La destinazione giusta per capire la storia industriale d’Europa, il perché della ricchezza delle nazioni e per visitare musei (e campus aziendali) che valgono il viaggio.

Why Basel? Sono sul treno del ritorno ed è la terza volta (in tre giorni) che qualcuno si stupisce della mia presenza. L’ultimo a chiedermelo è un economista, ma prima di lui lo hanno fatto la mia guida turistica e la rappresentate dal ufficio marketing della città: Basilea, la capitale culturale della Svizzera, deve avere un problema che gli psicologi definirebbero di derealizzazione – ovvero uno stato alterato di consapevolezza del Sé. Lo capisco però, sto tornando verso Milano, un altro posto che nessuno definirebbe una destinazione leisure, sbagliando. Basilea è sede della più importante fiera d’arte al mondo, Art Basel, e concentra una settimana all’anno l’intellighènzia internazionale del settore. Migliaia di artisti, galleristi, giornalisti la affollano per una manciata di giorni a giugno, poi evidentemente, “quello che succede a Basilea resta a Basilea”.

Eppure questa cittadina da 200.000 abitanti vanta 40 musei, un panorama segnato dalle architetture contemporanee di 12 premi Pritzker e due campus aziendali che raccolgono una a fianco all’altra le opere decine di archistar. Nel corso dei secoli una serie di fattori hanno determinato il milieu culturale (ed economico) che ha reso Basilea quello che è oggi, uno dei posti con la qualità della vita più alta del mondo. Lo spiegano bene l’esposizione del Museo Storico di Basilea, ospitato nella chiesa sconsacrata degli Scalzi, quanto i corsi di yoga, le meditazioni e i techno djset ospitati dalla Elisabethenkirche, altro luogo di culto convertito a spazio sociale cittadino. L’arte è una religione, infatti qui ha sede anche la più antica collezione pubblica del mondo, 300.000 opere suddivise nelle diverse sedi del Kunstmuseum Basel, così come il primo museo europeo inaugurato nel 1980 e dedicato alla produzione contemporanea. Basilea è un parco a tema per adulti amanti dell’arte, della scienza, del design e in generale del futuro. 

Le cartoline la rappresentano un po’ come tutta la Svizzera, stile Heidi, eppure Basilea è una città stratificata, e non solo perché dal fiume Reno si inerpica verso il centro storico, ma perché gli edifici del nucleo medioevale e le guglie della cattedrale gotica si stagliano contro lo skyline di grattacieli avveniristici dominato dalle Roche Tower, progettate dallo studio basilese Herzog & de Meuron che qui conta una trentina di opere. Per capire Basilea e i suoi 2000 anni di storia basta guardarla: siamo al centro dell’Europa, lungo un corso d’acqua che collega questo lembo di territorio elvetico compreso fra Francia e Germania con i porti del Nord Europa. La logistica l’ha resa storicamente un polo industriale e commerciale, chimico, poi farmaceutico e oggi all’avanguardia in ricerca e sviluppo biotecnologico.

Le sedi di aziende e start-up in questo settore sono centinaia, responsabili del 50% delle esportazioni dell’intera Svizzera. Novartis ha sede qui, in una città-campus che sembra un compendio dell’architettura contemporanea. Ci si muove in bicicletta o si passeggia fra uffici, laboratori, mense, ristoranti e supermarket ospitati in edifici progettati da Herzog & de Meuron ma anche da Frank O. Gehry, Tadao Ando, David Chipperfield, solo per citarne alcuni, opere di Richard Serra, Laurie Anderson e un murale alto 60 metri di Claudia Comte, ispirato alla struttura del DNA. Michele De Lucchi ha firmato nel 2022 l’ultima architettura inaugurata, il Novartis Pavillon, un edificio circolare che la sera risplende con giochi di luci e che ospita la mostra Wonders of Medicine in cui si ripercorre la storia della scienza e della medicina – e della ricchezza della città. Oltre confine, a pochi chilometri di distanza – tecnicamente in Germania – un altro headquarter è diventato una destinazione: il Vitra Campus.

Lo si avvista all’orizzonte, da una distesa di campi svettano come una visione gli edifici progettati da Frank Gehry, Zaha Hadid, Tadao Ando (e uno scivolo alto 38 metri), segno che è ora di scendere dall’autobus in una fermata anch’essa di design. A fianco alla produzione di uno dei brand più amati al mondo si visitano mostre temporanee, gli archivi, si fa shopping di pezzi iconici (come la Lounge Chair di Charles & Ray Eames che qui si può ordinare, personalizzare e veder assemblare a mano), ci si ferma al ristorante o per un caffè – peraltro ottimi. Ci si può iscrivere ad una delle visite guidate, girovagare liberamente, tentare la fortuna all’outlet, sognare di vivere in una delle stanze dell’esposizione alla VitraHaus e si torna a casa con almeno un souvenir, perché avere almeno un loro pezzo è un must ma testimoniare di essere stati qui è il distintivo da appuntarsi per sentirsi un vero design-addicted.

Articolo pubblicato originariamente su foster volume 1, Aprile/Maggio 2025