Ogni oggetto fatto a mano racconta una storia, ma non tutte riescono ancora a parlarci. Ecco come il design può aiutare l’artigianato italiano a scrollarsi di dosso la logica del souvenir, liberarsi della patina del folklore, e adottare il linguaggio del presente. Per vendere e quindi esistere ancora.

Per secoli, l’artigianato sardo ha custodito ciò che altrove si è affievolito: la precisione del gesto, il valore quotidiano della cura, un simbolismo sedimentato da Fenici, Romani, Bizantini e Spagnoli. Da questi intrecci nasce una tradizione generosa, fatta di tessuti, ceramiche, filigrane, intrecci. Un patrimonio immenso che però rischia oggi di perdere slancio, di ridursi a decorazione da scaffale quando invece potrebbe mescolarsi ai codici visivi e stilistici di oggi, lasciarsi influenzare da altri mondi, conquistando il gusto delle nuove generazioni. In poche parole: essere design.

Per farlo, l’artigianato italiano deve scrollarsi di dosso la logica del souvenir, liberarsi della patina del folklore, e adottare il linguaggio del presente. Oggi non basta più che un tappeto, un vaso, una maschera incarnino l’immagine ideale fissata dalla tradizione: devono raccontare storie che ci riguardano. Gli oggetti artigianali devono entrare nelle case di chi cerca un’autenticità profonda — non solo estetica, ma anche culturale. Devono sapersi muovere in un mondo sempre meno locale e sempre più connesso a una sensibilità aperta, ibrida, universale. Solo così potranno restare vivi, compiendo un salto netto dal passato al futuro.

Un salto breve verso il futuro


Questo salto l’aveva già immaginato, negli anni Ottanta, l’artista di Ulassai Maria Lai. Lei che la tradizione sarda l’ha accolta, riscritta, intrecciata in opere in tessuto realizzate insieme alla cooperativa Su Marmuri, fondata nel 1971 proprio nel suo paese e oggi la più longeva della Sardegna, composta interamente da donne. Dai loro telai orizzontali, con la tecnica dei pibiones – piccoli nodi a rilievo come acini d’uva – sono nati arazzi e tappeti che portano simboli arcaici in spazi contemporanei. Oggetti che sono diventati opere d’arte, esposte in fiere e musei internazionali, ma senza perdere il legame con la terra da cui provengono. Proprio in questo si gioca il futuro dell’artigianato sardo. Perché la sua eccellenza, come quella di tutto il Made in Italy, può essere una risposta concreta ad un design spesso impaziente, consumato dal tutto e subito. 

Le esigenze quotidiane e i gusti estetici sono sempre il frutto di scelte non solo economiche o etiche, ma anche culturali: quando si evoca una contro-cultura che antepone la freddezza della produzione di massa, la sciatteria della conformità, la banale imitazione riduttiva rispetto al gesto creativo, alla produzione di significati o all’etica del lavoro ben fatto, ecco che i mestieri d’arte e il sapere artigiano sembrano retaggi di un’epoca ormai remota. Ma se, al contrario, si propone la bellezza del saper-fare come un valore di punta per dare senso al talento, per impreziosire i momenti quotidiani, per sostituire la vecchia idea di “lusso” con una riflessione contemporanea sulla qualità, ecco che queste professioni e questi saperi ritornano a essere ciò che sono sempre stati: il fondamento del miglior Made in Italy condivide con noi Alberto Cavalli, direttore generale della Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte di Milano.

L'artigianato sardo che salverà il made in italy
“Terre”, collezione di vasi di Zanellato/Bortotto realizzata con il laboratorio Terrapintada.

Come salviamo l’artigianato sardo?

Con un dialogo vero fra tradizione e progetto. Ed è proprio ciò che fa ArtiJanus/ArtiJanas, iniziativa della Fondazione di Sardegna con la direzione scientifica e artistica di Triennale Milano e Fondazione Cologni. Attivo dal 2023, il programma invita le realtà artigiane locali a rileggere le proprie produzioni, contaminarle e fare innovazione. Fra il 2024 e il 2025, grazie alle partnership con il Politecnico di Milano e il DADU di Sassari, oltre 70 studenti del Master in “Fashion Accessories & Jewellery: Design & Management” hanno avuto l’opportunità di collaborare con i maestri artigiani sardi. 

Non solo per un fatto di formazione, ma di incoraggiamento ad una co-progettazione sempre più diffusa tra le due figure professionali. Da un lato infatti l’artigiano porta con sé la conoscenza dei materiali, delle tecniche e del contesto culturale; dall’altro, il designer offre uno sguardo nuovo, idee creative su forme e usi, e competenze in termini di funzionalità o mercato. E proprio dal seme di queste nuove alleanze ed espressioni creative nascono collezioni come Terre dei designer trevisani Zanellato/Bortotto: cinque vasi realizzati nel laboratorio di ceramiche Terrapintada che s’ispirano ad alcuni oggetti iconici della cultura sarda: il bottone in filigrana, il cesto del corredo della sposa, la gonna di un costume tradizionale e ancora il famoso pane carasau.

Un’estetica contemporanea radicata alla terra

Anche al di fuori di questo circuito esistono realtà alla stessa visione di rendere contemporaneo l’artigianato sardo, come Pretziada. Un progetto nato a Is Aresus, un piccolo borgo sulle prime montagne del Sulcis, a pochi chilometri dal mare. Qui Ivano Atzori, ex graffitaro e artista milanese, e Kyre Chenven, con un passato da set designer a New York, hanno acquistato cinque case abbandonate per dare vita a una nuova visione: abitare e produrre cultura. Così nasce il loro brand-editoriale che intreccia le competenze delle maestranze artigianali sarde con la ricerca formale di designer internazionali, con l’obiettivo di “creare ponti, dialoghi, relazioni” . Andrea Branzi, Roberto Sironi, Sam Baron: sono solo alcuni dei nomi che hanno collaborato con loro. Il risultato è una collezione di oggetti inediti che parlano sardo e contemporaneo.

Altra realtà da scoprire è quella dello studio BAM Design dei fratelli Andrea e Vittorio Bruno. Non solo mobili ma anche piccole sculture in ferro e in “corten”, una speciale lega di rame e ruggine, che prendono la forma di animali e piante. Oggetti in cui la manualità artigianale e il gusto contemporaneo riescono veramente a convivere.Per fare della tradizione non un recinto, ma un campo da attraversare.