La storia dietro ad uno dei look fotografati per l’ultimo servizio moda di foster volume 7, e un racconto sul perché non tutti i vestiti vengono creati con il solo obiettivo di essere acquistati e indossati. 

Ci sono abiti che riconosciamo come vestiti del quotidiano, capi che entrano di diritto nella nostra routine che mettiamo senza doverci porre troppe domande, e poi ci sono capi che sono anche rappresentazioni di tecniche speciali. Il look di Loro Piana scelto da Marta Donadi per l’ultimo editoriale moda di foster, fotografato da Vittoria Dorizza, rientra in questa seconda categoria, e racconta fin dove può arrivare un certo tipo di lavorazione.

“Ho scelto quel look perché raccontava una maestria precisa. È composto da una moltitudine di frange di seta chiuse come anelli, fettucce schiacciate e sovrapposte a misure diverse. Da lontano riempie la pagina, costruisce il corpo. Ma quando lo tocchi è leggerissimo.” Racconta Marta. È insomma uno di quei capi che funzionano quasi per contrasto: visivamente pieni, ma tecnicamente sottili. E che proprio per questo nascondono una costruzione quasi ingegneristica.

Il punto però non è se è indossabile oppure no. «A volte le maison fanno cose che non sono fatte tanto per essere indossate, ma per vedere fino a dove un laboratorio può arrivare». La logica è la seguente: se non provi a spingere una tecnica oltre il suo uso quotidiano, quella tecnica si ferma. Questi abiti servono a questo. A testare, a forzare un materiale, a dare spazio a chi lavora dietro le quinte. Non sono fuori scala rispetto alla realtà: lavorano su un piano differente che non ha niente a che vedere con il vestirsi.

Artigianato da indossare.  a cosa serve l'alta moda e perché merita di esistere

Artigianato di alta moda

Negli ultimi anni, questo tipo di lavoro è diventato sempre più strutturato. Bottega Veneta ha costruito un progetto molto concreto, l’Accademia Labor et Ingenium. Non è una scuola nel senso classico, ma un sistema interno dove formazione e produzione convivono. Gli studenti entrano in laboratorio, lavorano accanto agli artigiani, imparano tecniche molto specifiche – soprattutto legate alla pelletteria – e allo stesso tempo capiscono come quel sapere si inserisce nella filiera reale del marchio. È un modello diretto: si impara facendo. E soprattutto si crea continuità. Perché il punto non è solo formare nuove figure, ma dare loro un contesto in cui restare e crescere, senza che il mestiere si interrompa o si impoverisca.
Su una scala diversa, ma con una logica simile, c’è Le 19M, il progetto di Chanel. Qui non si parla di una singola accademia, ma di un intero ecosistema. Un edificio alle porte di Parigi che riunisce undici maisons d’art, cioè atelier specializzati in lavorazioni molto precise.
Ci sono i ricami di Lesage e Montex, che costruiscono superfici complesse a partire da fili, perline e paillettes. C’è Lemarié, che lavora piume e fiori in tessuto. C’è Massaro per la calzatura su misura, Goossens per l’oreficeria, Lognon per il plissé, Maison Michel per i cappelli. Atelier diversi, con storie autonome, ma messi nello stesso spazio.


La cosa interessante è che non sono lì solo per produrre, ma per lavorare insieme. Circa 700 artigiani condividono lo stesso edificio, con archivi, scuole interne e spazi espositivi. Questo permette alle tecniche di incontrarsi, contaminarsi, e di essere portate naturalmente ad evolvere. Ed è proprio qui che tornano utili gli abiti “impossibili”. Perché se metti insieme competenze così specifiche, il risultato difficilmente sarà qualcosa di ordinario. Ma è esattamente quello il punto: creare le condizioni per sperimentare. Le collezioni Métiers d’Art di Chanel sono anche un modo per tenere queste lavorazioni attive al massimo livello. Accanto a queste iniziative più strutturate, c’è un lavoro altrettanto importante ma più diffuso. La Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, sostenuta dal sistema Altagamma, lavora proprio sulla trasmissione di queste competenze, ma su scala più capillare.

Mestieri in via d’estinzione

Il progetto più concreto è quello dei tirocini formativi: giovani selezionati vengono inseriti per alcuni mesi in botteghe e atelier di alto livello, affiancando direttamente i maestri. Non è un’esperienza teorica, ma un vero ingresso nel mestiere. Si lavora, si sbaglia, si impara. E soprattutto si entra in contatto con realtà che spesso sono piccole, molto specializzate, e difficili da raggiungere senza un sistema di questo tipo. Molti di questi mestieri rischiano di interrompersi non perché non servano più, ma perché manca il ricambio generazionale. Il tirocinio diventa quindi un passaggio reale: non sempre porta a un’assunzione, ma spesso a una continuità, a una collaborazione, a un modo per restare dentro quel mondo.

Coltiviamo il futuro, anche se non si indossa

Il claim di foster è “coltiviamo il vivere meglio”. Quando si parla di moda, questo non vuol dire solo ispirazioni per il vostro guardaroba e tendenze di stagione, ma anche mostrarvi il massimo dell’eccellenza artigiana che il Made in Italy è in grado di produrre. Gli abiti possono essere uno spazio di prova per far lavorare tecniche, materiali e persone. Senza quel margine di libertà, molte competenze rischierebbero di perdersi, o di ridursi a versioni semplificate del loro essere.