Minimalismo o eccesso, talismano o souvenir: la bigiotteria è tutt’altro che cheap. Senza materiali preziosi, libera la creatività spingendosi dove oro e diamanti non potrebbero mai. Per questo resiste ai trend, vince sull’omologazione e incuriosisce sempre più collezionisti.
Spille, anelli e collane a forma di insetto, animale, fiore o pianta esotica. Nella memoria collettiva, questi bijoux, che in francese, significa proprio “bigiotteria”, a partire dagli anni ’50 riempivano i portagioie imbottiti di raso delle nostre nonne – salvo poi essere indossati nei giorni speciali – nel corso degli anni hanno assunto un valore simbolico anche per i più giovani. Probabilmente perché stanchi dei gioielli status symbol dei marchi di lusso che non riescono a permettersi e perché più in sintonia con quegli accessori che non essendo realizzati con leghe o pietre preziose, venivano concepiti nel pieno della libertà creativa, sperimentando forme, dimensioni e colori esagerati. Economici, audaci, e spesso più spettacolari dei veri gioielli: “Gioielli fantasia” che oggi attirano sempre di più l’attenzione dei collezionisti : come i seicento messi insieme negli anni dalla mecenate d’arte Patrizia Sandretto De Rebaudengo, diventati quest’anno protagonisti di un libro e di una mostra a Milano.
Quella del gioiello non prezioso è una passione che coinvolge una nicchia sempre più grande, «persone accomunate da attenzione, curiosità, desiderio di conoscenza», mi racconta Manuel Menini, proprietario del negozio d’antiquariato Vincent Vintage Bijoux a Milano dove la bigiotteria e i gioielli d’epoca vengono esposti, raccontati e venduti come piccole opere d’arte. E se a Parigi questa idea è da tempo una normalità — basti pensare al Musée des Arts Décoratifs o al Musée de la Mode — in Italia è una presa di coscienza in atto: in Italia è una consapevolezza che sta prendendo forma. Curioso pensare che tutto sia nato da un desiderio tanto semplice quanto effimero: emulare la luce emanata dalle grandi dive del cinema.

Un sogno americano al femminile
C’erano una volta gli anni ’30: gli schermi del cinema bucati dai grandi occhi di Bette Davis, dall’eleganza conturbante di Vivien Leigh, Marlene Dietrich e dal fascino di tutte le dive (soprattutto americane) che si muovevano sotto la luce dei riflettori adornate di brillanti e pietre preziose. Persino dal bianco e nero delle pellicole e dei giornali, questi scintillavano quanto i neon sparsi per Sunset Boulevard. Le donne comuni, d’altro canto, vivevano un’altra realtà: quella della Grande Depressione, coincisa con il crollo della borsa del ’29, che aveva stravolto la vita della classe operaia e lavoratrice e, di conseguenza, aveva limitato le spese superflue. Ma non il desiderio di imitare quel fascino glamour. La necessità, come si suol dire, aguzza l’ingegno, e l’industria si mosse in tal senso iniziando a produrre collane, spille, orecchini e fermagli con materiali fortemente economici come vetro dipinto, strass, bakelite, celluloide, che ben imitavano il luccichio del sogno americano.

Foto pubblicitaria per la Warner Bros.
Da Chanel al successo globale
Un espediente più che un sinonimo di alta moda, eppure, paradossalmente, in breve tempo il bijou finì proprio sulle passerelle. Fu Coco Chanel tra le prime a intuirne il potenziale, a raccontare che l’eleganza non dipendeva dalla preziosità delle pietre, ma dalla forma e dal modo in cui si indossavano e si combinavano con gli abiti. Il che voleva dire anche mixare il finto e il vero insieme, come accade con i suoi lunghi fili di perle. «Da quel momento in poi», racconta Manuel, «la lista dei nomi degli stilisti che hanno incluso il bijou nel proprio lavoro è infinita». Parlando di marchi italiani è impossibile non citare Ugo Correani, Coppola e Toppo. E se si torna ancora indietro, le primissime creazioni di Schiaparelli — antecedenti agli anni ’50 o ’60 — che sono super rare e collezionatissime. «Pensa», mi dice con tono pieno d’entusiasmo, «una volta ho trovato una sua spilla del 1936, stupenda: ora si trova in una collezione privata».

Negli anni ’50, con il boom economico, la bigiotteria raggiunse l’apice della sua popolarità, segnando la fine dell’austerità stilistica che aveva caratterizzato l’immediato dopoguerra. Le donne potevano finalmente permettersi di essere eleganti e di “agghindarsi” anche di giorno, contrariamente a quanto si faceva prima, essendo considerato volgare. Spopolarono i set abbinati di gioielli, le cosiddette parure, le maniche dei maglioni e delle camicie che terminavano alla cosiddetta bracelet length per mettere bene in vista i bracciali, i tailleur con le tasche sul petto per appuntarci le spille, gli scolli aperti per mettere in risalto i fili sottili delle collane.

In questi anni le tonalità pastello, i colori tropicali saturi e i metalli lucenti sostituirono i toni primari: o meglio quasi, visto che a “sopravvivere” fu solo il rosso. Le forme più diffuse erano quelle a bottone, floreali o a foglia per gli orecchini; rigide per i bracciali e figurative in oro, grandi ma semplici per le spille. Dietro a queste produzioni particolarissime c’erano fondamentalmente tre aziende: Coro, Corocraft e Trifari, che nel 1953 rese la First Lady Mamie Eisenhower la prima donna a portare bigiotteria nella Casa Bianca, facendole indossare una parure di collana di finte perle e strass, bracciale e orecchini – ai suoi due balli inaugurali. Ma perché questa estetica ha lasciato un segno così profondo?
Un antidoto all’omologazione
«C’era più voglia di unicità, e questo ai tempi era considerato un valore», mi dice Manuel. «Oggi invece sembra quasi qualcosa da combattere, tanto si ripiega sull’omologazione: avere la stessa borsa, gli stessi occhiali, gli stessi gioielli. Eppure una nicchia sempre più ampia ha compreso il senso giusto delle cose e oggi in un bijou cerca un valore autentico, non solo economico». Il collezionismo di questi gioielli è una pratica sempre più diffusa, che non attira più solo le donne ma anche gl uomini: il motivo principale è la libertà espressiva di cui designer e aziende godevano in passato per la progettazione di accessori sempre particolari e sperimentali. Nonostante questo la bigiotteria vintage vantava una qualità che oggi è pressoché inesistente a prezzi facilmente accessibili.
Un insieme di fattori che stimola la nostra nostalgia e ci fa pensare che: “Se è proprio un gioiello ciò che voglio, che sia qualcosa di unico” e fa emergere realtà come quella di Vincent Vintage Bijoux. Nel suo negozio tutto parla di questa ricerca basata sull’unicità e sulla stravaganza: dalle teche di vetro che custodiscono pezzi dell’Ottocento fino ai ciondolini anni ’70, al mobilio e ad altri oggetti eccentrici come piume, specchi e lampade retrò, tutti unici e inusuali, che li circondano creando un effetto da Wunderkammer, le Camere delle Meraviglie del ’500. Una forza estetica che attira sempre più curiosità intorno a sé.
Passione e collezionismo
Molti clienti, spinti inizialmente solo dal desiderio di ammirare certi gioielli da vicino, diventano prima appassionati e poi collezionisti. «Ognuno trova la propria strada nella storia del bijou, che solitamente coincide con un determinato periodo, stile o tipologia», dice Manuel. «Ecco perché il mio negozio vuole essere uno di quelli dove anche chi è alle prime armi può scoprire cose che nemmeno immaginava. Il bello della bigiotteria è proprio questo: «non parliamo di oggetti preziosi, ma di pezzi che hanno un valore storico, di design e di gusto». E per orientarsi in questo oceano di forme e materiali, Manuel torna sempre al concetto di qualità. «Anche se si dice che il bello è relativo, io non credo lo sia. Il bello segue delle proporzioni, delle armonie. Come in un quadro, non basta guardare il colore sulla tela: c’è molto di più. Allo stesso modo, un bijou può avere un valore che va oltre i materiali. Che costi 30 euro o mille, il vintage nasce da questa idea: rappresentare un frammento della sua epoca».
Simboli che somigliano ai desideri
Nel collezionismo di bijoux esistono essenzialmente due scuole di pensiero: chi ama l’eccesso e chi cerca la discrezione. «Non c’è quasi mai una via di mezzo: o il pezzo scenografico o il micro ciondolino. Gucci, per esempio, ha sdoganato certi simboli — la manina cornuta, il talismano, il corallo, la conchiglia. Sono elementi che tornano perché evocano qualcosa». Lo stesso accade quando una qualsiasi influencer indossa un accessorio “particolare” e, improvvisamente, tutte vogliono copiarla.
In generale, il vintage si confronta ogni giorno con un’estetica minimalista — a tratti anonima — diffusissima in qualsiasi fascia d’età. «Le persone restano affascinate dalle forme stravaganti del bijou d’epoca, ma anche un po’ intimorite», spiega Manuel. «Non sanno più come indossare un oggetto così decorato e caratterizzato. È una questione di educazione visiva: bisogna aiutare le persone a recuperare uno sguardo diverso, più curioso, ad affidarsi alla propria sensibilità. Un processo che può generare anche reazioni opposte. «Capita che qualcuno dica “oddio, che bello”, e subito dopo scopra che il pezzo è fatto con un materiale inusuale, come i capelli — (com’era usuale per molti gioielli vittoriani ) e ne resti turbato».
Tutto è relativo: la bellezza, il significato e lo stupore dipendono da chi guarda. Ed è proprio da quello sguardo personale che nascono le collezioni più sorprendenti.

Una collezione, un libro, e molto altro
Dal concetto di stupore nasce anche la collezione di bijoux di Patrizia Sandretto, fondatrice dell’omonima fondazione torinese dedicata all’arte contemporanea, che lei stessa definisce una raccolta di “gioielli fantasia”. Un’espressione che ben descrive le sue forme articolate e inusuali, frutto di un modo di progettare del passato più libero, sostenuto da materiali duttili capaci di seguire fino in fondo l’immaginazione. Farfalle, mantidi religiose, ananas, pannocchie, fiori di ogni tipo, maschere africane e di nativi americani, cigni, dragoni, salici piangenti, corone, pesci marini quasi mostruosi e altro ancora: un universo di sagome dorate o argentate, rifinite con ogni tipo di colore possibile, e che copre un arco temporale che va dagli anni ’30 al nuovo millennio.
Alla fine, tra armadi, bancarelle e teche da museo, i bijoux ci ricordano una cosa semplice: i diamanti saranno pure amici, ma loro sono compagni di vita e di avventure accessibili, colti, irriducibilmente personali.