per viversi dei momenti di pura bellezza, in ogni sua forma, come un tramonto, la vista di un bel paesaggio, l’ascolto di una canzone che ci piace, la lettura di una poesia, ecc.
- Il riposo spirituale, lasciando da parte l’aspetto fisico e mentale per dare spazio a una dimensione di connessione maggiore, un senso di appartenenza, di gratitudine, amore e aiuto collettivo.
Tutti aspetti che si focalizzando su una guarigione e un benessere interiore, che portano a un equilibrio che parte da dentro e che aiuta a schermarsi da tutto ciò che di tossico arriva dall’esterno, pensieri, stereotipi, aspettative sociali e culturali, mettendosi al centro e imparando a stare bene, ripartendo da se stessi e proseguendo tenendosi per mano.
In Sacred Rest, la dottoressa Saundra Dalton-Smith, medico internista certificato, rivela perché il riposo non può più essere considerato facoltativo.
La dottoressa Dalton-Smith condivide sette tipi di riposo che ha riscontrato mancanti nella vita delle persone che incontra nella sua pratica clinica e nella sua ricerca – fisico, mentale, spirituale, emotivo, sensoriale, sociale, creativo – e spiega perché una carenza in uno qualsiasi di questi tipi di riposo può avere effetti negativi sulla salute, la felicità, le relazioni, la creatività e la produttività