Non solo scorci da cartolina e romantiche hidden gems. L’Italia è anche una distesa di architetture spontanee e di utopici ecomostri brutalisti. Una guida oltre il cliché, per coltivare la bellezza anche dove non te l’aspetti.

C’è un’Italia che conosciamo tutti: quella delle vie in mattoni dei centri storici, dei tramonti sulle colline toscane, delle barche a Positano, delle piazze barocche affollate. Un’Italia fotografata milioni di volte, instagrammata, raccontata, venduta e anche abusata. Ma ce n’è un’altra, spesso ignorata, esclusa dalle guide turistiche, che vive ai margini dell’immaginario e delle città. Una che molti definirebbero “brutta”, e che invece nasconde un fascino feroce: l’Italia brutalista, fatta di cemento a vista, proporzioni spigolose, complessi residenziali mastodontici. Un altro esempio di bellezza rispetto a  quella delle immagini stampate sulle cartoline. Un’estetica che racconta spesso di progetti utopistici, architetture avveniristiche, nuove idee di abitare che hanno scritto la storia. Anche se, almeno per ora, non i selfie nelle mete dell’overtourism. 

Nel 2024 l’Oscar alla fotografia a The Brutalist (2024) l’ha portata seppur fugacemente all’attenzione dell’opinione pubblica. Oggi su Instagram sotto l’#brutalism raccoglie oltre 1,5 milioni di post. Il cemento è diventato aesthetic. Anche nel Bel Paese.

150 anni di Bel Paese (e sentirli tutti)

A firmare la definizione è Antonio Stoppani, geologo e scrittore che nel 1876 intitola proprio Il Bel Paese un libro pensato per raccontare a tutti — ragazzi, operai, famiglie — la geologia e la geografia italiana. Il titolo è furbo, suona bene, e funziona: montagne, colline, coste, città d’arte. Tutto viene racchiuso in quell’idea compatta, un po’ lirica, un po’ da slogan, di un’Italia dalla bellezza rassicurante, perfetta da ammirare, che da allora non ci ha più lasciato. Durante il Grand Tour, aristocratici e scrittori inglesi e francesi arrivavano nel nostro paese per vedere dal vivo ciò che nei libri di storia dell’arte aveva l’aura del mito. Un immaginario fissato dalle parole di autori giganteschi come Goethe, Stendhal, Dickens e Dumas ma anche dalle immagini del cinema. 

Da quello anni ‘60 di Vacanze Romane e La dolce vita fino, passando alla metà degli anni ‘80 con A Room with a View, dove una giovanissima Helena Bonham Carter sospira guardando Firenze e tutti decidono che sì, un tè con vista Duomo è la risposta a ogni crisi esistenziale. Pochi anni fa è stato il turno di Call Me by Your Name a farci chiedere perché non avessimo mai pensato di mollare tutto per rifarci una vita a Crema, in quell’Eden di frutteti e limoni. Questi, insieme agli spot istituzionali non hanno fatto altro che perpetuare e attualizzare l’immaginario costruito da Stoppani. Quello di un’Italia luminosa, romantica e nostalgica, sempre intenta a pranzare sotto ulivi secolari, intorno a tavole allungate coperte da tovaglie di lino ricamate. Immagini che ormai si trovano ovunque su guide, brochure, reel e bucket list. Ma questa narrazione ha un prezzo: lascia fuori intere porzioni di realtà, come se la storia del nostro paesaggio si fosse fermata al ‘700. E invece no.

Brutalia: una guida alle architetture più brutte del bel paese 
Crema nel film “Calle Me by Your Name” di Luca Guadagnino / Courtesy of Sony Pictures Classics.

Lontano dalle grandi narrazioni, la quotidianità della maggior parte degli italiani si consuma nelle case popolari dei quartieri cresciuti tra gli anni del boom e quelli del ripensamento urbano. Architetture spontanee, firmate più spesso da geometri che da archistar. Ogni giorno, tra balconi che si affacciano sulle tangenziali e tetti che sognano panorami più indulgenti, questa fetta di popolazione prova nel suo piccolo a metterci dentro un po’ di bellezza. Ed è proprio quì che si gioca la sfida più grande:  rieducare lo sguardo per riscoprire l’Italia più diffusa e meno raccontata.

Torre velasca milano
Torre Velasca a Milano. Foto di Nathan Staz

Il dibattito sulle periferie

Nel secondo dopoguerra, mentre il Paese si scrolla di dosso le macerie, alcuni architetti iniziano ad alzare lo sguardo e immaginare una nuova Italia. Niente più bugnato, niente più decorazioni barocche: servono spigoli, spazi concreti in cui vivere davvero. Così nasce il brutalismo italiano, da una presa di posizione etica, prima che estetica. Da una dichiarazione di intenti che ha il volto del cemento nudo. Ne nascono architetture tipo la Torre Velasca a Milano, firmata dallo studio BBPR: 75 metri di cemento armato che si alzano nel cielo come un pugno. A guardarlo bene sembra anche un fungo, sì, ma un fungo con radici medievali e “testa” modernista. Un monumento alla contraddizione milanese. Oppure il Nuovo Corviale a Roma, il cosiddetto “Serpentone”: 986 metri di “città orizzontale”, pensata per ospitare una piccola metropoli in un solo palazzo: case, scuole, negozi, servizi, tutto sotto lo stesso tetto. Un’utopia prefabbricata firmata Mario Fiorentino che dopo essere stata criticata, celebrata e di nuovo abbandonata, oggi è stata parzialmente riattivata ospitando studi d’artista, laboratori di quartiere, murales e orti condivisi.

A Trieste, il Rozzol Melara è due “L” di cemento che si abbracciano: cortili condivisi, terrazze che guardano il Carso. Ci sono anche le Lavatrici di Genova, così soprannominate per la forma tozza e le finestre a oblò: un sistema residenziale articolato su volumi concentrici, pensato per favorire la socialità. E il Complesso R-Nord di Modena, un palazzo-monolite costruito nel 1970 e oggi luogo di rigenerazione urbana. E ancora a Roma la Villa Ronconi del 1973), manifesto di brutalismo privato e location per Tenebre di Dario Argento.

Luoghi che oggi suscitano impressioni forti: repulsione per alcuni, fascinazione per altri. Ma, guardandoli bene, si intuisce qualcosa di profondo. Queste architetture non cercano di essere belle, cercano di essere vere. E il segreto del loro fascino sta proprio in questo.

Save the monsters! Un movimento social

Negli ultimi anni qualcosa è cambiato drasticamente. Account Instagram e Tik Tok, si sono mossi all’unisono, riportando al ritmo di milioni di reel segnati dall’ashtag #brutalism il fascino di queste architetture dimenticate. Profili super‐seguiti, ma anche di nicchia che raccontano il brutto (anche letterario) e il brutalismo con stili molto diversi tra loro. Ad esempio, l’account @somebrut_somewax, «un alieno dipendente da vinile e brutalismo», come recita la bio – che abbina ogni scatto a brani che spaziano dall’Ambient all’House, @cats_of_brutalism, che incolla (non a caso) gattini morbidissimi agli edifici in cemento (captando così non una ma due ossessioni).

Con la stessa leggerezza, @pop_buildings (di Gianluca Rona) altera le composizioni di quegli edifici colorandoli con palette fluo. C’è poi @SOSBrutalism – che col suo #sosbrutalism si è trasformato in un vero e proprio movimento: “Save the concrete monsters!” è il suo motto, e l’account infatti  documenta le condizioni delle architetture a rischio demolizione. Non mancano poi i profili più “editoriali” come @brutgroup che alterna fotografie contemporanee a immagini d’archivio di progetti brutalisti internazionali.

Il progetto di Zupagrafika

A raccontare questa transizione però c’è anche un libro speciale: Brutalia – Build Your Own Brutalist Italy. Pubblicato nel 2023, invita a essere ritagliato, piegato e incollato per costruire cinque modellini di carta ispirati alle icone del brutalismo italiano – Torre Velasca, Vele di Scampia, Corviale, Rozzol Melara e Le Lavatrici. L’idea è del duo polacco David Navarro e Martyna Sobecka, alias Zupagrafika: una casa editrice indipendente che da oltre dieci anni racconta l’architettura modernista con libri dall’ approccio ludico e allo stesso tempo profondamente rispettoso, trasformando fotografie e illustrazioni in qualcosa da esplorare con il tatto, oltre che con lo sguardo. Un modo nuovo per entrare in relazione con edifici che spesso ignoriamo.

La cultura del design contemporaneo continua a cercare risposte per il futuro di questi ingombranti monumenti del XX secolo
Alessandro Benetti, estratto dalla prefazione di Brutalia – Build Your Own Brutalist Italy

Perché dietro ogni colata di cemento c’è un’idea di città. Di comunità. Di futuro. Come scrive l’architetto Alessandro Benetti nell’introduzione: “La storia del brutalismo italiano è piena di inserti preziosi nei delicati centri storici della penisola. Tentativi coraggiosi di rivoluzione etico-estetica in una provincia borghese standardizzata”. Il Bel Paese è anche questo: non solo cupole e rosoni, ma facciate spigolose, logge circolari, corridoi infiniti. C’è fascino, lì. C’è “concetto”, direbbero gli architetti. C’è Italia. Anche se non l’abbiamo ancora messa in cartolina.