Sono passati 210 anni dal 1816, l’anno senza estate, passato alle cronache come il più freddo di sempre. Fu una catastrofe e cambiò per sempre la storia dell’umanità. Se ne trova traccia nelle arti, nelle grandi emigrazioni, e nel vino – che oggi come allora continua ad evolvere seguendo i cambiamenti climatici. Berremo sempre più cuvée meno millesimati

Quando nel 1816 arrivò l’estate non fu calda. Nemmeno tiepida, anzi non arrivò mai. Noi lo abbiamo rinominato “anno senza estate”, nelle cronache parrocchiali delle valli trentine l’evento è rimasto impresso nella memoria collettiva come An de la fam, nei paesi anglosassoni più prosaicamente è ricordato come Eighteen hundred and froze to death (1800 e si moriva di freddo). 

Le cronache del tempo registrarono invece continue piogge torrenziali, che si protrassero dalla primavera, incessantemente, fino a quando venne luglio. E nevicò. Ma non era neve normale: era rossa. La totale assenza di sole e le temperature gelide impedirono la normale crescita e maturazione dei raccolti di riso, mais, frutta e ortaggi: nulla era riuscito a crescere. In estate anche in Italia durante i mesi estivi la temperatura media non superò i 24 °C e le massime faticarono a toccare i 28 °C, in Nord Europa, Canada e nel nord-est degli Stati Uniti le cose andarono anche decisamente peggio, le patate – per molti la base dell’alimentazione – marcirono nei campi, nel Mediterraneo gli ulivi non avevano dato olio. A migliaia di chilometri di distanza, nell’Oceano Indiano, nell’aprile del 1815 il vulcano Tambora era esploso con una forza paragonata e centinaia di bombe atomiche e le sue ceneri, spinte dai venti, si erano disperse nell’atmosfera, oscurando il cielo, tanto da alterare temporaneamente il clima globale. Ma non solo.

Mostri, tramonti infernali e il Far West

Mary Shelley, il futuro marito e il medico John William Polidori trascorsero l’estate a Ginevra ospiti di Lord Byron, a villa Diodati. Era così piovosa e fredda che la passarono al chiuso, a leggere storie di fantasmi e a discutere di come le moderne scoperte scientifiche avrebbero reso possibili infondere nuova vita ai trapassati. Lei scrisse Frankenstein, Polidori The Vampire, anticipatore del più famoso Dracula di Stoker, Byron compose la cupa poesia L’Oscurità (Darkness). 

Ebbi un sogno che non era completamente un sogno. Il sole radioso si era spento, e le stelle vagavano oscurandosi nello spazio eterno, prive di raggi e perdute, e la terra coperta di ghiacci intenebrandosi ruotava cieca nell’aria senza luna; il mattino venne e svanì, ritornò senza portare il giorno.
Lord Byron

Ma l’influenza nelle arti però non fu  solo nello Sturm und Drang dei romantici. «Dipingo quello che vedo, non quello che so» diceva il pittore Willian Turner, e infatti i livelli di cenere nell’atmosfera resero spettacolari i tramonti per anni: il cielo si colorava di tinte mai viste, drammaticamente affascinanti, immortalate nei dipinti degli artisti dell’epoca – prima che la Rivoluzione Industriale poco dopo li modificò ancora, a causa dell’inquinamento. La mancanza di foraggio per i cavalli fece pensare al barone Karl Drais che servissero nuovi mezzi di trasporto e inventò così la draisina, detta anche Dandy Horse, la prima rudimentale bicicletta su cui per l’appunto si montava, sedendo su quella che ancora oggi chiamiamo sella.

L’Europa si stava ancora riprendendo dalle guerre napoleoniche quando la totale distruzione dei raccolti portò anche ad una delle peggiori carestie del XIX secolo, causando l’emigrazione massiccia di centinaia di migliaia di persone, tra cui molti italiani, verso le Americhe. Lì però non era andata però meglio, in estate ghiacciarono laghi e fiumi mentre mais, patate e frumento non erano riusciti a germogliare. Nelle città il prezzo degli alimentari era insostenibile e iniziò così la “conquista” del Far West.

Nel 1816 l’estate non arrivò mai. Ma nacquero frankenstein, dracula, la bicicletta. E lo champagne come lo conosciamo oggi 
Turner, Joseph Mallord William; Sunset; Tate

Meteo e/o clima 

Se l’eruzione vulcanica, seppur disastrosa, era solo un effetto meteorologico (quindi passeggero), era arrivata al culmine di quella che gli storici chiamano la “piccola era glaciale”, cominciata già nel Trecento per culminare nel 1816: erano secoli che faceva freddo. Questo è il motivo per cui associamo il Medioevo (in realtà solo quello Basso) ad un periodo triste, cupo e difficile, in cui si finì a bruciare le streghe in cerca di un colpevoli. Dall’Epifania fino alla primavera in Europa molti fiumi e laghi ghiacciavano, incluso il mare, bloccando i porti di Genova e Marsiglia e la laguna di Venezia. Per cercare nuove rotte commerciali verso le Indie, finimmo nelle Americhe, racconta il medievalista Alessandro Barbero. Il cambiamento climatico, allora per cause naturali, viene ricordato nelle cronache del tempo: a inizio Settecento si attraversava a piedi la Senna nel centro di Parigi e sul Tamigi ghiacciato si svolgeva addirittura una fiera, la Thames Frost Fair. I pittori fiamminghi ci hanno lasciato scene di vita quotidiana vissuta sui pattini e di nuovi sport come il curling o l’hockey. A Parigi ai tempi del Re Sole il vino ghiacciava nelle botti, a New York durante la rivoluzione americana si andava a piedi da Manhattan a Staten Island. L’inverno era diventato uno stato permanente, di pessimismo e fastidio verso una natura selvaggia e ostile che regnava sovrana. Il 1816 era quindi solo il drammatico atto finale di 500 anni di basse temperature che avevano cambiato la vita sulla Terra, incluso il cibo. Si diffusero le patate, che crescevano sottoterra, e sulle Alpi si scavarono terrazzamenti, per beneficiare maggiormente dei raggi solari sui versanti meridionali e per drenare l’acqua delle piogge. Per salvare i raccolti, si iniziò a distillare il vino con la nascita di acqua viti, Cognac, Brandy, Porto e vini fortificati. Si impiantarono viti in Sud Africa e in altre regioni dal clima più temperato mentre nel Nord Europa la vite sparì per sempre.

E si inventarono lo Champagne 

Tutta la viticoltura europea subì conseguenze enormi e in Champagne, che occupa il limite più settentrionale dove era possibile coltivare la vite, cercarono di trovare una soluzione: inventarono lo champagne. Lo racconta il prof. Attilio Scienza, luminare della viticoltura internazionale: lì fino alla fine del XVII secolo si producevano essenzialmente vini rossi fermi, a base di uve Pinot Noir, ma non maturavano abbastanza, e così iniziarono ad impiantare vitigni a bacca bianca, come lo Chardonnay. Grazie al miglioramento delle tecniche di pressatura si iniziò anche a produrre vini bianchi da uve rosse. Il freddo bloccava la fermentazione dei lieviti e si diffuse il Metodo Champenoise con cui mascherare l’eccessiva acidità delle uve acerbe con un dosaggio di zucchero in aggiunta – caratteristiche distintiva dello Champagne, che allora era un vino dolce. Nel 1729 Nicolas Ruinart inizia il suo primo registro contabile dedicato al “vin de bulles” e la Maison Ruinart diventa la prima maison nella regione dello Champagne – anni prima era stato lo zio monaco benedettino ad aver avuto l’intuizione di produrre volontariamente il vino tanto in voga nella mondana Parigi tra i giovani aristocratici. Le bollicine infatti erano considerate un incidente di percorso, un difetto dovuto all’interruzione della fermentazione a causa del freddo e all’innalzamento delle temperature in primavera, poi divenne la caratteristica distintiva tanto che il vino Champenoise si evolve per essere imbottigliato, tappato di sughero, e grazie alle spesse bottiglie reso ancora più effervescente. 

Nel 1816 l’estate non arrivò mai. Ma nacquero frankenstein, dracula, la bicicletta. E lo champagne come lo conosciamo oggi 
La pupitr introdotta ufficialmente da Madame Clicquot

Però era torbido, e da lì l’intuizione di Madame Clicquot: “Creare vini trasparenti come l’acqua che sgorga da una sorgente naturale”. Per salvare i suoi vini resi imbevibili dai sedimenti, proprio nel 1816 comincia ad utilizzare il banco di crivellatura (table de remuage), per cui le bottiglie venivano lasciate a testa in giù e i lieviti esausti si raccoglievano nel collo della bottiglia per poi venire rimossi per ottenere un vino limpido e cristallino. Seguiranno nel giro di pochi anni l’invenzione della capsula per proteggere il tappo, del dégorgement a freddo, fino ad arrivare ad un vino prodotto proprio come si fa oggi.

Cuvée per combattere il caldo

Se la tecnica è rimasta la medesima da allora, molto è cambiato nel gusto del vino che si è evoluto per rispondere alle necessità produttive, e ai gusti del pubblico. Prima per rendere il vino stabile e alcolico si aggiungeva molto zucchero, poi con i miglioramenti tecnologici, il dosaggio venne via via limitato, per fare vini sempre più brut, secchi. Oggi che siamo di fronte ad un nuovo cambiamento evidente con temperature medie che si stanno innalzando sempre più, il dosage di zucchero non serve e non piace quasi più, e infatti ad avere successo sono sempre di più bottiglie pas dosè o extra brut. E di una strada che porta le Maison a descrivere le annate senza necessariamente voler fare dei millesimati, sempre più rischiosi. Per, citando Joseph Krug, “produrre anno dopo anno il migliore champagne possibile, indipendentemente dalle variazioni climatiche”, superando il concetto di annata, ottima o pessima che sia, per fare sempre un ottimo vino grazie agli assemblaggi: da allora sfornano una cuvée di prestigio ogni anno dal 1843. Siamo alla Krug Grande Cuvée 173a edizione è un assemblaggio di 150 vini di 13 diverse annate, il più giovane dei quali risale al 2017 mentre il più vecchio al 2001.

Nel 1816 l’estate non arrivò mai. Ma nacquero frankenstein, dracula, la bicicletta. E lo champagne come lo conosciamo oggi 
246° assemblaggio della Maison Louis Roederer

“La nostra riflessione è iniziata più di dieci anni fa. La situazione era chiara: il cambiamento climatico ha colpito la Champagne negli ultimi trent’anni e noi lo abbiamo visto come un’opportunità, raccogliendo uve più mature, al termine di vendemmie più precoci. Questi nuovi equilibri condizionano necessariamente l’evoluzione dei nostri vini” ha dichiarato Jean-Baptiste Lécaillon, Chef de caves della Maison Louis Roederer. Dalle crisi nascono grandi opportunità e così è nata la Collection 246, il 246° assemblaggio della Maison dalla sua fondazione nel 1776, creato nel 2021, il più difficile e incerto dal lontano 1958: tre vitigni dalle tre vigne di proprietà dove il 45% proviene dalle riserve d’annata della cantina. Se la vita di dà limoni, facci una limonata, e così ha fatto anche Ruinart. In seguito al cambio di temperature in Champagne, all’abbreviazione del ciclo di produzione del vino e all’accelerazione del processo di maturazione, anche lo Chardonnay presenta un repertorio aromatico inedito, dalle texture e dagli aromi intensi, e ha reso la necessità di adattare il proprio savoir-faire all’impatto del cambiamento climatico un laboratorio di sperimentazione e con la sua collezione Blanc Singulier presenta edizioni che riflettono gli anni segnati da un clima atipico, leggermente o per niente dosato, a seconda dell’edizione della cuvée. E la lista potrebbe proseguire perché il futuro del vino non è mai passato per la tradizione. 

Nel 1816 l’estate non arrivò mai. Ma nacquero frankenstein, dracula, la bicicletta. E lo champagne come lo conosciamo oggi 
Ruinart Blanc Singulier Edizione 19 è il riflesso delle variazioni di un anno caratterizzato da condizioni climatiche estreme, il 2019, con temperature record ed è emblematico dei cambiamenti climatici.